venerdì 17 ottobre 2014

#leggedistabilità #province quelle #spese inutili che andrebbero vietate a tutti

Non si sa quanto volontariamente e, comunque, solo nei confronti delle province, il disegno di legge di stabilità per una volta fa vera e utile (solo in parte, comunque) spending review.
Infatti, introduce il divieto assoluto, ma, si ribadisce, solo per le province di:
1. spendere risorse per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e spese di rappresentanza;
2. attivare assunzioni a termine per gli staff degli organi di governo;
3. effettuare assunzioni per dirigenti a contratto;
4. attivare incarichi di studio e consulenza.
Si dirà: queste misure di contenimento sono state pensate solo per le province, proprio perché si tratta di enti destinati a chiudere. Certo.
Ma, se il legislatore mentre colpisce le province sul piano finanziario con una durezza mai vista per nessun altro ente, indica quali spese sono vietate in una fase, per così dire, di liquidazione, contemporaneamente rivela un fatto che, in realtà, è noto a tutti: si tratta di spese ASSOLUTAMENTE INUTILI.
Infatti, in una fase di restrizione e chiusura di qualsiasi ente od organizzazione, le prime spese ad essere eliminate sono esattamente quelle che non portano alcun valore aggiunto.
La norma è la certificazione che l’ordinamento italiano continua assurdamente ad ammettere spese che assolutamente non è possibile permettersi, province o non province.
Basti pensare ad una semplicissima stima: secondo le rilevazioni della Corte dei conti, il numero dei dirigenti a contratto negli enti locali è di circa 1600; ponendo una spesa media di 70.000 euro lordi l’anno, la dirigenza politicizzata ogni anno costa all’incirca 112 milioni. E’ noto, dalle rilevazioni della Funzione pubblica, che consulenze e studi gravano ogni anno sul bilancio pubblico per circa 1 miliardo. Nessuno è mai stato in grado di computare con esattezza i mille rivoli della spesa del tutto inutile per relazioni pubbliche e rappresentanza. Ma si tratta di cifre come minimo a 5 zeri.
Se la spending review fosse davvero una cosa seria, e non una serie di aneddoti sugli ombrelli degli ufficiali delle forze armate, è evidente che prima ancora di andare a puntare su obiettivi tra il velleitario e l’involontario umoristico, come le illuminazioni comunali spente, proprio spese come quelle che il disegno di legge di stabilità vieta seccamente alle province dovrebbero essere vietate ora e per sempre a tutte le pubbliche amministrazioni.
Tutti vanno alla disperata ricerca del concetto di “spreco”. Queste voci, insieme a quelle dei contributi a pioggia dati da ogni ente a sagre e pizzate, sono un monumento gigantesco alla spesa inutile.
Eppure, le si vieta solo ed esclusivamente per le province, nonostante un potenziale di risparmio certo ed a regime vicino ai 2 miliardi almeno.
Non solo. Se la spending review, così come la riforma della pubblica amministrazione, fosse una cosa seria, il Governo che vara la legge di stabilità che certifica dell’inutilità delle voci di spesa elencate sopra, tra le quali quella per gli addetti agli staff degli organi di governo, non avrebbe adottato il d.l. 90/2014, convertito in legge 114/2014 che triplica il numero dei dirigenti a contratto assumibili dagli enti locali (leggasi, oggi, solo i comuni), né avrebbe previsto la possibilità che gli stessi enti locali (leggasi, oggi, sempre solo i comuni) possano assumere dipendenti degli staff di sindaci ed assessori pagandoli come dirigenti, anche se privi di laurea.
La risposta la dà il grande Luigi Pirandello: Ma non è una cosa seria. Dunque, i tagli a spese totalmente inutili e controproducenti resteranno circoscritti alle sole province; gli altri enti potranno continuare a sperperare allegramente risorse per fini assolutamente slegati ai bisogni di una spesa intelligente.
La legge di stabilità, tuttavia, nell’elencare le spese vietate alle province c’è andata anche fin troppo pesante, non consentendo loro di effettuare nessuna assunzione di carattere flessibile. Qui, torna il legislatore che non si accorge che la PA è un’organizzazione che ha bisogno di flessibilità, come i privati. E’ paradossale che al privato sia consentita qualsiasi forma di contratto diverso da quello a tempo indeterminato, mentre nel lavoro pubblico le forme di rigidità sono al titanio rinforzato di granito.
Il legislatore, evidentemente del tutto ignaro di quel che fanno le province (per questo le vuole eliminare: basta non sapere per essere convinti che un ente sia inutile), non si rende conto che esse svolgono una miriade di servizi con personale flessibile: la gestione degli uffici turistici, ovviamente caratterizzata da amplissima stagionalità; oppure, la didattica nei centri di formazione professionale, interessati come le scuole da supplenze e dalla necessità di fare fronte alle nuove materie. Ma, tanto, con i tagli immensi appioppati alle province, lo svolgimento dei servizi è veramente solo uno dei tanti altri problemi. Peccato che a subirne le conseguenze saranno i cittadini.

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