lunedì 13 agosto 2012

Abolire le province dovrebbe essere utile, oltre che costituzionalmente legittimo

Proprio non ce la fa, Sergio Rizzo, ad evitare almeno una reprimenda a settimana sulla necessità di abolire le province.
Sul Corriere della sera del 13 agosto, il celebre giornalista che con Gian Antonio Stella ha fatto della soppressione delle province, come dire, un punto d’orgoglio, sfoga il malcelato travaso di bile nel constatare che nonostante la sua campagna e quella di molti altri, nonostante il lavaggio del cervello di molti, forse la soppressione delle province non avverrà e, forse, è incostituzionale.
Riferendosi al presidente della provincia di Benevento, Rizzo chiude il suo ennesimo, preoccupato, ukaze contro le province così: “Non domo, Cimitile ha preannunciato intanto una causa al Tar e ha chiesto alla Regione di mettere in moto la Corte costituzionale. L'ennesimo ricorso. Ma il cambio di rotta del governo, dall'abolizione tout court delle Province alla loro riduzione, non doveva servire a evitare scontri davanti alla Consulta?”.
Notevole, non c’è che dire. L’Italia non è ancora per nulla fuori dalle intemperie dello spread; la disoccupazione è all’11 per cento; la recessione segna meno 2,1 per cento del Pil; la Confindustria comprova che ormai il contratto di lavoro a tempo indeterminato è un miraggio; le azioni della Guardia di Finanza confermano che l’evasione continua ad essere una piaga senza freni; non si riesce ancora a trovare con la Svizzera un accordo per tassare 160 miliardi di capitali clandestinamente coperti dagli istituti bancari elvetici; il caso dell’Ilva suscita clamorosamente il dubbio amletico se sia meglio lavorare o rischiare la vita. Insomma, le condizioni dell’economia restano più che allarmanti, tra mistificazioni di spending review e tagli disordinati che si aggiungono a nuovi prelievi fiscali (l’ultimo, l’ennesimo incremento delle accise sulla benzina) e, ancora, il problema per la stampa, e per alcuni giornalisti in particolare, sono le province.
Ancora, si dà spazio sui giornali a chi, come Rizzo, manifesta disappunto per non vedere realizzato un proprio desiderio, l’eliminazione delle province, desiderio mosso esclusivamente da un moto dell’animo, mancante totalmente di qualsiasi supporto motivazionale, tale da giustificare l’ininterrotta campagna di stampa, il clamore dell’attualità e tanti sforzi normativi che già da subito e da soli si rivelano molto più costosi degli eventuali benefici.
Già, perché la campagna di stampa, essendo solo propaganda, continua a trascurare un piccolissimo dettaglio, che sarebbe, però, meritevole di maggiore attenzione: dall’accorpamento, poi divenuto riordino, delle province previsto tanto dal decreto “salva Italia” (?), quanto dalla spending review, non deriva nemmeno un centesimo di risparmio.
Su questo dato, ufficialmente acclarato dalla Ragioneria generale dello Stato, Rizzo ed epigoni stendono un fittissimo e spessissimo manto di silenzio. Alla “ggente” si deve dare il “messaggio” salvifico dell’ineluttabilità dell’eliminazione delle province. Se ciò, poi, sia utile o comporti risparmi finanziari, non conta nulla. Nel libro “La casta” si è sentenziato che le province debbono essere soppresse. E, dunque, così dev’essere, nonostante l’assoluta, ma scientemente nascosta, inutilità di simile azione, sul piano finanziario.
Dunque, le difficoltà operative poste dalla revisione della procedura, non possono che gettare nel profondo sconforto chi si erge a paladino dell’eliminazione delle province.
Eppure, sarebbe corretto immaginare che non solo la stampa, ma anche Governo e Parlamento puntassero l’attenzione ed adottassero decisioni con ricadute utili.
Non solo la manovra sulle province, invece, non consente di risparmiare nemmeno un cent. Ma, sul piano strettamente giuridico-istituzionale, è certamente scorretta e probabilmente incostituzionale.
Non c’è niente da fare. Gli articoli 5, 114 e 133 della Costituzione (a tacere di altri) fanno delle province un elemento costituente della Repubblica. Per eliminarle occorrerebbe necessariamente una legge costituzionale, che eliminasse quel “riconoscimento” delle autonomie locali che la Repubblica effettua proprio all’articolo 5, indicando le autonomie locali come elementi preesistenti alla Repubblica stessa. Il decreto legge non può avere nessuno dei requisiti di urgenza necessari per l’operazione, i cui tempi, del resto, sono talmente lunghi da evidenziare a chiunque l’assenza di ogni emergenza.
In più, il Governo non dispone, stando all’articolo 133 della Costituzione, del potere di iniziativa per riordinare le province. L’iniziativa appartiene ai comuni. Punto. L’inversione procedimentale inventata dai “legislatori creativi” che costellano un Governo tecnico molto atecninco, e l’intromissione dei Consigli delle autonomie locali (che la Costituzione nemmeno conosce e considera) non può, alla luce di un’analisi semplice e lineare, conferire alla manovra nemmeno un lontano fumus di legittimità costituzionale.
Inutile, dunque, rosicare e stupirsi che alcune regioni e alcune province presentino ricorsi alla Consulta, contro leggi costellate di errori sull’ABC del diritto costituzionale.
Inutile, ancor più, elevare inni per una manovra incostituzionale, inutile e per ciò stesso dannosa, in quanto comunque, anche se non darà alcun aiuto alle finanze pubbliche, sta già muovendo energie e costi che nessuno sarà mai capace di quantificare, mentre tutti, tra pochi anni, saranno in grado di comprendere l’assoluta inutilità della campagna, dell’assurdità di impegnare energie normative ed organizzative, al solo scopo di dare bada a campagne di stampa autoreferenziali e alle soglie del populismo.

2 commenti:

  1. Giuseppe Scarrone14 agosto 2012 23:45

    Ho inviato al CorSera il seguente commento (questa volta pubblicato) all'articolo di Rizzo: "Non si riesce ad abolire le Province per una semplice ragione: non vanno abolite (certamente accorpate e riorganizzate). Tutto è nato sulla scia di una fortunata campagna giornalistica che, ignorando le molteplici e utili funzioni delle Province, ha avuto l’appoggio di una classe politica che, vivendo a Roma e nelle grandi città, ignora le suddetti funzioni e ha cercato di cavalcare demagogicamente tale campagna, per salvare pezzi ben più redditizi per la casta. La colpa dei giornalisti è aver ragionato come la casta: se la classe politica provinciale è l’anello debole, si può abolirla. E ciò che fanno le Province? Solo un incompetente può sostenere che funzioni quali la viabilità intercomunale, l’edilizia scolastica nella scuola superiore (altra funzione intercomunale), il mercato del lavoro e la formazione professionale possano essere gestiti dai Comuni. Tanto meno dalla Regione, ente che non ha caratteristiche per gestire i servizi, avendo anzi dal 1997 in poi ceduto sempre più funzioni alle Province. A fronte di quello che è lo scenario istituzionale reale, la nostra classe dirigente sul tema ha sfoggiato il peggio di se stessa: poco senso dello Stato, nessuna cultura organizzativa. Il popolo, disinformato, si dà agli sfoghi, salvo poi, quando i tagli alle Province inevitabilmente tagli ai servizi, piangere e protestare."
    Purtroppo la maggior parte dei commenti all'articolo, se fossero la rappresentazione attendibile della nostra società, darebbero poche speranza sul futuro.
    Buon ferragosto.
    Giuseppe Scarrone

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  2. Massimo Cortese25 agosto 2012 14:43

    Anch'io avrei voluto inviare a Rizzo due righe di commento, ma non ho potuto farlo in quanto, all'epoca, non funzionava la posta elettronica del mio computer. Sostanzialmente, nel mancato commento, avrei detto:" Mi ha colpito il suo disprezzo per le Province e gli altri Enti che promuovono i ricorsi contro provvedimenti ritenuti illegittimi: le ricordo, signore, che il nostro è ancora uno Stato di diritto e non uno Stato dei dritti". Quanto all'articolo di questo Blog e apprezzando il commento che precede il mio scritto, ho sempre detto che l'abolizione delle Province è un caso di bullismo politico: l'attuale Classe Politica, per recuperare una verginità che ha perduto, vuole far credere che per la riduzione dei costi della politica si possa cominciare da chi, appunto, conta meno, anche se i propri risultati non vengono sbandierati ai quattro venti, operazione questa che può essere lasciata a certi giornalisti.
    Un cordiale saluto
    Massimo Cortese

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