domenica 2 settembre 2012

Spending review “il ritorno”: nuovo attacco agli enti locali

La “fase 2” della spending review, come ogni buon “sequel” holliwoodiano non può che essere uguale alla fase 1. Che, a sua volta, è stata uguale alle molteplici manovre finanziarie (chè il d.l. 95/2012, convertito in legge 135/2012 questo è, altro che spending review) degli ultimi 10 anni.

E, dunque, ancora una volta si preannunciano tagli, di quelli tosti, agli enti locali. Secondo le notizie di stampa, il Super-Commissario Bondi ha rilevato un eccesso di spese “per servizi intermedi” negli enti locali di 7,8 miliardi di euro. Preannunciando che con la manovra autunnale dovranno essere tagliati.

Già la legge 135/2012 ha limato il fondo sperimentale di riequilibrio di 2,5 miliardi a regime per i comuni e di 1,5 miliardi a regime per le province. Tagli che si cumulano a quelli, ingentissimi, degli ultimi anni e alla tragicommedia dell’eliminazione dell’Ici (devastante per i bilanci dei comuni) e la sua reincarnazione sotto forma di Imu.

Il commissario Bondi non si sa sulla base di quale merito sia stato incaricato. Certo, ha ben operato nel risanamento di aziende private decotte o fallite. Ma, a ben vedere, questo non è un titolo di merito, perché attesta che Bondi di pubblica amministrazione conosce poco o nulla. E non è un difetto da poco.

I fatti stanno dimostrando che il supercommissario, conoscendo poco, molto poco, sta promovendo ricette e soluzioni che da un lato scoprono l’acqua calda, dall’altro si rivelano errate se non perniciose.

Si attribuisce a Bondi il merito di aver rilanciato gli acquisti alla Consip: ma chiunque sappia leggere l’articolo 1 della legge 135/2012 e rapportarlo con le norme sulle centrali di committenza già esistenti si accorge che si tratta di un copia e incolla. Devastante era stata l’idea delle ferie fisse per i dipendenti pubblici nella settimana di ferragosto e a natale, per fortuna rientrata.

Altrettanto devastante è il modo col quale il commissario computa le spese per “servizi intermedi”. Per intendersi, si tratta delle spese che un ente affronta allo scopo di mantenersi: pulizie, noleggi o acquisti di computer, cancelleria, arredi, utenze, manutenzioni di propri edifici. Da tali spese si distinguono quelle per “servizi finali”: si tratta di quelle sostenute per erogare i servizi ai cittadini, come asili nido, assistenza domiciliare, manutenzione delle strade, gestione di impianti sportivi.

Nel caso delle province, Bondi ha considerato comprese tra le spese per servizi intermedi quelle per i trasporti, le scuole superiori e la formazione. Un errore clamoroso: sono, infatti, senza alcun dubbio spese per servizi finali, in quanto rivolte a far camminare le corriere, ad acquistare arredi per le scuole e ad assicurare per loro la manutenzione, nonché per permettere a disoccupati ed occupati opportunità di arricchire la propria professionalità.

Appare piuttosto chiaro che la sedicente spending review non si fonda su analisi approfondite della spesa. Non ce ne sarebbe, del resto, il tempo.

Si prosegue, dunque, su una strada tracciata da anni, quella di spostare prevalentemente verso i comuni i tagli, contando sul fatto che quel minimo di autonomia tributaria di cui gli enti godono possa fare fronte alle minori entrate.

Riproponiamo l’analisi sulla distribuzione dei tagli tra amministrazioni statali e locali, ad opera del decreto “salva Italia”, proposta nell’editoriale del n. 15/2012 di Sel:

Dati: in miliardi di euro





























































































2011



2012



2013



2014



ENTRATE



2,603



40,250



52,142



53,661



-            Amm.centrali



2,628



33,984



46,613



47,509



-            Amm. locali



0,031



4,717



3,756



4,366



-            Enti di previdenza



-0,057



1,549



1,773



1,786













SPESE



-0,237



-8,664



-23,607



-27,668



-            Amm.centrali



-0,795



-1,741



-4,805



-4,221



-            Amm.locali



0,505



-4,450



-10,564



-13,077



-            Enti di previdenza



0,053



-2,474



-8,238



-10,370













TOTALE



2,840



48,914



75,749



81,239



Fonte: Ragioneria Generale dello Stato


Notiamo che del totale delle nuove entrate introdotte con l’imposizione l’88,54% rimane allocato presso le amministrazioni statali. Amministrazioni locali (tra le quali sono anche inserite, impropriamente, le regioni) ed enti previdenziali ricevono solo le briciole.

Verifichiamo, invece, cosa succede con la spesa. Intanto, si conferma che la riduzione della spesa vale un terzo dell’intera manovra, squilibrata moltissimo sull’imposizione fiscale. Quasi specularmene al lato delle entrate, lo Stato si accolla solo una riduzione di spesa pari al 15,26%, addossando ad amministrazioni locali ed enti previdenziali la restante quota dell’84,74% dei tagli, concentrati prevalentemente proprio sugli enti locali. Il taglio per gli enti previdenziali è connesso agli effetti della riforma delle pensioni: si tratta, dunque, non di diminuzione di spese connesse al funzionamento, ma seccamente di minori prestazioni da rendere.

L’ulteriore colpo di quasi 8 miliardi non fa che confermare questa tendenza, oltre a generare inevitabilmente due conseguenze:

a)                  l’incremento ulteriore della pressione fiscale: dove potranno, i comuni incrementeranno aliquote e tariffe per attutire i costi degli ulteriori tagli;

b)                 il peggioramento dei servizi, se, come appare inevitabile, il taglio non colpirà solo i servizi intermedi, ma anche quelli finali.

Quello che maggiormente colpisce, poi, è lo “stupore” col quale il Governo e Bondi rilevano che le spese dei comuni nel siano aumentate del 7% rispetto al 2009, ed è aumentata anche nel 2011 del 2,9% rispetto al 2010 stando all'ultima relazione sulla gestione finanziaria degli enti locali elaborata dalla Corte dei conti.

E’ evidente che i costi per i servizi ed i beni aumentino. Non risulta, infatti, che per gli enti locali le imprese riducano i prezzi di mercato, oppure che non operino gli incrementi dei costi della benzina, dell’energia, delle utenze, dei materiali, dei trasporti, dell’Iva. Dovrebbe risultare chiaro che ogni incremento di imposta o di accisa che si scarica sui prezzi, si riverbera anche sui costi di funzionamento non solo degli enti locali, ma di tutta l’amministrazione, costretta a rivedere al rialzo il volume delle spese.

Inoltre, gli enti locali da anni fanno i conti con tetti di spesa per il personale e limitazioni alle assunzioni. Non c’è da stupirsi se determinate attività siano state esternalizzate in appalti di servizi, il cui costo non di rado risulta superiore alla gestione in economia tramite dipendenti.

Che gli enti locali, come tutto l’apparato debba contenere le spese è cosa sacrosanta e inevitabile.

Non sembra tollerabile che ancora non si sia in grado di individuare quali siano le spese realmente da considerare non sostenibili, almeno in questa fase.

Vi sono voci ben chiare, molto onerose. Tutte le spese per contributi ad enti, associazioni, comitati, convegni, sagre, feste. Che spesso nascondono anche sostegni ad organizzazioni partitiche. Per non parlare degli incarichi dirigenziali a contratto o degli uffici “di staff” agli organi di governo. Il portale “il portaborse.it” ha rivelato come il comune di Firenze abbia conferito decine di incarichi in applicazione dell’articolo 90 del d.lgs 267/2000, prevalentemente per le attività di “comunicazione”. In moltissimi comuni si stenta ad erogare i servizi necessari, ma si sostengono campagne elettorali e l’immagine dei sindaci o degli assessori con staff per la comunicazione che nemmeno le redazioni di importanti giornali si sognerebbero.

Al di là dei ragionamenti da aziendalisti o economisti, alcune spese insostenibili sono sotto gli occhi di tutti, ben rappresentate dalla cena “di rappresentanza” svolta dal comune di Alessandria a Parigi, per “attività di promozione”, costata 26.000 euro.

Ragionare sulle spese intermedie si deve. Ma occorrerebbe procedere, per essere credibili, un secondo dopo aver vietato e sottoposto a rigidi controlli preventivi voci di spesa che non sono più tollerabili.

L.O.

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