martedì 20 gennaio 2015

#province La #propaganda di Rizzo a dispetto dei fatti

Sergio Rizzo non scriveva del suo cavallo di battaglia, le province, da molto tempo. Non è difficile capire il perché: lui, sponsor della loro abolizione che avrebbe portato chissà quali risparmi e razionalizzazioni, non può non essersi accorto della pessima qualità della riforma Delrio e dei danni da caos che sta producendo. Senza cogliere l’effetto di portare nemmeno ad un cent di risparmio per gli italiani.

Eppure, Rizzo non può non difendere il punto e la sua posizione. E’ il “censore” delle province, no? Dunque, il 20 gennaio 2015 si è esibito in un articolo di difesa d’ufficio, sua e dell’iniziativa legislativa di Delrio, che sarebbe stato meglio non pubblicasse, figlio com’è troppo evidentemente di un atteggiamento propagandistico che sfocia, purtroppo, nella totale disinformazione.

Partiamo dalla difesa d’ufficio dell’iniziativa di Delrio e, dunque, della propria posizione. Scrive Rizzo: “La legge che porta il nome del sottosegretario alla presidenza Graziano Deirio, che ha ridimensionato ruolo e poteri delle Province eliminando l'elezione diretta dei consigli, è stata fin dall'inizio bersagliata di critiche. Bordate sparate dagli stessi partiti che avevano sostenuto la necessità di abolire quegli enti, votando anche la legge in Parlamento. Chi muoveva l'accusa di aver menomato la rappresentanza democratica. Chi argomentava che non sarebbe cambiato nella sostanza proprio nulla. Chi sosteneva (e fra questi anche la Corte dei conti) che i risparmi alla fine sarebbero stati risibili. E continua a sostenerlo anche di fronte al taglio di un miliardo di euro l'anno previsto dalla legge di Stabilità con la motivazione delle minori funzioni assegnate agli enti di area vasta”.

Rizzo il Censore, come si nota, lancia i suoi strali verso coloro i quali hanno osato evidenziare alcuni dei tantissimi difetti di una riforma devastante. E tra essi, ovviamente, Rizzo non manca di annoverare l’odiata Corte dei conti, odiata come i Tar e chiunque svolga una funzione di controllo sull’attività amministrativa. Strano, per un giornalista che quotidianamente si erge a giudice e controllore egli stesso degli sprechi, tutto questo astio per i giudici, considerati spesso “burocrati” buoni solo a rallentare, impedire, bloccare.

Uscita peggiore, tuttavia, Rizzo non poteva fare. Per un verso, la sua affermazione risulta totalmente erronea. Per due ragioni:

  1. a) come egli stesso scrive, l’eventuale “taglio” non deriva dalla riforma Delrio (legge56/2014), bensì dalla legge di stabilità (legge 190/2014), che interviene a modifica e correzione della Delrio; quale, dunque, non è fonte di alcun eventuale risparmio;

  2. b) soprattutto, la legge 190/2014 non taglia assolutamente nulla: il miliardo citato non è una minore spesa a fronte di una riduzione di entrata delle province; al contrario, a parità delle entrate, quel miliardo (che diverranno 2 nel 2016 e 3 nel 2017) viene sottratto dalla destinazione a spese per servizi di competenza delle province e versato in modo coatto al bilancio dello Stato, che lo sperpererà spenderà come meglio crede.


Ma, l’uscita di Rizzo è tanto meno credibile, considerando che l’articolo viene pubblicato il giorno stesso nel quale tutti i giornali danno conto della relazione della Corte dei conti (ah, sì, ma sono burocrati che ritardano e impediscono…), con delibera 29/SEZAUT/2014FRG del 29 dicembre 2014. Se il Rizzo avesse letto quanto ha scritto la magistratura contabile, avrebbe evitato di esaltare il “taglio”, falso, alle province. Sì, perché la Corte dei conti ha spiegato che già nel 2013, ben prima che entrasse in vigore lo scempio della riforma Delrio, le province avevano posto in essere una “severa riduzione della spesa” e che lo Stato aveva azzerato i finanziamenti di circa 1,2 miliardi del fondo sperimentale di sviluppo, tanto che già dal 2013 le province erano state costrette a versare circa 300 milioni alle casse statali. Versamento che nel 2017, a regime, diverrà di circa 5 miliardi, comprendendo tutte le manovre sulle province (la cui spesa è di circa 10 miliardi, l’1,15% del totale della spesa pubblica).

Le province, dunque, avevano attivato una riduzione della propria spesa, in proporzioni totalmente sconosciute a comuni, regioni e Stato, molto prima dell’iniziativa di Delrio. Che non taglia nulla, ma sposta la titolarità della spesa dai territori verso il centro. Con buona pace delle razionalizzazioni e semplificazioni.

Rizzo, nel suo articolo, ancora, cita il vicepresidente del Csm, Legnini, e riporta la sua idea come apporto geniale ed originale al problema della ricollocazione dei circa 20.000 dipendenti provinciali messi in sovrannumero (Rizzo parla di “esubero”, confermando di non avere le idee molto chiare degli istituti giuridici e tecnici che pur divulga e commenta): utilizzare 2000 dipendenti delle province da inserire negli uffici giudiziari.

L’idea non è per nulla originale, poiché è espressamente citata dalla legge 190/2014. Ed è anche espressa in modo sbagliato e non conforme alla normativa. Infatti, Rizzo cita l’idea di Legnini che sarebbe di utilizzare, per riempire i circa 7000 vuoti di organico degli uffici giudiziari, sia dipendenti delle province, sia delle forze dell’ordine. Peccato che la legge 190/2014 vieti di assumere chiunque, tranne proprio i dipendenti delle province da ricollocare e i vincitori dei concorsi appartenenti a graduatorie vigenti o approvate alla data dell’1.1.2015!

Poi, a maggior conferma che gli approfondimenti sui temi della pubblica amministrazione sono molto divulgativi e pochissimo aderenti ai fatti reali, Rizzo virgoletta la dichiarazione di Legnini: “Prendiamo cinquemila dipendenti delle Province e delle forze armate, formiamoli e risolviamo il problema”.

Ma, “formare” chi e per che cosa? Evidentemente né l’autore dell’articolo, né chi ha rilasciato la dichiarazione, sa o vuol far sapere che la grandissima parte dei vuoti di organico dei tribunali riguarda personale di bassa qualificazione, coloro che letteralmente hanno il compito di girare per i corridoi portando i carrelli con i fascicoli o gli addetti alle fotocopie. E’ una cosa della quale sono perfettamente al corrente coloro che conoscono davvero il funzionamento e le necessità delle amministrazioni pubbliche; ma per accedere a questo dato, basta guardare alle richieste di lavoratori socialmente utili che proprio gli uffici giudiziari rivolgono periodicamente guarda caso alle province, in quanto titolari (ancora per quanto?) dei servizi pubblici per il lavoro. Le necessità “formative” per spingere carrelli e fare fotocopie appaiono, francamente, piuttosto esigue.

Il fatto è che parlare di “tagli” o “formazione”, mischiare i dipendenti delle province con quelli delle forze dell’ordine, serve a far credere che la riforma Delrio, mista alla legge di stabilità abbia quella razionalità e funzionalità invece assolutamente inesistenti nei fatti. Tuttavia, non sempre sono i fatti reali quelli che occorre rappresentare ai cittadini.

5 commenti:

  1. La legge 190/2014 vieta di assumere solamente a Regioni e Comuni, non alle altre Amministrazioni

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  2. Non è così. Il comma 425 coinvolge anche le altre amministrazioni e cita espressamente, non a caso, quella della giustizia

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  3. no, mi correggo, il comma 425 fa divieto anche agli altri enti.

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  4. se capisco bene, lo stesso comma esenta anche Province e Città Metropolitane dal contributo al fondo per il 50% dello stipendio dei loro dipendenti che vanno in mobilità.

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  5. Proprio così. Le amministrazioni si finanziano utilizzando le disponibilità del turn over.

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