giovedì 29 novembre 2012

#Province: non è il riordino ad eliminarle, ma i tagli indiscriminati

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La furia populista contro le province non si è limitata a produrre tre, dicansi tre, interventi normativi d’urgenza con i quali i sedicenti tecnici pensavano di modificare l’assetto di questi enti, convinti delle salvifiche (ma inesistenti) proprietà ai fini del rientro dal debito pubblico. Il vero problema di tutta questa vicenda non è tanto se le province debbano o meno essere abolite o riviste nei loro confini. Lo abbiamo detto più volte: se si trattava di contenere i “costi della politica” un bello sfalcio al numero dei consiglieri e degli assessori o addirittura la gratuità delle cariche, abbinata all’assoluto divieto di attivare incarichi di collaborazione, staff e consulenze, avrebbe ottenuto concreti e solidi effetti, senza creare disastri. Invece, i sedicenti tecnici si mostrano più che sensibili alle spinte populistiche, perché innegabilmente alla ricerca di una riconferma nelle comodissime poltrone nelle quali siedono, che hanno spesso solo sfiorato da consulenti, capi di gabinetto o dirigenti al servizio dei Ministri (una bella rivalsa personale, non c’è che dire). Dunque, sin da subito hanno affrontato la questione del riordino nel modo più sbagliato possibile: interessarsi della composizione degli organi, del sistema elettorale (anche se il disegno di legge posto a trasformare l’elezione da diretta in elezione di secondo grado è dato per disperso), dei confini. Trascurando completamente la questione centrale: le funzioni delle province chi le fa? I sedicenti tecnici si sono incaponiti a seguire i ragionamenti del tutto atecnici e populisti predicati da Stella e Rizzo, accettando l’assunto completamente sbagliato che le province “costino” 12 miliardi di euro, senza rendersi conto – e qui la pecca dell’altro sedicente tecnico, Bondi, un incaricato tecnico da un governo tecnico emerso solo per la totale incompetenza in campo amministrativo, come era logico immaginare da subito – che non si tratta di costi (se non per i circa 3 miliardi legati al personale più il funzionamento degli organi), ma di spesa per servizi. Il Governo, che evidentemente non sa quali funzioni gestiscono le province, né si interessa di apprenderlo, ha fatto di tutto per attivare un’onda di incertezza estrema. Prima, prevedendo di assegnare ai comuni le competenze assegnate alle province dalle leggi attinenti alla potestà legislativa dello Stato, salvo poi non essere nemmeno capace di individuarle e, dunque, di emanare il Dpcm che doveva essere approvato entro il 5 settembre scorso. Poi, limitando le funzioni essenziali delle province solo ad alcune, trascurando incredibilmente il lavoro e la formazione, slegandole da quella dell’istruzione, che invece alle prime due è ovviamente strettamente connessa. Poi, ancora, ribadendo che le funzioni attribuite dalle regioni alle province dovrebbero essere loro sottratte, per essere assegnate ai comuni o riprese in capo alle regioni stesse, senza alcuna valutazione preliminare circa l’ottimale dimensione territoriale (il servizio di assistenza ai disabili audiolesi nelle scuole lo gestiranno i comuni? E come?), senza curarsi minimamente di affrontare il problema della revisione della finanza locale e regionale, prevedendo, comunque, che nelle more del trasferimento delle funzioni da parte delle regioni tutto resti come prima. Nel frattempo, le province sono, ovviamente, private della possibilità di fare una programmazione men che credibile e realizzabile. Soprattutto, le province sono strozzate da tagli violentissimi: 1,7 miliardi alle spese correnti a regime, a partire dal 2013. Il presidente dell’Upi, Saitta, ha espresso purtroppo malissimo, un concetto vero. Questi tagli pesantissimi incidono sui servizi. L’articolo qui allegato segnala quali disagi questo atteggiamento del Governo comporta. Disagi non per le province, ma per i Perché, lo si ribadisce, il gioco non consiste nel fare il Risiko degli enti, ma nell’organizzare chi fa che cosa, con quali finanziamenti. E qui i “tecnici” dimostrano che il populismo cieco e becero li autopromuove agli occhi dei Rizzo e degli Stella, nonché di quella parte di cittadini ormai abituata da anni a farsi affascinare dalla propaganda; ma finisce, a causa della mancanza di volontà di conoscere e guardare il reale stato delle cose, per danneggiare i cittadini. Al di là del danno che il decreto legge 188/2012 potrà fare, se convertito, al sistema, il Governo e i populisti-giovanilisti-modernisti se non escono dall’equivoco e non capiscono che quelle spese, quei 12 miliardi, servono ai cittadini, qualsiasi idea di riforma dell’assetto delle province non potrà che rivelarsi un fallimento. Luigi Oliveri

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