giovedì 18 settembre 2014

#lavoro Per Giannino dobbiamo essere tutti cottimisti, chiamati a settimana e pagati a pezzo?

Non capisco, dal ragionamento svolto da Oscar Giannino su Il Messaggero del 18 settembre, per quale ragione:
A) l'imprenditore non può investire "per sempre" (sempre? Il rapporto di lavoro dura qualche decennio) sul lavoro, perchè la produzione la può programmare a settimane;
B) può, però, investire in mutui anche trentennali, in macchinari o immobili;
C) può, però, investire in prodotti finanziari pluriennali;
D) può, però, investire in titoli pluriennali del debito pubblico;
E) può, però, in generale compiere operazioni di indebitamento ed investimento a fini di espansione produttiva o solo, come troppo spesso avvenuto, di ottenere plusvalenze non dalla produzione, ma solo da operazioni finanziarie.
È chiaro ed evidente che tutto quanto dalle lettere b) e e) è assolutamente legittimo. Non è chiaro quale beneficio vi sia, invece, nel considerare il lavoro solo un costo, solo un fattore di produzione, mai un investimento, al di là delle prese per i fondelli di quando, però, si parla dei lavoratori in termini di "risorse umane" o, peggio, di "capitale umano".
Considerare il lavoro un fastidioso ammennicolo, da utilizzare a singhiozzo se proprio non se ne può fare a meno è la causa principale dell'assenza di produttività. Che produttività si vuole da un sistema che considera il lavoro utile solo se trasformato in un cottimo, se non una corvee, ma comunque una cortesia calata dall'alto, senza investirvi, senza formare, senza specializzare?

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