sabato 21 marzo 2015

Più #tasse da riforma #province - #disastro #agenzie #sanatoria

Per gli italiani l’invito non può che essere #statesereni. Nessuno degli effetti immaginifici e miracolosi della riforma delle province promessi loro potrà mai verificarsi.

Il fallimento irrimediabile di una riforma tra le peggio congegnate ed attuate mai viste, sta tutto in due proposte che entro brevissimo tempo si concretizzeranno in nuove leggi: quelle dell’Anci sulla finanza locale e quelle della maggioranza di governo sulla sanatoria per i 1200 dirigenti illegittimamente incaricati dalle agenzie. Andiamo con ordine.

L’associazione nazionale dei comuni italiani, Anci, è una sorta di sindacato-lobby dei comuni e, in particolare, di quelli grandi. L’Anci è costretta a svolgere un ruolo molto delicato nei confronti di ogni maggioranza di governo: mantenere rapporti istituzionali coordinati e cortesi, nel conflitto di interessi tra l’agire nel solco delle norme che chiedono rigore per la finanza pubblica e, però, consentire ai sindaci di manovrare risorse pubbliche.

Il risultato, da sempre, è deleterio. Come è noto, ogni Governo da 20 anni a questa parte mentre non taglia se non le briciole alla spesa pubblica dei ministeri, aggredisce in maniera fortissima la spesa locale, specie quella proprio di comuni e province, da qualche tempo anche quella delle regioni.

Tra comuni e Governo, dunque, regolarmente parte una trattativa. Le leggi finanziarie e di stabilità tagliano varie entrate trasferite dallo Stato ai comuni, che dovrebbero ridurre le spese; ma in realtà, questo non avviene di fatto mai, perché per effetto delle trattative i comuni vengono regolarmente compensati dei tagli attraverso nuove e pesantissime imposte locali di ogni genere. Infatti, ad esempio, in tre anni il gettito dall’imposta sulla casa è passato da 9 a 24 miliardi anche se, a onor del vero, la metà quasi va allo Stato. E’, comunque, un dato acclarato dall’analisi dei conti consuntivi disponibile sul sito dell’Istat che dal 2002 al 2011 i comuni hanno incrementato le entrate tributarie da 20 a 30 miliardi, cioè del 50%.

Infatti, la spesa complessiva dei comuni rimane sempre attestata e ferma sui circa 72 miliardi che la caratterizza.

Cosa c’entra con questo la riforma delle province? Moltissimo. Come è noto, i fautori della riforma si sono molto baloccati con l’istituzione (ripetendo sempre “finalmente”) delle città metropolitane. E a capo delle città metropolitane la legge 56/2014 ha posto i sindaci dei comuni.

Le città metropolitane altro non sono se non le eredi delle province che hanno sostituito, delle quali ereditano, appunto, ogni posizione finanziaria, economica e patrimoniale.

Le province delle grandi città, come del resto le grandi città o i capoluoghi (vedi i casi di Roma, Napoli, Catania, Alessandria), non hanno mai brillato per particolare cura ed efficacia nella gestione finanziaria e si trovano in condizioni di bilancio molto precarie. Evidentemente, però, perché della cosa si interessasse qualcuno occorreva che quegli enti invece di chiamarsi province si chiamassero città metropolitane e che su di loro vegliasse l’Anci, invece che l’Upi (unione delle province italiane). Sì, perché, improvvisamente, le condizioni estremamente critiche sul piano del bilancio e dell’indebitamento sono diventate note. Ed allarmanti.

I sindaci chiamati a dirigere le città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari e Reggio Calabria, oltre a quelle delle regioni a statuto speciale) accortisi che le città metropolitane non sono un buon affare, si sono allarmati. Il piatto piange e, allora, vogliono battere cassa. E ci stanno riuscendo.

L’Anci ha proposto al Governo di inserire nella bozza del decreto che ha in animo di approvare per gli enti locali un pacchetto di misure finanziarie, tra le quali due incidono profondamente sui cittadini, dimostrando l’insostenibilità della riforma delle province.

La prima e più clamorosa proposta è l’istituzione della “tassa del passeggero”. Un’idea brillante e moderna come qualsiasi balzello medievale dell’Italia dell’anno 1000, l’Italia, appunto, dei comuni.

La nuova gabella, che dovrebbe entrare in vigore subito dopo Pasqua, consta di un prelievo non superiore ai 2 euro per ciascun passeggero che si azzardi a salire su un aereo o su una nave (mancano ancora i treni, ma è chiaro che occorrerà solo aspettare).

Il dazio per i passeggeri degli aerei consisterà in un’addizionale all’imposta di imbarco, mentre per chi naviga sarà, piuttosto, una “imposta di sbarco” (o paghi, o resti sulla nave…), riscossa dalle compagnie. Dalla nuova imposizione saranno esentati (per ora) residenti e pendolari.

Sia le autorità aeroportuali, sia le compagnie navali, poi, trasferiranno il gettito delle gabelle alle città metropolitane, che sperano così di risanare in parte le disastrate casse.

Il tutto, in barba a chi aveva creduto davvero alle dichiarazioni dei fautori della riforma delle province, del Governo e del Parlamento che la riforma, appunto, non sarebbe costata nulla, avrebbe modernizzato il Paese grazie alla tanto attesa introduzione delle città metropolitane ed avrebbe anche condotto a risparmi e, dunque, meno tasse per i cittadini.

Come si dimostra, si sta verificando esattamente l’opposto. La gabella su chi viaggia è solo il primo di quello che sarà probabilmente un lungo elenco di nuove tasse, mentre la spesa pubblica continua ad aumentare e alla sua riduzione la riforma delle province non fornisce alcun aiuto. Come molte volte ripetuto, quelli che i media continuano a chiamare “tagli”, la sequenza di 1, 2 e 3 miliardi a carico delle province negli anni 2015, 2016 e 2017, non sono tagli, ma versamenti che le province debbono obbligatoriamente effettuare alle casse dello Stato, che sarà lui a spenderli, senza, quindi, alcuna riduzione di spesa e, simmetricamente, alcuna diminuzione del gettito fiscale. Che, invece, è destinato a salire per permette di “giocare” col giocattolino delle città metropolitane.

La seconda proposta dell’Anci si aggancia con l’altra proposta della maggioranza, finalizzata a rimediare al disastro creato dalle agenzie, che hanno insistito per 15 anni nell’attribuire illegittimamente incarichi dirigenziali ai propri funzionari ed ora si adontano se la Corte costituzionale, con sentenza 37/2015 ha inevitabilmente e giustamente sancito l’illegittimità costituzionale di tale modo di agire, facendo seguito a sentenze dei giudici amministrativi susseguitesi ininterrottamente dal 2011, per altro. Entrambe le proposte incidono sulla riorganizzazione istituzionale ed in particolare sul personale delle province.

Si tratta di due proposte devastanti per le province e, soprattutto, per i 20.000 dipendenti in soprannumero, molto più vicini al licenziamento di quanto le tranquillizzanti dichiarazioni degli esponenti del Governo affermino. E’ un “uno due” micidiale se, come appare certo, le proposte si concretizzeranno:

  1. a) l’Anci chiede di sbloccare i concorsi congelati dall’articolo 1, comma 424, della legge 190/2014, che, come noto, li vieta per fare in modo che i dipendenti provinciali in soprannumero passino in mobilità in via prioritaria proprio verso i comuni e le regioni;

  2. b) la maggioranza propone di approvare (per ora si parla del disegno di legge delega per la riforma della pubblica amministrazione giacente al Senato) una norma che agevoli i funzionari nei concorsi (non verrà mai utilizzata ufficialmente la parola “sanatoria”, ma ovviamente di quello si tratta).


La richiesta dell’Anci sarebbe l’ultimo durissimo colpo ad un percorso di ricollocazione di migliaia di persone, messe forzatamente ed ingiustificatamente in soprannumero dalla legge di stabilità 2015, in effetti mai partito e all’evidenza violato a più riprese e non in grado di funzionare.

Abbiamo scritto più volte che i comuni erano e sono refrattari a prestare collaborazione per la ricollocazione dei dipendenti. La proposta dell’Anci lo conferma. I comuni vogliono gestire i concorsi da sé, non sono particolarmente interessati ad acquisire personale provinciale.

La proposta, è vero, è finalizzata a garantire la continuità amministrativa e l'erogazione dei servizi fondamentali. Ma è chiaro che resterebbe nella discrezionalità dei comuni indicare quale continuità amministrativa e quali servizi fondamentali svolgere, il che porterebbe ovviamente a consumare tutte le risorse disponibili per le assunzioni concentrandole nei concorsi, lasciando al palo i 20.000 dipendenti provinciali.

E’ sempre più chiaro che si dà per scontato che i 20.000 o poco meno licenziamenti sono considerati una sorta di danno collaterale alla riforma delle province, quella che non doveva costare nulla e già impone nuovi balzelli.

La coincidente proposta della maggioranza di prevedere una sostanziale sanatoria per i dirigenti senza titolo delle agenzie è l’ulteriore conferma. Già l’Agenzia delle entrate ha sottratto 892 posti al plafond che potrebbe servire per la ricollocazione dei dipendenti provinciali, bandendo un concorso in barba al divieto previsto dal comma 425 della legge 190/2014.

E’ perfettamente evidente che le agenzie potrebbero coprire senza alcuna difficoltà i posti vacanti dirigenziali, attingendo a piene mani ai circa 600 dirigenti amministrativi delle province, molti dei quali destinati al soprannumero. Sarebbe una soluzione razionale, ovvia e che non costerebbe nulla allo Stato.

Incredibilmente, invece, appare più rilevante il problema di come garantire il rientro nello status dirigenziale verso funzionari che lo hanno ricoperto illegittimamente per 15 anni (ma, la Corte dei conti non avrà nulla da chiedere alle agenzie?), di quello di riorganizzare lo Stato, oppure di abolire i segretari comunali o di precarizzare la dirigenza attraverso proprio il ddl delega di riforma della PA.

Si arriva, insomma, al paradosso di agire per sanare la permanenza ed imbullonatura alla sedia da dirigenti di migliaia di funzionari incaricati come dirigenti violando ogni norma e perfino la Costituzione, mentre si predica la mobilità, la flessibilità e, in nome di questo, si precarizzano, invece, i dirigenti di ruolo che hanno acquisito la qualifica mediante concorsi.

Lo scorso anno, nell’approvare il d.l. 90/2014 ha continuato a stracciarsi le vesti per il blocco dei concorsi e l’invecchiamento dei dipendenti pubblici, ma continua a difendere l’indifendibile conservazione di 1200 incarichi dirigenziali illegittimi, sottratti sfacciatamente alla pubblica selezione concorsuale.

Sembra proprio che i dirigenti di ruolo, assunti per concorso, siano un fastidio. Da conservare al loro posto, sono quelli chiamati per cooptazione, quelli che addirittura si inchiodano alla scrivania pure se pensionati. Mandando in tilt ogni logico e legittimo sistema di gestione dell’amministrazione.

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