sabato 25 luglio 2015

Le città metropolitane sono un altro flop degradante della riforma Delrio, da cui deriveranno nuove tasse. Eppure esiste davvero chi pensa siano utili per la "crescita"

Su Lavoce.info merita una specifica segnalazione l’articolo “Città metropolitane: dove trovare le risorse”.

In primo luogo, perché lo scritto attesta che realmente, come le Autrici, esista chi pensi che “L’istituzione delle città metropolitane rappresenta la prima riforma in linea con gli obiettivi e le strategie europee che identificano le città e le aree urbane come i luoghi chiave della crescita intelligente, dell’innovazione e della inclusività” e, ancora, che “la fiducia nelle potenzialità intrinseche dei sistemi metropolitani è alta”.

Le Autrici, ridondanti di fiducia nei confronti delle potenzialità intrinseche, non si sono accorte che le città metropolitane sono nate già morte. Non si tratta di altro che non province “colonizzate” dai comuni capoluogo, nelle quali il territorio provinciale diverrà desolata periferia delle periferie urbane del capoluogo medesimo, dotate degli stessi poteri delle province, con qualche funzione in più: opache e flebili funzioni di programmazione, destinate a confliggere e sovrapporsi con quelle regionali. Anche se ai sindaci dei capoluoghi sede delle città metropolitane le città metropolitane piacciono moltissimo: sono un vero e proprio giocattolino, utile soprattutto perché la legge Delrio ha previsto espressamente che possano tenere relazioni internazionali e, quindi, consentire di fare viaggetti premio in giro per l’Europa, finalmente al riparo dagli strali della Corte dei conti, da sempre durissima con gli enti locali che pensano di poter fare “politica estera”.

Tuttavia, occorre dare atto che l’articolo evidenzia un problema: le città metropolitane non hanno i fondi necessari per funzionare, nonostante la grande fiducia che in esse occorre riporre perché trascinino i territori e l’intera Italia nel solco di un’inarrestabile crescita intelligente ed inclusiva, con grande scorno della Germania, che vista la legge Delrio da qualche mese trema, convinta di perdere a breve la propria egemonia.

Infatti, proprio a testimoniare che le città metropolitane sono nate morte, esistono di nome, ma non possono di fatto incidere in nulla (anche perché territori come Reggio Calabria, Venezia, Firenze o Bologna con realtà metropolitane nulla hanno a che vedere), la legge 190/2014 ha riservato loro un trattamento di poco migliore di quello concesso alle province, coinvolgendole nel taglio lineare del personale (per loro solo del 30%) e nel prelievo forzoso di centinaia di milioni, che impedisce di approvare i bilanci di previsione e destina tutti gli “enti di area vasta” al dissesto certo, prima o dopo.

Allora, la grande idea proposta dall’articolo in commento qual è? Appoggiare l’iniziativa già da tempo assunta dall’Anci, di ottenere un finanziamento speciale per le città metropolitane. Scrivono le Autrici: “L’alternativa è potenziarne l’autonomia finanziaria attraverso l’istituzione di un tributo il cui gettito sia destinato, in parte o interamente, ai singoli enti. Sono state già avanzate diverse ipotesi: dalla rinegoziazione dei mutui, all’imposta sulle emissioni sonore degli aeromobili, ma tra le più accreditate c’è sicuramente quella relativa all’addizionale sui diritti di imbarco portuali e aeroportuali, la cui applicazione potrebbe consegnare alle città metropolitane circa 154 milioni di euro”.

Abbiamo letto bene? Sì. Eppure, da quanto è partita l’insensata campagna contro le province, sfociata nell’ancor più insensata riforma Delrio, peggiorata dalla legge di stabilità 2015, tutti raccontavano le mirabilie cagionate dalla riforma, che avrebbe ridotto spese e, dunque tasse e dunque pressione fiscale.

Invece, ci si ritrova con idee e proposte di incrementare il prelievo fiscale, mediante un balzello odioso e dal sapore rancido medievale, come la tassa di imbarco e sbarco. Un’imposizione sinistra, anche perché è quella da qualche anno utilizzata per risanare la gestione commissariale del comune di Roma, inventata per evitare, anzi nascondere, il dissesto di un ente comunque ingovernabile.

L’articolo dà atto che “non mancano le criticità” poichè l’imposta sull’imbarco “In primo luogo, aumenterebbe il livello di pressione fiscale complessivo”, ma le Autrici pensano che si tratti di un problema risolvibile, visto che “se si potrebbero prevedere forme di esclusione per la popolazione residente nelle singole città. Così come il nuovo tributo non dovrebbe riflettersi negativamente sulla dimensione dei flussi turistici”.

Insomma, una vera e propria sponsorizzazione dell’aumento della pressione fiscale, per altro posta non a carico dei residenti delle città metropolitane, cioè i beneficiari (?) della loro attività, bensì di tutti coloro, turisti compresi, che si azzarderanno ad imbarcarsi o sbarcare da qualsiasi aereo o nave nel territorio italiano.

Come si possa lasciar passare senza indignazione l’ipotesi che il giocattolino mal congegnato delle città metropolitane, figlio di una riforma devastante e pessima, debba essere addirittura pagato con nuove tasse, è piuttosto strano.

Sarebbe, comunque, l’ennesima conferma del totale fallimento dello squinternato progetto di riforma delle province, che oltre a non far risparmiare nulla, oltre ad aver pregiudicato i servizi resi, oltre ad aver creato enti asfittici come le città metropolitane, riesce nell’impresa di far accrescere, ancora, la pressione fiscale.

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