martedì 23 ottobre 2012

La forzatura sull’accorpamento delle #province: populismo alla disperata ricerca di consenso

Un governo sedicente tecnico, alla disperata ricerca di consenso (ma se è tecnico, perché?), non si fa scrupolo di calpestare ad ogni occasione Costituzione, buon senso ed equità.
La forzatura del Ministro Patroni Griffi sulle province ne è una perfetta rappresentazione. Per carità, nulla di così grave rispetto alle idee propugnate dal Ministro Passera alle parti sociali per l’accordo sulla produttività (una vera e propria cancellazione dello Statuto dei lavoratori), o ai danni che il disegno di legge di stabilità sfornato ancora una volta dalla premiata ditta di tagli lineari del Ministro Grilli 6 Co., più l’ennesimo diluvio di tasse sempre sui soliti.
Tuttavia, l’azione del Ministro della “semplificazione”, che in pochi mesi di attività ha costruito valanghe di nuova burocrazia a tutti i livelli, è realmente esemplare.
Il governo, non pago della forzatura istituzionale di intervenire sull’organizzazione della Repubblica per decreto legge, ha inanellato una serie di perle dopo l’altra, sulle province.
In primo luogo, problema che tutti trascurano, ha creato un caos spaventoso in merito alle loro funzioni. Il 5 settembre avrebbe dovuto vedere la luce un Dpcm che accertasse quali funzioni provinciali fossero regolate da leggi attinenti alla potestà legislativa esclusiva dello Stato. Mai adottato. Il Ministro Patroni Griffi, ministro della “semplificazione”, in un’audizione in Parlamento ha semplicemente (come da suo mandato) affermato che queste funzioni “potrebbero non esistere”. Peccato. Sarebbe stato interessante sapere quali siano. Visto che dette funzioni dovrebbero passare dalle province ai comuni.
Non è una mera curiosità. I cittadini, le imprese, forse, dovrebbero sapere a quale ente rivolgersi per le pratiche da compiere.
Ad esempio, resta ancora, incredibilmente, in piedi il problema della titolarità delle funzioni in tema di mercato del lavoro e formazione professionale. Proprio in una fase di crisi acutissima, proprio quando sempre più cittadini hanno bisogno di questi servizi, non c’è una sola parola di certezza in merito a chi in futuro dovrà svolgerli.
In secondo luogo, il governo ha letteralmente saltato la procedura prevista dall’articolo 133 della Costituzione, spacciando le consultazioni dei Cal come equivalente dell’iniziativa dei comuni ai fini della modifica delle circoscrizioni provinciali. Solo un atteggiamento politicamente benevolo della Consulta potrebbe far passare questo chiarissimo strafalcione costituzionale.
In terzo luogo, a dimostrazione che l’azione dei Cal era solo una copertura da foglia di fico contro una violazione bell’e buona della Costituzione, il Ministro Patroni Griffi prepara e anticipa sui giornali un provvedimento di accorpamento delle province, senza nemmeno aver aspettato gli esiti del lavoro dei Cal.
Un decreto a sua volta incostituzionale al quadrato, se non al cubo. Una mossa ormai disperata, di un governo incartato, avvitato su se stesso, che insulta continuamente i giovani ed i disoccupati, che incrementa le tasse sui ceti più poveri, che dà per scontata una politica deflattiva, contro lo sviluppo e irrimediabilmente volta ad una recessione che, ovviamente, non tocca la finanza e i potentati del denaro. Un governo che, consapevole di tutto ciò, per provare a mantenere un minimo di appeal nei confronti dei cittadini deve necessariamente lanciare “segnali”.
L’argomento delle province, anche a causa di una campagna di stampa populista fino al becero, viene reputato ancora quella sorta di panem et circenses per quei cittadini di bocca buona, ai quali l’accorpamento delle province può nonostante tutto sembrare un’azione in loro favore, in favore di uno Stato più snello, di una maggiore efficienza, di una riduzione dei costi.
Nessuno racconta che, esattamente al contrario, se le province fossero davvero, in quanto tali, un costo, un semplice accorpamento non comporta alcun risparmio. Occorrerebbe solo eliminarle. Nessuno rivela che la legge 135/2012, pur contemplando il “riordino” delle province, non ha previsto un centesimo che sia uno di risparmio sui costi delle province. Qualche cifra in merito ai tagli dei costi circolata sui giornali è riferita esclusivamente a risparmi dello Stato, che avrebbe qualche prefettura ed ufficio periferico in meno: accorpamenti che lo Stato potrebbe tranquillamente compiere, senza andare a toccare l’assetto delle province.
Nessuno osa quantificare i costi dell’eventuale spostamento di patrimonio, contratti, risorse strumentali ed umane dalle province ai comuni o alle regioni. Perché ci sono costi immensi dietro a manovre di questo genere, costi che il populismo ovviamente tiene nascosti, nemmeno menziona.
Non si capisce, poi, il senso del commissariamento per tutte le province a partire dal giugno 2013. Al di là dell’ulteriore evidente incostituzionalità di simile scelta, si potrebbe anche essere concordi col Ministro Patroni Griffi se a quella data fosse chiaro quali funzioni sarebbero chiamate a svolgere le province o fosse completato il complessissimo processo di riallocazione del finanziamento di quelle funzioni, che richiederebbe un ripensamento profondissimo del sistema tributario locale, al quale nessuno sta nemmeno pensando di mettere le mani. Laddove le province dal 2013 svolgessero le sole 4 funzioni fondamentali previste dalla spending review in effetti la pletora di consiglieri ed assessori non servirebbe più a molto.
Anche in questo caso, la scelta del Ministro appare guidata dal populismo, dalla ricerca del consenso, dalla voglia di protagonismo.
Non ci voleva un tecnico per operare scelte molto più serie e razionali. Il problema erano i costi della politica delle province? 130 milioni? La soluzione era semplicissima: imporre la gratuità del mandato politico, salvi solo rimborsi spesa per i trasporti, col divieto di qualsiasi incarico a segretari, staff, addetti stampa e comunicazione e dirigenti e consulenti a contratto e qualsiasi altro tipo di impiego connesso alla funzione politica.
Oppure, il livello provinciale era di troppo? Bastava forzare, come sta forzando in costituzionalmente ora il governo, con una legge costituzionale, che spingesse per la soluzione più logica: assegnare alle regioni le funzioni provinciali, prevedendo che le regioni le erogassero in ambiti e circoscrizioni di area vasta, con rilevante autonomia gestionale.
Invece, così operando, per consegnare la testa delle province ai vari giornalisti alla Gabibbo e ai cittadini che pensano di potersi consolare dagli insulti che continuano a ricevere per esempio dal Ministro Fornero col “riordino” delle province, si creano dei mostri senza né capo né coda. Province più grandi e snaturate, che, incredibilmente, crescendo, perdono funzioni. Le quali non si sa a chi vadano. Con in più città metropolitane di dimensioni pari alla provincia (ma se sono città metropolitane, perché estenderne i confini oltre l’hinterland?) ed un lotto di competenze, comunque non chiaro, quasi pari a quello delle province vecchio stampo. Il tutto retto da commissari non si sa per quanto tempo, con quale ruolo, con quale voglia. Mentre, ovviamente, l’intero apparato politico non farebbe altro, di qua al commissariamento, che tirare i remi in barca o, peggio, assestare pericolosissimi colpi di coda.
Il prezzo del populismo e del “tecnicismo” in salsa finanziaria-amatriciana è molto caro. Lo stiamo scoprendo.

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