giovedì 19 marzo 2015

#Sanatoria e #tutela per i #dirigenti fasulli delle #agenzie? No grazie

Il Sole 24 Ore con un articolo del 19 marzo si profonde in una difesa d'ufficio dei funzionari incaricati con modi e norme incostituzionali da dirigenti, che dimostra come in Italia la cultura della legalita` sia molto in crisi, a partire proprio dalle sedi che dovrebbero studiarla, divulgarla e garantirla. Tra cui, in primo luogo, i media specializzati.

Viene, dunque, quasi commiserata la posizione degli sfortunati funzionari, costretti "a causa" della sentenza 37/2015 della Corte costituzionale a tornare a fare i funzionari. E si stigmatizza il fatto che tale sentenza li avrebbe degradati, pur avendo essi "accettato sul campo" le responsabilita` assunte, come fossero eroi, ora vittime di chissa` quale ingiustizia. E tra le "ingiustizie", l'articolo ne menziona 2: quella di tornare a guadagnare la retribuzione di funzionari e, soprattutto, quella di dover eventualmente concorrere con agguerriti neo laureati per accedere nuovamente ai posti dirigenziali.

E naturalmente l’articolo si schiera tra quelli che invocano di “tutelare” i 1200 dirigenti incostituzionalmente incaricati.

Una difesa, insomma, delle piu` becere ed inaccettabili pratiche illegittime dell'amministrazione pubblica, attribuzioni di benefici di carriera senza concorsi, che lascia senza parole. O che sarebbe necessario definire come semplicemente inaccettabile.

Gli autori dell’articolo non considerano che non è certo stata la sentenza della Corte costituzionale a “gettare nel caos”, come loro sostengono, le agenzie, ma, al contrario, la prassi illegittima ed incostituzionale dei direttori di questi enti di attribuire senza concorsi incarichi dirigenziali a funzionari interni, invece di fare assunzioni per concorsi.

Il caos è causato dalla plateale e reiterata, per 15 anni, violazione delle leggi, non certo da chi nota che le leggi sono violate. E c’è da ricordare che la Consulta arriva buona ultima dopo che già da anni Tar Lazio e Consiglio di Stato avevano già rilevato le tante e profonde illegittimità del sistema di attribuzione degli incarichi dirigenziali. La protervia delle agenzie, del Governo e del Parlamento nell’inistere negli errori, anche mediante leggi ad funzionarium è stato ennesimo sintomo della china sempre più degrdata dell’ordinamento.

Può dispiacere umanamente che i funzionari ora si ritrovino a dover compiere un passo indietro. Ma, al momento di assurgere all’incarico dirigenziale senza i titoli, sapevano dell’alea. Per quanto dispiaccia per la loro condizione personale, non si capisce quale “tutale” possa o, soprattutto, debba essere rivendicata.

Costoro sono assurti al ruolo di dirigenti nella totale violazione dell’assetto costituzionale, che per l’accesso alla dirigenza impone i concorsi.

I funzionari, come scrivono gli autori dell’incredibile articolo de Il Sole, dovranno “tornare in fretta sui libri per partecipare a un concorso, magari cimentandosi con neolaureati pronti per un postoapicale”? E’ proprio quello che vuole la Costituzione. La Carta pretende che la selezione dei soggetti che accedono al lavoro pubblico, e in particolare alla dirigenza, avvenga attraverso la competizione concorrenziale tra i migliori.

Infatti, come gli autori dell’articolo certamente sanno, non esiste l’accettazione sul campo degli incarichi dirigenziali. E’ davvero inaccettabile parlare di un istituto inesistente, come l’accettare sul campo lo status dirigenziale ed il trattamento economico e, sostanzialmente, invocare la tutela di questo, senza chiamare tale accettazione sul campo per quello che è: niente più che un privilegio ad personam, frutto di un sistema di gestione personalistico e verticalizzato delle agenzie, che ha creato 1200 privilegiati, che hanno avuto l’opportunità di sedere su posti delicatissimi, senza sottoporsi alla selezione concorsuale.

Ma, il vulnus di questo sistema di privilegi non si limita solo al favor speciale per queste poche persone e all’intreccio evidente di rapporti personali e politici con chi li ha “creati” dirigenti.

Il danno derivante da questo sistema incostituzionale di gestire l’amministrazione pubblica ed il lavoro pubblico si riverbera su ognuno di noi. I cittadini hanno il sacrosanto diritto di essere certi che il dirigente col quale interloquiscono disponga della qualificazione professionale e dell’autonomia necessarie per svolgere il proprio compito. Tanto più se si tratta di gestire l’imposizione fiscale. Il cittadino deve pretendere che il ruolo, l’accertamento, la stima, la sanzione, tutto ciò che ruota attorno alla delicatissima gtestione del sistema fiscale sia funzionale e funzionante come un orologio, nella piena legittimità.

La disinvoltura con la quale, invece, le agenzie, supportate certo da Governo e Parlamento, hanno tenuto in piedi per tre lustri dirigenti senza titolo attraverso provvedimenti illegittimi e norme incostituzionali, crea i presupposti per recidere irrimediabilmente il rapporto di fiducia tra amministrati ed amministratori. Questo sistema incostituzionale oggi pone il serissimo dubbio, negli amministrati, che gli atti ricevuti, le interlocuzioni poste in essere, le procedure amministrative gestite, siano tutte inficiate da incompetenza, illegittimità o nullità a vari livelli. E questo, a prescindere dalle considerazioni giuridiche sull’efficacia delle sentenze delloa Corte costituzionale riguardante i rapporti giuridici già conclusi al momento della pronuncia, piuttosto che il principio di conservazione degli atti della pubblica amministrazione.

I contribuenti ora sanno che hanno di fronte a sè un’amministrazione finanziaria che li mette in relazione con dirigenti senza titolo, non selezionati per concorso,ma attraverso imperscrutabili percorsi di reclutamento e che, per altro, oltre tutto rivendicano “tutela” per posizioni acquisite in modo incostituzionale.

Un assetto davvero civile ed ordinato di un Paese non dovrebbe far altro che prendere atto dell’intollerabilità di ciò che è accaduto, tirare un tratto di penna e ricominciare daccapo e forse anche chiedere scusa. A tutti i cittadini, compresi le migliaia tra di loro che negli scorsi 15 anni non hanno potuto concorrere per posti da dirigente, conculcati dalla prassi incostituzionale di affidarli per cooptazione.

Questa deprecabile e incostituzionale prassi, diviene ancor più incostituzionale alla luce della pericolosa riforma della PA che si delinea in Parlamento, nella quale si tende a delineare una dirigenza modellata appunto sulla precarizzazione e la chiamata mediante cooptazione dovuta a conoscenze e relazioni personali, quelle stesse che poi determinano casi come Mafia Capitale o Grandi Opere.

Gli incarichi dirigenziali a funzionari possono essere la chiave principale per gli organi politici per disfarsi dei dirigenti che hanno acquisito status e funzione per concorso, in modo autonomo, senza dover spendersi con nessuno per ottenere, attraverso cooptazione, quel ruolo.

E’ una prassi che la sentenza della Corte costituzionale, se, come doveroso, letta andando oltre allo specifico caso, considera in sè incostituzionale per tutto il complesso dell’amministrazione.

Una dirigenza efficace, manageriale, capace in primo luogo presuppone che si selezioni mediante rigorosi strumenti concorsuali, senza nessuna promozione sul campo, perchè la discrezionalità o i grazie che si debbono poi dire inficiano tutto il processo.

Ovviamente, il solo concorso non basta. Occorre sottoporre la dirigenza a valutazioni continue sulla capacità di gestire e raggiungere obiettivi, applicando senza tanti complimenti le norme che già esistono per rimuovere chi non risulti in grado si svolgere il proprio compito.

La sfida per la pubblica amministrazione consiste nell’attivare questi meccanismi, non nel bypassare le regole sulla selezione dei dirigenti e favorire sistemi opachi di connessione tra persone non selezionate ed i loro king maker.

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