domenica 9 novembre 2014

#comuni una mala gestio nascosta ad arte con le #province capro espiatorio

Il Fatto Quotidiano del 9 novembre ha pubblicato un’interessantissima inchiesta sugli sprechi dei comuni e della loro lobby, l’Anci. A conferma delle storture paradossali con le quali deve fare conto un sistema, il quale fa di tutto per operare riforme solo di facciata, capaci di garantire sempre lo status quo.

I giornalisti del Fatto raccontano di aver avuto modo di vedere accesso a qualcosa tenuta segreta meglio ancora del terzo segreto di Fatima: gli esiti del lavoro sui “fabbisogni standard” dei comuni elaborati dal Sose (e qualsiasi imprenditore o professionista sa bene di chi si tratti, sol che pensi agli “studi di settore”) e dall’Ifel, Istituto per la Finanza e l'Economia Locale, una fondazione dell’Anci.

Si tratta di dati riferiti agli anni 2009 e 2010, raccolti tra il 2010 e il 2011, che avrebbero dovuto avere lo scopo di evidenziare i fabbisogni dei comuni, per sostenere le loro attività e, così, individuare i fabbisogni “standard”, cioè uguali per tutti e permettere di ricostruire la simmetrica spesa standard, sconvolgendo totalmente il sistema di assegnazione dei trasferimenti nazionali e della finanza locale.

I dati, se conosciuti ed applicati, avrebbero il potenziale devastante di far capire esattamente dove siano e come si formino gli sprechi e quali siano, e quali no, i comuni virtuosi.

Non sarà un caso, allora, come del resto ipotizzano i giornalisti del Fatto, che non se n’è fatto niente. Nemmeno il commissario alla spending review Cottarelli, che del dossier era a conoscenza, ha potuto molto: anzi è andato violentemente a sbattere.

Sì, perché l’Anci è potentissima, molto più di quanto non si creda: basti riflettere sul fatto che un suo ex presidente è l’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio ed il sottosegretario alla Funzione pubblica è l’ex direttore generale dell’Anci medesima; un ex sindaco, ancora, è l’attuale presidente del Consiglio.

E certi dati, non fa piacere che si conoscano. Ma, qualcuno, l’inchiesta del Fatto ne riporta: “Basta qualche cifra per riassumere gli sprechi che l'Anci riconosce: in Abruzzo pulire un metro quadro di proprietà comunale costa in media 10,40 euro. Ma è una media del pollo in stile Trilussa, perché i Comuni più virtuosi (il 25 per cento che spende meno) pagano soltanto 5,19 euro, quelli meno efficienti (il 25 per cento più spendaccione) 12,2 euro. C'è anche chi riesce a spendere, sempre per un singolo metro quadro, 84,5 euro. E queste sono le differenze dentro una sola Regione. Giusto per stare alle pulizie, c'è un Comune in Veneto che riesce a sborsare addirittura 2.078,6 euro. Rispettosi del principio per cui si dice il peccato ma non il peccatore, il dossier portato a Cottarelli al ministero del Tesoro indica soltanto numeri senza nomi”.

E’ evidente che nessuno intenda davvero mettere mano alla situazione. Non certamente il Governo, che esattamente al contrario della logica di fabbisogni e costi standard, prevede nella legge di stabilità 2015 l’ennesimo taglio lineare, cioè uguale per tutti, virtuosi e non virtuosi.

Su questo taglio i comuni stanno creando non poca bagarre. Ma, la cifra di cui si parla, 1,2 miliardi, certo ponderosa, fa solo il solletico ad un sistema di enti la cui spesa totale ammonta a 78,9 miliardi, il 10% della spesa complessiva dello Stato. Un taglio di 1,2 miliardi corrisponde all’1,5% della spesa complessiva dei comuni. Basta paragonare tale taglio a quanto si impone alle province: 1 miliardo, ma a fronte di una spesa di 10 miliardi circa, esattamente il 10%, dieci volte tanto il sacrificio richiesto ai comuni.

Un sacrificio che, applicando una media assolutamente becera, dividendolo, cioè per gli 8100 comuni esistenti, imporrebbe un taglio medio di poco meno di 150 mila euro ciascuno.

La storia recente, per altro, insegna che nonostante tutti i molteplici tagli che da anni i governi nazionali impongono ai comuni, nella realtà tali enti non hanno mai abbassato la loro spesa. Le operazioni finanziarie poste in essere con i “tagli” si sono regolarmente trasformate in gigantesche partite di giro: ciò che lo Stato non ha più trasferito ai comuni è stato sempre compensato da incrementi ponderosi di autonomia fiscale e, dunque, in spaventosi aumenti delle imposte locali.

Secondo le tavole elaborate dall’Istat sui consuntivi dei comuni, nel 2001 la loro spesa complessiva fu di 82,7 miliardi circa; a 10 anni di distanza, nel 2011, per effetto dei “tagli” subiti, tale spesa è aumentata? Proprio per niente, è addirittura salita a 84 miliardi. Il dato dell’Istat è leggermente diverso da quello riportato sopra dei 78,9 miliardi, desunto dal Def, perché conta gli impegni di spesa registrati nei conti consuntivi.

Come si dimostra, i comuni non hanno affatto ridotto la spesa, nonostante i tagli. E perché, questo? Guardiamo il volume delle entrate tributarie. Nel 2002 ammontavano a 22 miliardi; nel 2011 sono passate a 33 miliardi, con l’incremento mostruoso del 50%.

E’ evidente che i numeri parlano da soli: molte cose nella gestione amministrativa dei comuni non vanno, moltissimi potrebbero essere i correttivi ad una spesa e ad un volume di pressione fiscale eccessivi.

Come si nota, tuttavia, i dati elaborati e raccolti non vengono utilizzati e con la manovra 2015 si ripropone sempre la stessa ricetta: tagli lineari facilmente recuperabili con l’incremento delle imposte locali. Che fa comodo anche all’Anci e all’Ifel: non tutti sanno che una parte delle entrate da Imu va a finanziare appunto la fondazione dell’Anci. Cioè, tasse dei cittadini sono fonte di entrata di una fondazione che appartiene ad un’associazione dei comuni, una sorta di Confindustria comunale. La domanda che chiede perché questo possa avvenire resta ovviamente senza alcuna risposta.

E’ altrettanto evidente che in questo quadro, l’attenzione spostata sulle province non è altro che una conseguenza. Le campagne mediatiche sui “costi della politica” sono state utilizzate, in primis dall’Anci, per puntare l’attenzione su una spesa, quella delle province, pari a poco più dell’1% del totale della spesa statale, pur di non intaccare i volumi di spesa 10 volte maggiori dei comuni (per non parlare di quelli delle regioni e dello Stato), dove, per la legge dei grandi numeri, sicuramente sarebbe più semplice intervenire per ottenere non solo risparmi veri e consistenti, ma riorganizzazioni profonde.

La manovra sulle province distrae l’attenzione e lascia passare sotto silenzio un sistema gestionale nei comuni estremamente lontano dall’efficienza (ovviamente, nel suo complesso, perché non mancano esempi di comuni ottimamente amministrati). Insomma, per lasciare le cose come stanno, la lobby Anci fa il suo mestiere: chiede riforme che non riformano nulla a svantaggio dei propri rappresentati, punta cinicamente su un capro espiatorio meno forte, da mostrare al demos come frutto di versi che cambiano solo nella forma.

L.O.

 

 

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