mercoledì 20 febbraio 2013

La follia dell'abolizione del valore legale al titolo di studio #merito #Giannino

Dico e ribadisco che Oscar Giannino è una persona seria e un ottimo analista economico. Questa, per altro, ovvia considerazione non esclude, tuttavia, una critica anche forte alle idee che egli, il suo movimento Fare per fermare il declino e molti "liberisti" propugnano. In primis l'abolizione del valore legale del titolo di studio.

Non serve, è vero, avere nè master, nè lauree per candidarsi alle elezioni. Nè, occorre aggiungere, per fare il giornalista.

Il giornalista è essenzialmente un divulgatore, racconta fatti, spiega con parole comprensibili a tutti, tecnicismi e formule elaborate da tecnici.

Ecco, questo sarebbe un passaggio fondamentale da comprendere. Se è vero che in capo a candidati alle elezioni ed a giornalisti non è possibile pretendere master e lauree, immaginiamo, nel nostro Paese, cosa avverrebbe se si eliminasse, come Giannino chiede, il valore legale del titolo di studio.

Fioccherebbero come neve incarichi dirigenziali e di consulenze nella pubblica amministrazione (unico ambito nel quale il valore legale del titolo di studio assume rilievo) a soggetti privi di ogni titolo. Giannino avrebbe potuto essere destinatario di consulenze o di incarichi dirigenziali. Per altro, nei fatti non mancano e non sono certo mancati episodi di assegnazione di simili funzioni a persone non laureate o, comunque, non in possesso del titolo pertinente.

Ora, questo è inaccettabile. Finchè si vuol esercitare l'indirizzo politico, oppure divulgare notizie, va bene tutto. Ma, la funzione tecnica vera e propria è giusto e doveroso sia svolta da chi le competenze le ha studiate.

L'esercizio di funzioni tecniche è diverso da quello di immaginare un indirizzo della società e della politica. Non di rado è capitato di scoprire medici non laureati: immaginiamo il brivido corso dietro la schiena di chi si è affidato alle loro cure.

Come cittadino sarei molto inquieto nel vedere nelle istituzioni ciò che accade nei dibattiti e nei media: sociologi che fanno gli economisti, econonisti che fanno i giuristi, giuristi che fanno i manager. Nessuno che giochi il suo ruolo.

E sempre i "liberal" sono quelli che si riempiono la bocca di parole, come competenze e, soprattutto merito. Alesina e Giavazzi, di recente, hanno avuto anche la dissennata idea di ritenere preferibile che i dirigenti pubblici vengano eletti, invece che selezionati per concorso. Un'idea strana di "merito". Che probabilmente viene inteso non come capacità di eccellere nelle proprie competenze, acquisite con gli studi e attestate da titoli, ma come "merito" di conoscere le persone giuste al posto giusto. Cioè, l'esatto contrario della "meritocrazia" e qualcosa di profondamente, disgustosamente, molto, ma molto italiano, per nulla liberista, nè flessibile, nè moderno.

La regola aurea è diffidare da chi propugna a parole il "merito". Chi lo persegue davvero non ne parla, costruisce le condizioni perchè lo si consegua. 

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