domenica 29 luglio 2012

Olimpiadi e Stato: l’insegnamento della Gran Bretagna

All’indomani della splendida giornata di apertura dei giochi olimpici (sabato 28 luglio), coronata dai trionfi nella scherma, nel tiro con l’arco e nella pistola, l’unico a non gioire è stato Sergio Rizzo.

L’editoriale della domenica 29 luglio del celeberrimo editorialista e coautore, con Gianantonio Stella, del best seller “La Casta”, tanto per cambiare era incentrato sul tema della soppressione delle province.

Rizzo, come tanti suoi epigoni, il 6 luglio avevano stappato a champagne, dopo aver visto che il Governo aveva abboccato alla campagna mediatica attivata da anni, riesumando alcune norme del decreto “salva Italia”(?) e prevedendo l’accorpamento delle province. Tutti convinti, Governo e tecnici compresi, che con l’accorpamento o la soppressione delle province l’Italia facesse “spending review” e riducesse il debito pubblico. Una pensata straordinaria, non c’è che dire. Tutti convinti, tranne due: la Ragioneria Generale dello Stato che ha quotato ZERO il risparmio derivante e il Servizio studi del Senato, che ha messo in guardia Governo e Parlamento, sottolineando come la meravigliosa idea di sopprimere le province finirebbe per costare di più del guadagno zero prodotto.

Ma, i moniti degli organi tecnici (ma quanti tecnici ci sono a presidiare le sorti del Paese?) nulla potevano: il messaggio mediatico era quello dell’eroica decisione di eliminare le province!

Tuttavia, come ricorda l’editoriale del Corriere di domenica scorsa, in sede di emendamenti il Parlamento ha modificato leggermente l’articolo 17 del d.l. 95/2012 e si parla invece che di accorpamento, di “riordino”, tornando, come giusto e inevitabile, ad assegnare alle competenze amministrative delle province l’organizzazione della rete dell’istruzione superiore e dell’edilizia scolastica.

Uno smacco insopportabile per gli aedi della soppressione. Che non si sono nemmeno accorti, nello scoramento, che sostanzialmente non cambia nulla. Infatti, sebbene si allunghino i tempi per il completamento della sottrazione alle province delle loro competenze e si rendano più rilevanti i poteri delle regioni (nel tentativo di rendere la norma meno incostituzionale), l’effetto finale vero della norma resta: privare le province della gran parte delle competenze e spostarle verso i comuni, creando un caos operativo senza precedenti.

L’opera di più o meno inconsapevole demolizione di ogni logica nella gestione della cosa pubblica prosegue. L’attenzione spasmodica verso la questione delle province è davvero esemplificativa del fatto che non vi sia né l’intenzione seria, né probabilmente la competenza per porre in essere una revisione della spesa, capace di ottenere riduzioni dell’intervento pubblico alla luce di valutazione di ordini di priorità. Chiunque capirebbe, allora, che una manovra sulle province, risultando priva di qualsiasi beneficio finanziario, costituisce solo dispendio di tempo e lancia l’ennesimo messaggio populista negativo nei confronti non tanto della spesa pubblica improduttiva, che infatti non si persegue, quanto nello Stato in quanto tale, nelle istituzioni pubbliche messe all’indice esclusivamente guardando il lato, purtroppo vero ed innegabile, delle inefficienze. Senza nulla fare per indicare le reali misure attivabili per cambiare lo stato delle cose.

Un refrain continuo degli iperliberisti che nella crisi cercano di insinuarsi per predicare l’annullamento dello stato è, ad esempio, la presenza di “troppi” dipendenti pubblici, da ridurre, come da ridurre è la presenza dello Stato, i suoi servizi, inefficienti per definizione e, dunque, da assegnare ai privati, efficienti per antonomasia.

Si sono viste e sentite queste formule. Una Nazione le ha vissute, subite, sopportate, è la Gran Bretagna, che sta ospitando a Londra un’edizione delle Olimpiadi da subito memorabile.

Il Regno Unito è stato per oltre 15 anni sotto il giogo di ricette thatcheriane rivelatesi, a distanza di tempo, inutili e controproducenti per l’economia del Paese, come adesso il rigorismo monetarista si sta confermando pernicioso per l’Eeuropa.

Eppure, la nazione che ha inventato il liberismo, la patria di Adam Smith, ha dato a tutti la dimostrazione di conoscere bene il valore dello Stato. Elaborando un quadro originalissimo nella sia pur lunga e per molti aspetti didascalica (ma bella) cerimonia di apertura, tutto dedicato a celebrare il loro servizio sanitario nazionale. In Italia una simile celebrazione sarebbe stata semplicemente impensabile. Il provincialismo e la piaggeria, piuttosto, avrebbero portato alla solita esaltazione della moda e di comparti decotti, o della pizza e mandolino.

Il Regno Unito lo è tale anche perché il collante di un’organizzazione molto competitiva e meritocratica, qual è la società britannica, è lo Stato che con i suoi servizi si vanta di renderli a tutti, ma proprio tutti, senza che nessuno resti indietro. Infatti, protagonisti del quadro, oltre a medici ed infermieri volontari, erano i più deboli e svantaggiati: bambini ipoacusici. Quegli stessi bambini che in Italia non trovano insegnanti di sostegno a scuola, quegli stessi bambini ai quali attualmente sono le province (aborrite) ad assicurare il servizio di integrazione socio-educativa, per aituare i ragazzi sordi e ciechi a studiare.

Il Regno Unito si vanta di impiegare nel servizio sanitario nazionale un milione e mezzo di persone. In Italia ne opera esattamente la metà. E, tuttavia, si continua, in Italia, a sprecare immani quantità di denaro, in nomine di primari e in spese folli per acquisti ed appalti, affermando che il personale è troppo, anche rispetto agli altri Paesi. Affermazione del tutto falsa: in Gran Bretagna complessivamente i dipendenti pubblici sono secondo l’Ocse 4.179.000, in Itali 3.250.000; il costo complessivo della spesa di personale in Gran Bretagna 189 milioni, in Italia 171 milioni, la percentuale degli stipendi pubblici sul Pil in Gran Bretagna è il 12%, in Italia dell’11%.

Questi numeri non rivelano che l’Italia sia più virtuosa della Gran Bretagna, ma dimostrano che il populismo o anche il liberismo di maniera in realtà sparano sullo Stato, senza tuttavia immaginare cosa costruire dopo.

La Gran Bretagna dimostra che nonostante il thatcherismo si può non rinunciare al “valore” del servizio pubblico e che non è possibile ritrarre lo Stato da funzioni fondamentali per la società. Perché il privato, con tutta la sua efficienza, semplicemente è portato a selezionare.

Si fa un gran parlare a sproposito, da anni, di selettività e meritocrazia. Tanto da arrivare a predicare percentuali precostituite di eccellenza. E’ invalsa nel lavoro pubblico la teoria che solo il 25% dei dipendenti è da premiare, sottraendo risorse al restante personale. Il Ministro profumo afferma che solo il 5% degli studenti è da valorizzare.

Sono formule assurde. Il compito di uno Stato è occuparsi esattamente del 95% che non può eccellere. Il valore del pubblico interesse è consentire una crescita della persona fondata sulla sua media complessiva; occorre assicurare una salute mediamente elevata, un’istruzione ed una competenza mediamente buone. E’ evidente che solo una piccola percentuale è l’eccellenza.

Dovrebbe essere altrettanto evidente che non si possono dedicare sforzi, energie e premi solo agli eccellenti. Li si deve valorizzare. Ma occorre garantire la crescita di tutti gli altri.

Troppo facile, in una scuola, agganciare i premi anche dei docenti agli allievi “eccellenti”: è il viatico per incitare i professori a concentrare le loro attenzioni prevalentemente su chi eccelle (e che, dunque, già di per sé ha i mezzi per evolversi), trascurando gli altri. Ma, invece, il compito di uno Stato è assicurare non la promozione e il 6 politico, bensì il duro lavoro per evolvere tutti. E’ evidente che il “privato” finirebbe per sostenere chi è più spendibile: le assicurazioni non assicurano i malati, i servizi per il lavoro privato non si interessano di chi non abbia curriculum facilmente spendibili.

L’Italia è il Paese che rinnega, a differenza della Gran Bretagna, il valore del servizio pubblico e che finge di fare spending review, perché non è capace di affermare poche chiarissime verità: la spesa per il personale pubblico non è affatto eccessiva, la spesa per la sanità non è per nulla solo spreco. Gli sprechi sono troppi incarichi e reparti di primari, nominati dai politici; troppe consulenze. E’ spreco non saper comprendere che in questa fase le risorse non possono andare verso gli aerei F35, o investimenti a perdere come la Tav, ma dovrebbero concentrarsi nella scuola, nel lavoro e nella sanità. E’ spreco non comprendere che non è possibile agire contro una tipologia di enti (“tutte” le province, “tutte” le società in house), ma ripristinare controlli preventivi severissimi e sanzionare pesantemente gli amministratori e i dirigenti responsabili dei deficit o della cattiva amministrazione, impedendo la rielezione, commissariando, mettendo in liquidazione.

Agendo indiscriminatamente sulle province, sugli ospedali, sulle società, non si individua il singolo responsabile. Si predica la meritocrazia dei pochi, ma non si perseguono mai gli altrettanto pochi, ma perniciosissimi, che sperperano in consulenze, contributi alle sagre più scadenti, nomine, incarichi, “comunicazione” e uffici stampa, mostre e vernissage, opere inutili, saccheggio del territorio. E ci si illude che la strada di un iper liberismo, per altro sconosciuto in Europa, nella quale a trionfare non è la politica liberista ma quella monetarista, cosa diversa, possa migliorare le cose. Per uscire dall’iper liberismo che fu causa della crisi del 1929 l’Europa e il Mondo affrontò riforme profondissime, trasformò il ruolo e le funzioni delle banche centrali, affinò i sistemi democratici, costruì un sistema capace di lottare e vincere contro i totalitarismi fascisti e comunisti, anche grazie alla presenza al ruolo regolatore dello Stato, della spesa pubblica. Essa non è un male di per sé, come ora si vuol lasciar credere. Il male è aver moltiplicato i poteri di spesa con una dissennata riforma del Titolo V della Costituzione, aumentando i poteri dei potentatini locali, più deboli rispetto alle lobby e più sensibili a localismi ai limiti dell’irredentismo. Non è un caso che la spesa pubblica italiana, già fuori controllo, sia deflagrata proprio a decorrere dalla riforma del Titolo V.

Finchè il populismo facile contro le province prevarrà e non si metterà mano a correggere i gravissimi errori istituzionali di 15 anni fa, potremo solo restare allibiti della considerazione e dell’orgoglio che gli altri Paesi hanno di sé e della loro pubblica amministrazione e credere che le medaglie alle Olimpiadi che l’Italia continuerà a vincere comunque siano utili per uscire dalle sabbie mobili causate dal disprezzo del bene comune, della cosa pubblica, dello stare insieme.

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