domenica 14 ottobre 2012

Ancora, sempre tagli lineari

Luigi Oliveri

E anche la legge di stabilità continua a propinare sempre la stessa ricetta. Ragli lineari, indiscriminati, recessivi.

Non c’è niente da fare. Al Governo ed, evidentemente, negli apparati, sono in sella gli stessi soggetti che da 15 anni descrivono, con totale insuccesso (dal 2000 la crescita del Pil in Italia è pari a zero, per essere poi affondata del 5% nel 2008 e mai più ripresa) le “strategie” economiche. Votate alla recessione.

Il tentativo di depistare, mediante nomi altisonanti come “spendine review” o le affermazioni come quelle del sottosegretario Polillo, secondo il quale non è una “stangata o una “manovra”, bensì una “manutenzione tecnica dei conti” non servono più a nulla. Anche i meno attenti ed esperti si accorgono perfettamente che il Governo è a corto di idee ed è del tutto incapace di compiere le uniche scelte necessarie per tentare di uscire dalla crisi: spostare l’investimento delle risorse là dove servono davvero, fissare regole che limitino solo l’indebitamento ma non gli investimenti, attaccare le spese costituenti veri sprechi e non andare a testa bassa contro voci di spesa che giornalisticamente, populisticamente, sono considerate sprechi, per non aggredire quelli che sprechi lo sono davvero.

Due elementi della legge di stabilità sono perfettamente rappresentativi della mancanza di idee e del populismo col quale il Governo cerca (ed p anche convinto di riuscirvi) di mantenere popolarità, all’evidente scopo di lanciare la volata per l’elezione di non pochi dei suoi attuali componenti e per permettere agli altri quanto meno di sedere in poltrone di authority, società, consigli di amministrazione ed enti vari.

Il primo è la sempiterna ed inutile battaglia contro le “auto blu”. Purtroppo la stampa non specializzata non è in grado né di comprendere, e soprattutto né di spiegare, che le misure adottate in questo campo (per altro sul piano finanziario men che simboliche, come effetti) finiscono per non incidere minimamente sulle vere auto blu, ma impediscono alle amministrazioni di avvalersi delle auto di servizio, indispensabili per l’espletamento delle proprie attività.

In proposito, si richiama uno stralcio di un intervento su Leggi Oggi pubblicato lo scorso febbraio 2012 “Blu..le mille auto blu..blu..le vedo intorno a me..che volano…”: “Solo le auto blu-blu sono veramente le auto blu, quelle così odiate nell’immaginario collettivo: cioè le auto con conducente, a servizio del politico di turno. Queste, dall’indagine, risultano essere 10.634. Altro che 600 mila. Certo, si può e si deve ancora ridurle, perché tutto contribuisce ai risparmi pubblici. Ma, si capisce che la differenza tra quanto si “denuncia” e la realtà sia voluta, per un intento evidente, tenere desto ed alto l’astio nei confronti della pubblica amministrazione, in modo che ogni azione poi realizzata “contro la burocrazia” sia percepita dai cittadini come ristoro degli incrementi delle tasse e dei giri di vite a vario titolo imposti da altre leggi.

In quanto alle rimanenti auto “grigie”, esse sono 53.890. Seguendo il ragionamento del Codacons, una ogni 1.122 abitanti. Nessuno, nemmeno il Codacons, ha spiegato se tale media sia conforme o meno ad eventuali standard in materia. E, sicuramente, nessuno ha evidenziato in maniera sufficiente che le auto “grigie” sono semplici auto “di servizio”, senza conducente, ad uso degli uffici. Di queste, 18.426 sono utilizzate dalle Asl.

I comuni, tra auto blu e grigie ne hanno 21.933 (sembra, non incluse le auto della polizia municipale). Se il rapporto tra auto blu-blu ed auto grigie, in media è del 16,5%, le auto blu nei comuni dovrebbero essere circa 3.618. I comuni in totale sono oltre 8.100. Le auto blu-blu sono prevalentemente concentrate nei grandissimi comuni. Allora, il numero, in assoluto rilevante, se esaminato nel dettaglio, si rivela molto meno significativo. Se applicassimo la media becera, avremmo 0,45 auto blu-blu per comune. La realtà è che la grandissima parte dei comuni non dispone per nulla di auto con conducente, mezzi che si iniziano a reperire in comuni di grandi dimensioni (sopra i 100 mila abitanti, mediamente) o nei capoluoghi.

Le restanti vetture “grigie” dei comuni sarebbero 18.315, che diviso 8.100 dà una media di 2,26 auto “di servizio” a comune. Un lusso?”.

Ovviamente, le auto di servizio non sono un lusso. I messi comunali debbono notificare e fare le funzioni di logistica e collegamento. Gli assistenti sociali debbono girare per il territorio. I tecnici andare nei cantieri.

Le misure sulle auto della pubblica amministrazione, consistendo non in un taglio di spesa selettivo, ma lineare (la riduzione del costo di gestione del 50% rispetto al 2011, prevede la legge 135/2011) può finire per portare al risultato assurdo che le auto veramente blu restino tutte, mentre si lesini su quelle di servizio, che servono alle persone che lavorano.

La legge di stabilità, in più, per il 2013 aggiunge che le amministrazioni pubbliche non potranno acquistare né prendere in leasing vetture. Quei comuni di piccole dimensioni con una sola macchina di servizio, che già hanno problemi a rispettare la limitazione dei costi (alcune spese sono incomprimibili: bollo, assicurazione, gomme da neve, revisioni, bollino blu, benzina) debbono pregare che il loro unico mezzo, spesso sconquassato, non le lasci. Non potrebbero rimediare, se non andando nei cantieri in autobus. Ma, evidentemente, come i cittadini incattiviti contro la pubblica amministrazione (in ciò aizzati dagli stessi governanti) non si rendono conto che i cantieri si trovano dove i mezzi pubblici non arrivano e che nella stragrande maggioranza dei comuni i trasporti urbani non esistono, anche questo il Governo non sa, o, ancor più grave, finge di non sapere.

Il secondo tragico simbolo di tagli lineari acritici, insensati, è quello sugli arredi. La legge di stabilità prevede che le pubbliche amministrazioni “possono effettuare spese di ammontare superiore al 20% della spesa sostenuta nell’anno 2011 per l’acquisto di mobili e arredi. La violazione della presente disposizione è valutabile ai fini della responsabilità amministrativa e disciplinare dei dirigenti”.

Il senso di questa disposizione, specie dopo aver in parte potenziato la razionalizzazione degli appalti e dei costi mediante il sistema Consip sfugge totalmente, a meno che, come sempre, non si riconduca all’immancabile populismo.

Infatti, le inchieste sulle spese dei consigli regionali o sui mega dirigenti delle società partecipate (quelle dei grandi comuni) spesso evidenziano uffici principeschi, con arredi costosissimi, di design o di materiali più unici che rari, acquisitati con prezzi spropositati.

E si dà, di conseguenza, l’idea che tutti i 3.250.000 dipendenti pubblici lavorino in queste stanze regali, così riccamente ornate di arredi monumentali. Dimenticando quali sono le dotazioni d’arredo degli ospedali, delle caserme dei Carabinieri, di tanti uffici pubblici aperti al pubblico (che risultano scomodi prima per il pubblico che per gli stessi dipendenti).

Tra questi uffici, le scuole. Che hanno costante necessità di rinnovo di arredi, soggetti naturalmente ad una rilevantissima usura e, per giunta, interessate anche da una crescita tendenziale della popolazione scolastica.

Allora, il taglio della spesa per arredi dell’80% rispetto al 2011 si conferma la solita misura ragionieristica, lineare, bovina e acritica, perché incapace di distinguere dove gli arredi costituiscono un lusso e dove, invece, sono una necessità.

Una delle voci di spesa per arredi principali degli enti locali sono proprio le spese per arredi scolastici, le quali sono a carico di comuni e province anche se tutti sono persuasi, a causa di un’informazione sempre tendenziosa e sbagliata, che a ciò provveda il ministero. Il taglio così pesante e non selettivo finisce per incidere in maniera profondissima su questa voce. E se nel 2013 qualche ente locale completa la costruzione di una scuola? La lascia senza arredi o parzialmente incompleta di dotazioni, perché c’è il taglio?

Ancora una volta, dunque, i tecnici, chiamati proprio per selezionare ed adottare decisioni delle quali la politica si è mostrata incapace di svolgere il ruolo di ricognizione e riconoscimento delle voci di spesa indispensabili e prioritarie, distinguendole da quelle prive di tali requisiti. Voci che vanno disaggregate anche per tipologia. Ci sono gli arredi per uffici, ma anche gli arredi tecnici e gli arredi scolastici. Ma bisogna essere “tecnici” o aver risanato la Parmalat per capirlo? E per non farlo?

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