venerdì 22 marzo 2013

Dirigenti cooptati, quanto piacciono alla politica, anche a 5 stelle #M5S #lavoro #PA

E’ difficile da condividere e non stigmatizzare quello che il sindaco di Parma ha dichiarato ieri in un’intervista data alla trasmissione Servizio Pubblico, a proposito delle assunzioni effettuate nel suo comune, in applicazione degli articoli 90 e 110 del d.lgs 267/2000.
In sintesi, il sindaco ha affermato che, in fondo, è stato parco, perché avrebbe potuto assumere 10 dirigenti a tempo determinato, ma si è limitato a soli 2; in secondo luogo, poi, ha rilevato che grazie a queste norme è possibile assumere a tempo determinato, senza effettuare i concorsi e, dunque, senza gravare il comune di rapporti di lavoro a tempo indeterminato.
Purtroppo, la giornalista, evidentemente non addentro alle regole del diritto amministrativo, non ha obiettato nulla.
Eppure, si tratta di dichiarazioni estremamente gravi. Con molta ingenuità, il sindaco di Parma ha svelato quello che tanti suoi colleghi più scafati non dicono: gli incarichi dirigenziali con contratto a tempo determinato sono esattamente lo strumento col quale, senza alcun concorso, i politici costruiscono intorno a loro un presidio di pretoriani, che li sostiene nelle scelte, giuste o sbagliate che siano, unicamente selezionati e cooptati in base ad appartenenza politica.
Esattamente il contrario di quello che prevedono gli articoli 97 e 98 della Costituzione, che pretendono il concorso pubblico per l’accesso agli impieghi nella pubblica amministrazione e lo svolgimento delle funzioni amministrative all’esclusivo servizio della Nazione e non di parti politiche.
Non è per nulla vero che è grazie agli articoli 90 e 110 del testo unico degli enti locali che sia possibile assumere con contratti a tempo determinato senza concorsi.
Esattamente all’opposto, qualsiasi assunzione, anche a tempo determinato, deve sempre essere preceduta da concorsi.
Non si capisce perché per assumere un operaio non qualificato le amministrazioni pubbliche debbano svolgere la procedura selettiva della chiamata al collocamento; o per assumere un istruttore direttivo per tre mesi per sostituire una maternità debbano fare il concorso; mentre si reputa normale che un dirigente o un “collaboratore in staff” del sindaco, con stipendi molto più alti e con contratti fino a 5 anni, possa essere cooptato, scelto direttamente, senza alcuna selezione.
Parafrasando una celeberrima frase, il merito per gli sconosciuti si seleziona, per gli amici lo si dà per scontato e lo si coopta.
Il tutto è frutto dell’inaccettabile presenza nell’ordinamento di norme, quelle citate, cui si affianca l’articolo 19, commi 6 e seguenti, del d.lgs 165/2001, che permettono alla politica di attorniarsi di dirigenti assunti senza concorsi. Esattamente le stesse regole che hanno consentito al comune di Parma di chiamare 47 dirigenti con queste modalità, che hanno fatto poco o nulla, per evitare il disastro finanziario di quell’ente.
Che siano 2, invece di 47, oggettivamente poco importa: il vulnus alla Costituzione resta, il metodo operativo non cambia.
Dirigenti esterni a tempo determinato sono un vero e proprio costo della politica, perché al netto di quelli, che certamente non mancano, chiamati per evidenti meriti e capaci di svolgere con imparzialità e autonomia il proprio lavoro, tantissimi, troppi, sono intronati nei loro incarichi esclusivamente per ragioni di appartenenza politica, proprio perché non sono né autonomi né terzi.
Il sindaco di Parma appartiene a quella forza politica che più di altre (ma ormai tutte si adeguano al vento) vede l’eliminazione delle province come la panacea dei mali della “casta” e della spesa pubblica.
Perfino il Ministro Giarda, nel suo cervellotico rapporto di fine mandato, ha dimostrato che al massimo dall’eliminazione delle province, si ricaverebbe una minore spesa di massimo 500 milioni all’anno. Ma nessuno ha mai affrontato il problema dei costi amministrativi di un’operazione immensa, né si è ancora posto (in Sicilia meno che mai) la questione di come modificare alla radice l’assetto della finanza locale, del patto di stabilità e dell’esercizio delle funzioni.
Invece, una riforma immediata, che non comporterebbe alcun costo amministrativo e produrrebbe da subito risparmi ben maggiori sarebbe quella banale e logica, fin troppo logica perché rispettosa della Costituzione, di abolire subito, una volta e per sempre gli incarichi dirigenziali a contratto e le consulenze e collaborazioni esterne. Soltanto queste ultime, nel 2011 (dati del Conto annuale del personale) hanno implicato una spesa di oltre 2,5 miliardi (5 volte il massimo del risparmio derivante dall’abolizione delle province).
Secondo i dati della Corte dei conti, sezioni riunite, delibera n. 13/2012/Contr/Cl contenuti nella relazione sul costo del lavoro pubblico 2012, nel 2010 su 6.884 dirigenti di ruolo, nel comparto regioni-autonomie locali ben 2.199 sono dirigenti a tempo determinato, per un'incidenza pari al 32%. Ma, aggiungendo anche i 902 dirigenti extra dotazione organica, tale incidenza sale al 45%. Il massimo previsto dalla sciagurata introduzione del comma 6-quater nell’articolo 19 del d.lgs 165 2001 sarebbe il 20%.
Con una retribuzione media dei dirigenti di 45000 euro, anche ad avere “solo” due dirigenti a contratto negli 8000 enti locali 3000*45000 la spesa sarebbe di 720 milioni. Poiché, come visto, i dirigenti a contratto sono 3000 circa, nel solo comparto regioni autonomie locali si risparmierebbero 135 milioni. Ma la cifra è molto più realisticamente vicina ai 200 milioni, perché le retribuzioni dei dirigenti a contratto sono regolarmente molto più alte.
La realtà è che la dirigenza a contratto fa molto comodo alla politica, di qualsiasi colore, così come poter fare a meno dei concorsi è un’attrazione irresistibile, visto che il potere di “nominare” è per tutti irrinunciabile. Per tutti, anche per chi predica “merito” e metodi “nuovi”.

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