sabato 1 settembre 2012

Nel merito del merito

Da anni, ormai, come un disco rotto i governanti insistono a ripetere che occorra “valorizzare il merito”. Da ultimo, questa brillante affermazione è stata ribadita nel consiglio dei ministri-seminario dell’ultima settimana di agosto.

Come dare torto a simile asserzione? Chi oserebbe affermare che occorre valorizzare il demerito?

L’ovvietà e la doverosità indiscutibili di esaltare le capacità e le competenze, sempre enunciate, perdono, tuttavia, di pregnanza sia perché ripetere la frase ossessivamente all’infinito implica privarla di significato. Sia, soprattutto, perché, al di là delle intenzioni, Governo e Parlamento hanno spessissimo operato in modo totalmente incoerente con l’assunto.

Intanto, occorrerebbe mettersi d’accordo su cosa si intenda per “merito”. Non sono, infatti, troppi i campi nei quali l’accertamento quanto più possibile oggettivo delle competenze è operazione radicata ed accettata. Nella ricerca, ad esempio, l’analisi delle pubblicazioni scientifiche e, soprattutto, delle citazioni dei lavori da parte di altri è uno strumento consolidato.

Peccato, però, che in Italia, l’assegnazione di incarichi di docenza universitaria o di cariche negli enti di ricerca tenga ben poco conto di questi elementi. Di solito, nell’analizzare il curriculum il peso fondamentale lo assume un elemento che col “merito” avrebbe poco a che fare: il cognome.

C’è anche un altro fattore discorsivo. Troppe norme consentono direttamente o indirettamente agli organi politici di assegnare incarichi. Una funzione, questa, semplicemente deleteria, perché inevitabilmente la “selezione” finirà sempre per privilegiare la condivisione delle idee, più che l’analisi della competenza.

Inoltre, il “king maker” assume un potere ed una cointeressenza fortissimi col nominato. Tanto che l’eventuale cattivo operato di quest’ultimo difficilmente viene sanzionato. Conosciamo tutti fin troppo bene casi di aziende nazionali nei trasporti e nell’energia portate al disastro finanziario, con la rimozione di amministratori delegati nonostante tutto beneficiati con buoneuscite fantasmagoriche, condite dall’assegnazione di nuovi incarichi negli stessi ambiti, conclusi con nuovi disastri finanziari.

Valorizzare il merito ha due facce. Non è solo individuare il competente, ma anche saper sanzionare l’incompetente, colui che crea danno. Per sanzionarlo. Occorre ammettere che in particolare nel sistema pubblico questo non avviene, causa l’appiattimento delle valutazioni. Se, poi, l’incompetente è un cooptato, chiamato direttamente o indirettamente dall’organo di governo, si può stare certi che non verrà mai valutato negativamente né rimosso, se non per effetto eventualmente di un cambio di colore politico del governo.

Ancora, valorizzare il merito non è fare una gara sportiva. Alle finali dei 100 metri alle Olimpiadi arrivano solo in 8 e le medaglie si danno solo ai primi 3. Vi è, dunque, una regola matematica, una rigida selezione fondata su prestazioni cronometriche che crea una classifica.

L’attività lavorativa, di ricerca e di studio, tuttavia, è profondamente diversa. Il risultato sportivo è dovuto al superamento di una serie di confronti, che si svolgono in cadenze determinate, per ottenere un quantitativo predeterminato e limitato di premi.

Nella ricerca non è assolutamente così. Non è che ogni 4 anni si possa stabilire se scoprire vita su un pianeta o un nuovo materiale industriale, per poi mettere a confronto le due scoperte ed assegnare la medaglia. La ricerca, lo studio, la produzione del lavoro scorrono in un fluire continuo. Un anno vi possono essere 100 lavori meritevoli, un altro nessuno, un altro ancora 20.

Ciò che non deve mai mancare è il metodo lavorativo, di studio o di ricerca, da improntare alla massima resa costante “media”, e alla produzione di risultati predefiniti di un determinato livello.

La selettività del “merito” non è quella sportiva, non è frutto di un confronto, da scolpire nella redazione di una classifica finale. Al contrario, è l’evidenziazione sia di un sistema organizzativo potenzialmente capace di ottenere risultati anche intermedi di un livello elevato, sia dell’eventuale capacità di produrre l’innovazione, l’eccellenza, premiando, allora, tale evento quando si produce, senza poterlo necessariamente imbrigliare in binari o “tornei”, e assegnando il premio a tutta la squadra che lo ha conseguito, con le differenziazioni dovute ai ruoli.

Invece, nell’Italia che predica il “merito” ed incarica nell’authority per le comunicazioni un dermatologo, si sta facendo largo una visione del “merito” banale e appiattita sulla metafora da reclame pubblicitaria della “performance” (http://youtu.be/HsrzT3HcgKE ) .

L’articolo 19 del d.lgs 150/2009 è proprio ispirato all’idea della “classifica sportiva”, con le “face” obbligatorie.

E il legislatore, sebbene questo sistema di collocazione forzata in strati dei dipendenti non sia mai partito e non si presti a partire, insiste. L’articolo 5, comma 11 e seguenti, della lege 135/2012, di conversione del decreto sulla “spending review” ripropone l’idea che nel caso di attivazione del “dividendo di efficienza” solo il 10% dei dipendenti possa essere beneficiato dalla maggiorazione del salario accessorio.

La metafora della curva di Gauss e la predeterminazione di una percentuale dei meritevoli. E’ il chiodo fisso che sta inquinando un sacrosanto processo di individuazione delle modalità per apprezzare le competenze.

Il Ministro Profumo ha vagheggiato qualcosa di simile ai bislacchi criteri di valutazione che si vorrebbero introdurre nella pubblica amministrazione, immaginando un premio per il 5% degli studenti meritevoli. Scelta devastante. Il “merito” a quel punto sarebbe legato alla capacità degli istituti e dei professori di coltivare un 5% di bravissimi, a tutto discapito degli altri. La già citata “media elevata”, il sistema organizzativo funzionante, il metodo andrebbero a farsi benedire.

E’ certo più comodo selezionare pochi già dotati di “talento” e concentrare gli sforzi su di loro. Il valutatore e chi deve farli crescere fa meno fatica. Si fa così nello sport.

Ma, l’efficienza nell’amministrazione, la produttività del lavoro, l’evoluzione della ricerca non debbono cercare “fenomeni”, bensì valorizzare con le risorse esistenti gli sforzi perché la curva complessiva delle competenze si sposti verso l’alto. Che poi una certa percentuale di maggiori talentuosi esista, è naturale. Il sistema garantisca loro maggiori o più costanti e duraturi premi.

Non sembra, purtroppo, molto credibile discettare di “merito” e presentare il concorso nella scuola che il Governo si accinge a bandire come strumento per valorizzare i giovani a discapito di insegnanti anziani. Sembra che si cerchi una sorta di calocagatìa, l’abbinamento tra bellezza, gioventù e merito tra gli insegnanti, come se la gioventù fosse di per sé un valore. Un concorso lo vince chi è preparato, anziano o giovane che sia. O si deve predeterminare anche una percentuale di vincitori “meritevoli” in base a fasce d’età, se così vuole la “performance” pubblicitaria?

Non sembra molto credibile disquisire di merito nel Paese che non sanziona mai l’immeritevole, non ha ancora attivato una modalità credibile di valutazione della produttività, ma impone la valutazione “progonistica” sulle capacità dei giovani, con gli improbabili test di ingresso alle facoltà universitarie. Griglie di domande degne dei famigerati modelli di dichiarazione delle tasse degli anni ’90 (i 740 “lunari”), che hanno solo il risultato di tarpare le ali a molti giovani, senza essere realmente selettivi predittivi delle capacità di ciascuno, visto che comunque il numero di lauerati continua ad essere basissimo rispetto agli iscritti.

Il “merito” nei confronti di chi è chiamato ad un percorso di formazione e crescita va valutato a posteriori, non con la sfera di cristallo di test, buoni solo anche in questo caso a giustificare scarsi investimenti in strutture e a far ritenere gli stessi test necessari per garantire “migliori servizi”, salvo poi aumentare le tasse ai fuori corso, senza alcuna ragione razionale.

Non sembra credibile parlare di merito mentre si impone a chi ancora non ha concluso un percorso formativo di testarsi sulle capacità di affrontarlo, si immagina che i concorsi lascino spazio solo ai giovani, ma si continua a far invadere la pubblica amministrazione di dirigenti chiamati a tale ruolo dalla politica, senza alcun concorso, proprio mentre, contestualmente, si stabilisce di ridurre di un quinto il numero dei dirigenti stessi. Nel solo comparto degli enti locali, stando ai dati della Corte dei conti, Sezioni riunite, Delibera n. 13/2012/CONTR/CL riguardante la Relazione sul costo del lavoro pubblico 2012, nel 2010 su 6.884 dirigenti di ruolo, ben 2.199 sono dirigenti a tempo determinato incaricati nella stragrande maggioranza dei casi senza alcuna selezione, per un’incidenza pari al 32%. Ma, aggiungendo anche i 902 dirigenti extra dotazione organica, tale incidenza sale al 45%.

Quando, cioè, occorrerebbe davvero una valutazione prognostica sulle capacità acquisite (a questo serve un concorso) non lo si fa, e si torna alla cooptazione o all’attribuzione feudale di incarichi e prebende.

Solo il superamento di queste barriere culturali e politiche in merito al merito si potrà sperare in qualcosa di meglio.

L.O.

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