sabato 29 novembre 2014

#province Comuni e regioni si accorgono del disastro #Delrio, ma tardi

Da anni, ormai, chi scrive evidenzia le imperdonabili pecche, carenze, gli errori marchiani ed il caos devastante della riforma delle province, la legge 56/2014, nota come riforma Delrio.

E’ stato innescato un ordigno ad orologeria che sta già producendo deflagrazioni micidiali in termini di servizi (non più) resi ai cittadini, ha privato i cittadini del voto e sta aggiungendo ulteriore confusione, per il combinato effetto del disegno di legge di stabilità.

Il Governo, infatti, accortosi (non ci voleva un genio) che la legge 56/2014 non avrebbe prodotto un centesimo di risparmio, in quanto prevede che con lo spostamento delle funzioni dalle province a regioni e comuni, si dovessero spostare anche i finanziamenti necessari, ha pensato bene di agire, come sempre, a forfait. Dunque, con la legge di stabilità apporta presunti “tagli” alle province, per la spaventosa incidenza a regime di oltre il 30% del volume della spesa totale, che sale quasi al 45% di quella corrente, senza attendere gli effetti del processo di dismissione delle funzioni.

In questo modo, il Governo accelera ed ingigantisce gli effetti della riforma, slegandola totalmente dalla sostenibilità e dalla realtà.

A ben vedere è lo stesso disegno di legge di stabilità del Governo a dimostrare che la riforma Delrio è solo un flop del quale si poteva e doveva fare a meno.

Parole eccessivamente drastiche e dure di chi non vuole avvedersi dei benefici (?) della riforma, a parte i benefici che ne possono trarre i giornalisti dei media che da anni hanno lanciato la campagna populista e controproducente sull’abolizione delle province? Non diremmo.

Se c’era un apparato di soggetti contentissimo della riforma delle province, perché di fatto essa le fa diventare “subordinate” ai sindaci, in particolare nel caso delle città metropolitane, era l’Anci, associazione nazionale dei comuni. Per mesi, l’Anci non ha fatto altro che sostenere e spingere la riforma, cinguettando in armonia col prima Ministro per gli affari regionali e poi Sottosegretario alla presidenza Delrio, per altro suo ex presidente, e con tutto il Governo, che sindaci ed ex esponenti dell’Anci ne accoglie parecchi nei propri ranghi.

Ecco, ora, con gravissimo ritardo, l’Anci, per voce del presidente Piero Fassino, sindaco di Torino e renziano di comprovata fede, ha dichiarato su Italia Oggi di giovedì 27 novembre: “Abbiamo sbagliato a convincere e a convincerci che le Province non servivano. I nuovi enti di secondo livello che ne prenderanno il posto rischiano di nascere monchi, poiché c'è confusione sulle competenze, sulle risorse, sui debiti. Se il governo non cambierà il contenuto della legge di stabilità non ci saranno i soldi per gestire la Città metropolitana”.

Tardi, troppo tardi, l’Anci scopre che la riforma delle province, se queste vengono private della possibilità di spendere 3 dei circa 10 miliardi del loro volume di spesa totale (l’1,15% della spesa pubblica totale…), rischia di diventare una nuova insostenibile spesa per i comuni: sia perché i sindaci dei capoluoghi destinati a dirigere le città metropolitane riceveranno un ente già fallito senza nemmeno essere nato, sia perché comunque il comparto dei comuni rischia (anzi, è certo) di prendersi in corpo nuove funzioni, senza soldi per gestirle e senza nemmeno personale.

Di questo se ne sono accorte anche le regioni. Il presidente della Conferenza delle regioni, Sergio Chiamparino (presidente del Piemonte), altro renziano di ferro, cosa ne dice? Riportiamo un altro passaggio di un articolo di Italia Oggi dello scorso 28 novembre: “In attesa di saperne di più la prossima settimana (giovedì prossimo è prevista una nuova riunione dell'Osservatorio nazionale), vi sono due certezze. Primo: le risorse riconosciute alle province dalla legge di stabilità 2015 non bastano a gestire le funzioni fondamentali. Secondo: le regioni non accettano che i costi del personale provinciale in esubero venga scaricato sui governatori. Chiamparino lo ha detto chiaramente. «L'emendamento che sta circolando è preoccupante», ha dichiarato prima di entrare in Conferenza unificata, «in sostanza si definiscono procedure che scaricano i costi del personale che non trova sistemazione nelle nuove pro vince sulle regioni». «Questa operazione», ha proseguito Chiamparino, «sarebbe un ulteriore taglio alle regioni. Se ci riducessero di un miliardo i tagli, ci faremmo carico del personale delle province»”.

Chiamparino ha capito ancor più e meglio di Fassino quello che c’è in gioco: cioè semplicemente un’operazione di rimescolamento delle carte, un tourbillon di funzioni, competenze e personale, che farà girare a vuoto decine di migliaia di dipendenti delle province tra decine e decine di enti, i quali dovranno accollarsi un costo certo di circa 1 miliardo di euro (pari a circa la metà del personale provinciale considerato artificialmente in esubero, vedremo a breve perché), oltre ad altri 2,5 miliardi circa per gestire le funzioni “non fondamentali” fini qui svolte dalle province.

Ma, il rischio vero è che tali funzioni non vengano più svolte per nulla. Intanto, alcune province hanno già dismesso le funzioni “fondamentali”, come la manutenzione delle scuole e delle strade. Sì, perché il processo di depauperazione delle risorse per consentire alle province di svolgere le loro attività in realtà parte da prima ancora della legge di stabilità, con le leggi finanziarie di Monti e dello stesso Letta, che avevano tagliato 2 miliardi, ai quali si sono aggiunti i 575 milioni previsti dal d.l. 66/2015. Il che ha portato tutte le province, tutte, a non potere rispettare il patto di stabilità interno e circa una trentina ad andare in dissesto. Tutto questo, non per mala gestio, ma per tagli alle spese (ma non sempre si tratta di tagli, come vedremo) totalmente insostenibili.

Tra le funzioni “non fondamentali” delle province, c’è quella, per esempio dell’aiuto allo studio per gli allievi disabili sensoriali di ogni ordine e grado: una spesa media per provincia di un milione, 107 milioni circa, stimabili. Per effetto dei tagli, laddove questa funzione sia attribuita ai comuni o alle regioni, questo volume di spesa ricadrebbe su di loro. E già da qualche parte, per assenza di soldi e per l’incertezza su chi deve provvedere (vedi la Sicilia, che a proposito di province deve portare la sua Crocetta), il servizio semplicemente non è più reso.

Vediamo, allora, come la legge di stabilità si incunea nella riforma delle province, già di per sé estremamente controversa ed arruffata, contribuendo a creare una situazione di in gestibilità delle funzioni, sia “obbligatorie” che non, a tutto svantaggio dei cittadini.

E’ utile esporre gli effetti devastanti della legge di stabilità, a partire dagli slogan con i quali si insiste a descrivere nei media la riforma Delrio, slogan che, purtroppo, sono fatti propri dal Governo che mostra di agire come se le disposizioni normative e, soprattutto, i conti fossero completamente diversi. Vediamo perché gli slogan sono infondati.

I “tagli” previsti dalla legge di stabilità 2015, anticipati in parte dal d.l. 66/2014, sono attuativi della legge Delrio.

Le cose non stanno così. I “tagli” sono stati disposti dal Governo in modo lineare e forfettario (ricordiamo: 1 miliardo nel 2015, 2 miliardi nel 2016 e 3 miliardi nel 2017), prima ancora addirittura che partissero le analisi delle funzioni da trasferire e dei loro costi, previsti dal Dpcm attuativo della riforma.

In effetti, eventuali risparmi conseguenti alla riforma, come essa stessa prevede, si sarebbero dovuti quantificare solo a seguito del trasferimento delle funzioni non fondamentali dalle province a regioni o comuni, perché solo a valle del processo si sarebbe potuto comprendere se e quali spese avrebbero potuto essere ridotte.

La legge di stabilità apporta una serie di “tagli” alla spesa delle province.

Anche questa affermazione risulta sbagliata. Si parla, è vero, di “tagli”, ma in realtà la legge di stabilità impone alle province di sostenere una nuova forma di spesa, appunto per un importo complessivo di 1, 2 e 3 miliardi tra il 2015 e il 2016 (che si aggiungono a precedenti tagli per circa 2,3 miliardi operati tra il 2011 e il giugno 2014).

Non si tratta di minore spesa, dunque, ma dell’obbligo per ogni provincia di destinare parte rilevantissima della propria spesa corrente al bilancio dello Stato, a detrimento delle spese per servizi.

I “tagli” imposti alle province consentono di ridurre la pressione fiscale.

Proprio perché non si tratta per nulla di tagli, ma di pagamenti che le province sono obbligate a rivolgere allo Stato, non si ha alcuna diminuzione della pressione fiscale.

In altre parole, le province dovranno mantenere intatto il loro volume di entrate, di circa 10 miliardi, ma, nel 2017 a regime, 3,5 miliardi di entrate proprie dovranno spenderli a beneficio dello Stato.

Infatti, sia il d.l. 66/2014, sia la legge di stabilità prevedono che, laddove qualche provincia sia riottosa a trasferire allo Stato la spesa indicata sopra, l’Agenzia delle entrate invece di destinare alle province le entrate derivanti dall’imposta provinciale sulle trascrizioni dei veicolo (la principale fonte di entrata tributaria delle province), la versi allo Stato. Il che, impedisce, dunque, di ridurre le tasse riscosse dalle province, le quali costituiscono la garanzia che nel bilancio dello Stato confluiscano davvero i miliardi previsti dalla legge.

I “tagli” previsti consentono comunque alle province di gestire le funzioni “fondamentali”[1].

Niente affatto. Ad oggi, la spesa complessiva delle province di circa 10 miliardi è destinata:

  • - per circa 1,5 miliardi alle funzioni non fondamentali;

  • - per circa 6,5 miliardi alle funzioni fondamentali (di cui 2,5 in conto capitale);

  • - per circa 2 miliardi alle spese di personale.


Consideriamo che 4,5 miliardi sono incomprimibili, perché 2,5 destinati a investimenti e gli altri 2 alle spese di personale (a meno di un’oceanica procedura di licenziamento dei 56000 dipendenti provinciali).

Tuttavia, si può stimare che il 40% del personale in servizio sia dedicato allo svolgimento delle funzioni non fondamentali, da trasferire a regioni o comuni.

Dunque, in applicazione delle indicazioni generali della riforma, in linea teorica una volta sottratte alle province le funzioni non fondamentali (compresa la spesa di personale) bisognerebbe trasferire agli enti destinatari 800 milioni (per personale) più 1,5 miliardi, per complessivi 2,3 miliardi. Questi soldi, secondo la riforma, debbono essere finanziati dalle province, per le quali, dunque, non si tratta di un risparmio, ma della conferma di una spesa già esistente, anche se non più gestita direttamente da loro.

Sicchè, alle province resterebbe a regime una disponibilità di spesa “autonoma” di 8,7 miliardi circa. Ma, 2,5 miliardi sono da destinare a spese in conto capitale e 1,2 miliardi al personale restante. Dunque, per servizi resterebbero spendibili 5 miliardi. Tuttavia, a regime le province debbono spendere 3 miliardi da dare allo Stato. Per cui, per le funzioni fondamentali restano 2 miliardi invece di 5.

I risultati finali dell’operazione sono: la creazione di un buco di 3 miliardi (guarda caso il taglio a regime dal 2017); il mantenimento della pressione fiscale provinciale; la riduzione, a parità di tasse pagate, dei servizi erogati; il pericolo che gli enti subentranti (regioni e comuni) finanzino le funzioni ex provinciali con maggiore imposizione fiscale propria.

Morale della favola, il Governo non sa più che pesci pigliare, visto che regioni e comuni hanno fatto capire di non voler portare la croce di una riforma devastante e di scelte di finanza pubblica oggettivamente dilettantistiche.

Ecco, allora, che il problema del personale (uno solo tra i tanti, come si vede) il Governo pensa di risolverlo con un emendamento che, di fatto, è una riforma della legge Delrio, in quanto ne smonta completamente la logica. L’emendamento, invece di prevedere il transito dei dipendenti provinciali addetti alle funzioni non fondamentali verso gli enti destinatari del loro riassetto, li pone d’amblè in esubero, prevedendo il paradosso che la gran parte di essi andranno non verso gli enti che subentrerebbero alle province nella gestione delle loro funzioni, ma verso amministrazioni periferiche dello Stato.

Per altro, il maxi emendamento che si presenta, lascia aperta eccome la possibilità che alla fine il processo lasci a casa tantissimi dipendenti provinciali: da un lato, infatti, si estende la possibilità di un pensionamento con requisiti ante riforma Fornero fino al 2018, dall’altro non si fa scrupolo di prevedere che al termine del percorso per molti dipendenti provinciali non resti che la riduzione del tempo di lavoro (e dello stipendio) o il licenziamento.

Insomma, la riforma sgangheratissima, sta producendo gli unici effetti concreti che poteva produrre:

  1. a) caos;

  2. b) inefficienza;

  3. c) riduzione dei servizi;

  4. d) nessuna riduzione della spesa e delle tasse;

  5. e) rimpiattino tra Stato, regioni e comuni sulle competenze;

  6. f) rischi concreti di lavoro per circa 25.000-28.000 persone, proprio in tempi di recessione;

  7. g)


In conclusione, era facile prevedere che, sebbene in ritardo, Anci e regioni si accorgessero degli immensi guai di questa riforma sgangherata. Un’altra previsione è semplicissima: tra 5-10 anni, quando quegli stessi giornalisti che hanno urlato al “dalli alle province” sforneranno inchieste sui danni della riforma e, comunque, sarà ancora più evidente quanto male sia stata congegnata, si tornerà indietro. La cosa triste è che nessuno pagherà.

 

 

 

[1] a) pianificazione territoriale provinciale di coordinamento, nonchè tutela e valorizzazione dell'ambiente, per gli aspetti di competenza;

  1. b) pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale, autorizzazione e controllo in materia di trasporto privato, in coerenza con la programmazione regionale, nonchè costruzione e gestione delle strade provinciali e regolazione della circolazione stradale ad esse inerente;

  2. c) programmazione provinciale della rete scolastica, nel rispetto della programmazione regionale;

  3. d) raccolta ed elaborazione di dati, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali;

  4. e) gestione dell'edilizia scolastica;

  5. f) controllo dei fenomeni discriminatori in ambito occupazionale e promozione delle pari opportunità sul territorio provinciale.

2 commenti:

  1. Si potrebbero avere almeno gli estremi del maxi emendamento? È' già stato approvato?
    Saluti da Un dipendente provinciale apolitico e asindacale

    Marco guglielmi

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  2. Scusi ma potrebbe rispondere ogni tanto gent. dott. Olivieri, o Lei usa questo blog per cantarsela e suonarsela da solo?

    Saluti

    Marco

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