venerdì 8 febbraio 2013

Banali slogan contro i centri per l'impiego #lavoro

L’inchiesta di Walter D’Amario su l’Espresso on line (http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cpi-monumenti-allo-spreco/2199674) “Cpi, monumenti allo spreco”, sia consentito di definirla un monumento a banalità trite, ritrite, condita di una serie di errori. Lo scopo dell’inchiesta era precostituito: dimostrare che si tratta di uno spreco di denaro e, dunque, non v’era alcuna possibilità di evidenziare argomentazioni diverse, per un’analisi più completa, critica e, soprattutto, attenta. Un primo clamoroso svarione è contenuto nella seguente affermazione: “«In Italia il numero degli addetti nei centri per l'Impiego è di circa 10.000 unità per un costo complessivo annuo di 800 miliardi di euro» ci dice Francesco Giubileo, ricercatore presso l'Università di Bologna”. L’autore dell’inchiesta ha poi precisato: “Mi perdonino il refuso: 800 milioni e non 800 miliardi. I dati sono stati forniti da diversi Enti e Istituzioni”. Non si tratta di un refuso e quindi, lo scriviamo con umiltà e simpatia per il cronista, l’errore non è affatto scusabile. Gli “Enti e Istituzioni” non meglio specificati che avrebbero fornito il dato al giornalista probabilmente non sapevano di cosa parlavano. Ma sarebbe stato facile e opportuno verificare l’attendibilità del dato fornito da così arcani “Enti e Istituzioni”. Bastava fare una semplice divisione per farsi venire il dubbio: 800 milioni diviso 10.000 farebbe uno stipendio pro-capite di 80 mila euro lordi all’anno. La cosa non meriterebbe molti altri commenti. Il costo medio pro-capite dei dipendenti degli enti locali (i centri per l’impiego sono uffici delle province ed a loro si applica il contratto collettivo del comparto enti locali) è di circa 32 mila euro lordi l’anno. La verità, dunque, è completamente diversa: il costo del personale dei centri per l’impiego non andrebbe oltre i 320 milioni di euro. Ma la cifra è sicuramente inferiore, perché il numero dei dipendenti dei centri per l’impiego è sicuramente inferiore alla cifra di 10.000 proposta. Ne furono censiti in poco meno di 10.000 nel 2007 da Italia Lavoro. Nel frattempo, tra patto di stabilità e blocchi delle assunzioni, detto personale si è certamente ridotto di diverse centinaia, se non migliaia di unità. Più facile che il personale sia valutable in 8.500 e che 9.000. E, dunque, il costo complessivo per i dipendenti è ulteriormente da ridurre, rispetto alla cifra “sparata” da “Enti e Istituzioni”. Secondo punto. L’inchiesta esordisce: “Chi pensasse di trovare nel Centro per l'Impiego di Roma file agli sportelli, gente che sbraita per la lentezza degli addetti o disoccupati che in silenzio meditano sul lavoro perduto, si sbaglia di grosso. Invece, nel salone immenso del Cpi regna una calma piatta e si aggirano pochissimi utenti”. Non si mette in dubbio che il giornalista abbia riportato ciò che ha visto. L’esperienza comune di tutti i giorni di tutt i centri per l’impiego, tuttavia, è completamente diversa. Non si afferma questo per sottolineare che improvvisamente i Cpi siano divenuti efficientissimi ed il bengodi del mercato del lavoro, ma al cronista doveva venire un sospetto: con l’incremento della disoccupazione e l’obbligo che hanno coloro che hanno perso l’occupazione di rilasciare la dichiarazione di immediata disponibilità (Did) alla ricerca di lavoro, per essere inseriti nelle anagrafiche e poter ottenere dall’Inps le prestazioni sociali, come è possibile immaginare che presso i Cpi non vi sia la ressa che, comunque, possiamo assicurare, invece c’è quotidianamente? Curioso, invece, constatare come nell’articolo alla già detta necessità che i Cpi raccolgano la Did, come presupposto necessario per acquisire lo stato di disoccupazione e chiedere le prestazioni all’Inps, non si faccia nemmeno menzione. E’ evidente che gli “Enti e Istituzioni” non hanno fornito indicazioni nemmeno su questo. Si dà atto che l’inchiesta evidenzi come nei Cpi si svolga moltissima attività legata agli adempimenti amministrativi. Tuttavia, nell’intento di dimostrare a tutti i costi l’inutilità dei Cpi, si lascia l’impressione che essi svolgano tale attività come scelta, essendo invece incapaci di fare attività di collocamento. Le cose non stanno affatto così. I Cpi sono subissati da una serie di adempimenti amministrativi non per propria scelta, ma perché sono un diluvio di norme ad imporle: dalla raccolta, appunto, delle Did, agli inserimenti nelle anagrafiche, dalla raccolta delle comunicazioni obbligatorie di assunzioni che fanno i datori di lavoro, alle certificazioni dello status occupazionale delle persone. Questo mare di adempimenti inchioda la stragrande parte del personale agli sportelli, impedendo loro di svolgere direttamente attività di accompagnamento al lavoro e contatto con le imprese, di carattere massivo. L’inchiesta è molto appiattita sulle tesi in particolare del dott. Francesco Giubileo, che da tempo propone una sostanziale privatizzazione dei servizi o, comunque, un modello del tipo britannico o olandese, per il quale le agenzie private sono finanziate dal sistema pubblico, con un premio per ogni posto di lavoro trovato. Su questo tema, il Giubileo ha scritto, ad esempio, un articolo su La Voce.info (http://archivio.lavoce.info/articoli/pagina1002896.html) “La via inglese al collocamento”, al quale chi scrive aveva già a suo tempo replicato (http://archivio.lavoce.info/articoli/pagina1002941.html ) “Meglio potenziare i servizi pubblici all'impiego”. Si estraggono dall’ultimo articolo citato alcune osservazioni, che vale la pena di riproporre, allo scopo di inquadrare meglio la questione, superficialmente trattata dall’inchiesta de L’Espresso. Per criticare i Cpi, in genere si parte (ed il Giubileo così avvia le sue propste) da un’osservazione: il volume del coinvolgimento dei Centri per l’impiego nella ricerca di personale in Italia è pari al 3,7 per cento, contro il 13 per cento della Germania e il 7,7 per cento della Gran Bretagna. Il corollario, allora, è che i Cpi in Italia non funzionano. Fino a qualche mese fa si proponeva la rinuncia da parte dei servizi pubblici per il lavoro italiani alla funzione di intermediazione, per appaltarla (esternalizzazione) alle agenzie private, assicurando loro un “bonus” per ogni collocazione effettuata, secondo parametri qualitativi e quantitativi. Oggi, invece, dopo un anno di “guerra” alle province si propone con molta più facilità la chiusura totale degli uffici, tacciandoli di servire non ai disoccupati, ma a dare lavoro a chi vi opera, insultando così indirettamente gli addetti ai Cpi, fatti passare per fannulloni e parassiti. Un gioco al massacro dei lavoratori pubblici, in particolare delle province, che non ci si rende conto massacra anche le istituzioni e il rapporto di fiducia di esse con i cittadini che, giustamente, a questo punto reclamano meno tasse e la testa dei parassiti. Nella realtà, l’analisi sull’efficacia dei Cpi appare incompleta. Per stabilire le ragioni del gap tra l’intermediazione effettuata dai Centri per l’impiego italiani e quelli degli altri paesi, occorre un confronto del potenziale e delle risorse investite:

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Si nota che, nel 2007, in Germania il personale dei Cpi pubblici ammontava a 74mila dipendenti; in Gran Bretagna 67mila unità; in Italia non si arrivava a 10mila. Le spese per politiche del lavoro sul Pil in Germania erano il 3 per cento, in Gran Bretagna lo 0,6 per cento, in Italia l’1,3 per cento. I disoccupati per addetto in Germania 48, in Gran Bretagna 24, in Italia 150. Ma, l’Italia risulta perdente sotto quasi ogni profilo nel rapporto anche con gli altri Paesi. Visto l’abisso organizzativo e di risorse che intercorre rispetto alla Germania e alla Gran Bretagna, non c’è da stupirsi se la capacità di intermediazione dei servizi pubblici peril lavoroitaliani sia tre volte e mezzo inferiore a quella dei servizi tedeschi e quasi due volte meno di quella dei servizi britannici. E’ inutile sottolineare l’insufficienza del dato dell’intermediazione, senza verificare quale sia il sistema organizzativo operante. Solo la Spagna appare, dalla tabella sopra riportata, in condizioni simili o peggiori di quelle italiane, ma con un investimento in Pil estremamente più alto. Verrebbe, dunque, da chiedersi di cosa si stia parlando. Di un’inefficienza assoluta, derivante da un cattivo impiego di risorse, equiparabili a quelle degli altri Paesi, oppure di un’inefficienza necessariamente legata all’insufficienza conclamata delle risorse? Per altro, l’articolo de L’Espresso risulta anche contraddittorio. Imputa ai Cpi di non garantire l’occupabilità, perché non fanno sufficiente incontro domanda/offerta, ma si limitano a orientamento e formazione. Anche in questo caso, evidentemente “Enti e Istituzioni” fonti dell’inchiesta non hanno spiegato che per “occupabilità” si intende esattamente questo: la capacità di costruire per la persona un progetto di miglioramento della propria spendibilità nel mercato del lavoro, che necessariamente passi per l’orientamento verso lavori congrui alle propensioni e per una formazione che ne migliori le capacità. Non è un caso chela riforma Fornero abbia posto l’attenzione, nel definire i livelli essenziali delle prestazioni che i Cpi debbono assicurare, proprio all’orientamento e alla formazione. Ancora una volta, si dimostra che le attività che svolgono i Cpi non sono un loro capriccio, ma obbediscono a indicazioni molto concrete del legislatore. L’occupazione concreta, poi, è un’altra cosa, deriva dall’incontro tra domanda e offerta di lavoro. In Italia il problema dell’assoluta carenza di un mercato vero, aperto, conoscibile e democratico è reale e grave e riguarda tanto il pubblico, quanto il privato, che intermedia una percentuale di posti di lavoro ancora inferiore a quelli del pubblico. Le ragioni sono tante. Tra esse la scarsissima propensione dei datori di lavoro di servirsi dei canali ufficiali. Non si rivolgono alle agenzie autorizzate e accreditate, perché la somministrazione di lavoro, in apparenza, costa di più. Non si rivolgono, se non come ultima ratio, ai Cpi pubblici, per timore di incorrere in burocrazia, in ispezioni, nella verifica del rispetto degli obblighi delle assunzioni di disabili. Dunque, il mercato del lavoro italiano è opaco, azionato prevalentemente dalle conoscenze personali, dal passa parola. E’ una questione, certamente, connessa all’efficienza dei servizi, tanto pubblici, quanto privati. Ma anche di cultura, considerando la propensione purtroppo ancora elevatissima a costituire rapporti di lavoro in nero, che ovviamente non passano mai attraverso nessun intermediatore ufficiale. Allora, più propriamente gli interrogativi che inchieste sui Cpi dovrebbero porsi dovrebbero riguardare l’analisi del perché l’Italia dedichi così poche risorse, come mai si pensi alla flexsecurity o a sistemi all’olandese in un mercato del lavoro con molta più disoccupazione di quelli presi a modello e in una fase recessiva e non ci si interroghi su come, al contrario, garantire il potenziamento dei servizi. Uscendo dalle banalità, dalle frasi fatte e dalle tesi precostituite, utili per cercare di far apparire il proprio cognome accanto alle ipotesi di riforma.

2 commenti:

  1. 1. I 32.000 sono lordi. Non c'è nulla da aggiungere 2. Spesso si parla sulla base di presunzioni di conoscenza. Ai centri per l'impiego i locali non costano nulla. Sono messi loro a disposizione senza oneri dai comuni sedi delle circoscrizioni. La stima di 80.000 euro non ha fondamento.

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