domenica 18 gennaio 2015

#Lavoro #GaranziaGiovani corretta: droga al mercato e regali alle imprese

L’Italia non riesce a venire fuori dalla logica secondo la quale per favorire occasioni di lavoro occorre letteralmente pagare i datori, con forme più o meno surrettizie, per altro talmente incoerenti che ogni sistema di “incentivazione” ad assumere finisce per fagocitarne un altro.

L’esempio lampante è dato dal programma fallimentare di Garanzia Giovani, basato su presupposti totalmente perdenti:

  1. la sottoposizione a schemi operativi propri della gestione del Fse, che richiedono troppo tempo tra la raccolta dell’offerta (le candidature dei giovani) e l’acquisizione della domanda (le richieste delle imprese), per abbinarle; da qui, il numero di proposte di lavoro o tirocinio estremamente inferiore alle candidature;

  2. l’assenza totale di un sistema di incentivazione della domanda di lavoro, cosa che avrebbe dovuto essere al centro del progetto, insieme alla formazione: cioè, predisporre strumenti di avvicinamento al lavoro e qualificazione dei giovani, inducendo le imprese a manifestare pubblicamente le domande, incentivando i servizi per il lavoro, pubblici o privati, ad intermediare, e riservando premi economici solo alle imprese disposte a pubblicizzare le domande;

  3. la previsione di premi solo a risultato, senza curarsi dei costi di processo, come se un sistema di avvicinamento di soggetti molto deboli al mercato del lavoro non presupponesse interventi appunto formativi, orientativi e di riqualificazione quali premessa necessaria per il successivo incontro domanda/offerta; infatti, le intermediazioni sono pochissime.


A molti mesi dall’avvio del progetto, il Ministero del lavoro finalmente si accorge dei tanti, troppi difetti del sistema, per impegnarsi, come spiega il Sole24Ore del 18 gennaio, nella solita correzione in corso d’opera. Mai che un progetto, una legge, un decreto siano studiati a monte in modo da essere utili ed efficienti.

Purtroppo, le correzioni perseguono la strada sbagliata. Un primo fattore da correggere è quello della “profilazione” degli utenti. Il progetto ha previsto 4 classi di svantaggio: dai meno ai più svantaggiati.

La profilazione è una bella idea, gestita in modo pessimo. Si poteva immaginare che fosse frutto dei colloqui di orientamento, ma nulla di tutto ciò. E’ un banalissimo sistema gestito automaticamente dai software, basato su titolo di studio, età, sesso e residenza.

Sta di fatto che la gran parte dei giovani NEET (che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro) sono stati classificati nelle classi dei meno svantaggiati. Insomma, in Italia sembra che abbiamo giovani svantaggiati, sì, ma non troppo.

Questo fa sì che siano proporzionalmente più bassi sia gli incentivi ai servizi pubblici ad attivare tirocini o offerte di lavoro, in tali incentivi economici crescono al crescere della condizione di svantaggio del giovane, sia il bonus occupazione, cioè l’importo risconosciuto all’azienda che assuma il giovane.

Il Ministero di Via Veneto, dunque, metterà mano al criterio di profilazione, per rendere più facilmente il giovane qualificabile come molto svantaggiato. Con l’unico scopo evidente di aumentare gli incentivi per gli intermediatori ed il bonus occupazionale delle imprese.

Ora, l’ammissibilità e l’importo del bonus occupazionale sono determinati dalla classe di profilazione attribuita al giovane e dal contratto di lavoro concluso,  secondo il seguente schema:


































RAPPORTO DI LAVOROclasse di profilazione
1

BASSA
2

MEDIA
3

ALTA
4

MOLTO ALTA
rapporto a tempo determinato la cui durata è pari o superiore a sei mesi e inferiore a dodici mesi--€ 1.500€ 2.000
rapporto a tempo determinato la cui durata è pari o superiore a dodici mesi--€ 3.000€ 4.000
rapporto a tempo indeterminato€ 1.500€ 3.000€ 4.500€ 6.000

Insomma, un’azienda per aspirare alla massima incentivazione di 6.000 euro deve decidersi a entrare nel complicatissimo sistema di partenariato e gestionale previsto dalle regioni, entrare nel regime “de minimis” per evitare il trattamento di aiuti di Stato, pagare fior di quattrini al consulente del lavoro incaricato delle pratiche e sperare che l’abbinamento del giovane le porti uno con condizioni di svantaggio molto alte. In più, come minimo impegnarsi a rapporti di lavoro a tempo determinato di almeno 6 mesi, cioè una tipologia di assunzioni che attualmente nel mercato del lavoro può considerarsi inesistente.

Ovvio che le aziende non intendano avvalersi di Garanzia Giovani, se già la normativa consente loro di attivare rapporti a tempo determinato acausali, con la possibilità di ben 5 proroghe e senza una durata minima.

Altrettanto ovvio è che se le imprese stiano pensando a contratti di lavoro a tempo indeterminato, non è certo l’incentivo di Garanzia Giovani quello che le possa allettare, visto che riguarda persone, i giovani, molto distanti per competenze e predisposizione, dal mercato del lavoro. Molto meglio gli incentivi previsti dalla legge di stabilità per le nuove assunzioni che saranno disciplinate dal JobsAct: assunzioni a tempo indeterminato, nel senso che non è dato sapere quando il licenziamento potrà intervenire, ma con possibilità di licenziamento così ampie, che si determinerà l’effetto “sostituzione”: i contratti del nuovo regime sostituiranno i contratti di lavoro a tempo determinato e, probabilmente, molte co.co.pro. e co.co.co. fittizie. Ma, saranno rivolti a lavoratori qualificati, non certo a giovani senza concreta spendibilità, a parità di incentivo (anzi, gli incentivi previsti dalla legge 190/2014 sono più favorevoli).

L’articolo del Sole24Ore riferisce che il Ministero si è reso conto di queste empiriche e semplicissime evidenze e pensa, dunque, di ridurre la durata minima dei contratti di lavoro cui è connesso il bonus occupazionale, pensando di includere nel bonus anche le assunzioni mediante il contratto di apprendistato professionalizzante.

E, come ulteriore misura, si prevederà, sembra, la possibilità di sommare il bonus occupazione di Garanzia Giovani agli incentivi previsti dalla legge 190/2014.

Come detto, sopra, insomma, lo Stato che paga l’imprenditore purchè questo assuma: sommando, per l’apprendistato, la fortissima e costosissima decontribuzione al bonus occupazionale, e per il tempo indeterminato riconoscendo addirittura una doppia incentivazione.

Sarebbe quasi più coerente che lo Stato attivasse una mega procedura di inserimento lavorativo nei ruoli della Pubblica Amministrazione, che avrebbe gli stessi costi e almeno produrrebbe lavoro più stabile, visto che il Governo si ostina a ritenere il lavoro pubblico fuori dal perimetro del Jobs Act.

Il risultato finale? Anche dovesse funzionare il sistema, per far sì che si impegnino tutte le risorse previste, pari ad 1,5 miliardi e si potessero attivare tutte le iniziative previste (formative ed occupazionali), è evidente che così impostata e corretta, Garanzia Giovani sarebbe solo una droga temporanea del mercato del lavoro, senza alcuneffetto duraturo e strutturale.

1 commento:

  1. “L’Italia non riesce a venire fuori dalla logica secondo la quale per favorire occasioni di lavoro occorre letteralmente pagare i datori, con forme più o meno surrettizie, per altro talmente incoerenti che ogni sistema di “incentivazione” ad assumere finisce per fagocitarne un altro”. Pienamente condivisibile. Si dice che l’appetito vien mangiando.
    E’ vero, che il rischio d’impresa interessa l’imprenditore e non il lavoratore, ma è anche vero che gli utili ( naturalmente se ci sono) sono dell’imprenditore e non del lavoratore. D’accordo sul fatto che lo Stato deve creare le migliori condizioni per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro ma pagare i datori di lavoro con forme più o meno surrettizie non contribuisce alla creazione di nuovi posti di lavoro. Iniziare ad interrogarsi sul perché della sparizione di tanti posti di lavoro in Italia ( e non solo) forse potrebbe aiutare a darsi delle risposte e a trovare delle soluzioni.Ora più che mai ci si deve stare accorti nello spendere le limitate risorse pubbliche che vengono stanziate per l’occupazione. Non sempre le misure adottate in termini di agevolazioni e/o percorsi formativi hanno dato i risultati sperati. Le agevolazioni servono senz’altro ma da sole non bastano. Abbiamo lasciato la porta della stalla aperta e tutti gli animali sono scappati ( delocalizzazione - globalizzazione). Ora chiudere soltanto la porta della stalla, senza riempirla di nuovi animali, o senza far rientrare quelle che sono scappati , non servirà a nulla. La macchina dell’economia è ferma e se non ci mette la benzina ( soldi in tasca alla gente) non sarà possibile farla ripartire.
    Quante volte abbiamo sentito dire e letto che tanti percorsi formativi si sono conclusi senza il raggiungimento degli obiettivi. Ci sono stati dei bandi (sia nazionali sia regionali) che hanno finanziato dei percorsi formativi e che hanno consentito alle aziende di scegliersi il giovane da formare. Penso che sarebbe più utile fare dei programmi che prevedano un “Bonus Formativo” da dare come disponibilità direttamente al giovane disoccupato (a tutti i giovani disoccupati e non soltanto a chi ha un santo in paradiso). Bandi che prevedano regole chiare e semplici, ad esempio che sia il giovane, in maniera autonoma, a scegliersi una azienda ospitante. Che l’azienda ospitante scelta, possa incassare il bonus a conclusione del percorso formativo e a patto che giovane dichiari che è stato raggiunto l’obiettivo preconcordato.

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