sabato 30 aprile 2016

Dirigenti pubblici: la stessa riforma che si riforma da 30 anni




Leggiamo da La Stampa l’ennesimo articolo sulla riforma “epocale” della dirigenza. Il Ministero della Funzione pubblica punta, si legge, a “una cura energica per la pubblica amministrazione”, per questo il titolare di Palazzo Vidoni “sta lavorando a pieno ritmo a un progetto che, garantisce, sveglierà i burocrati da un sonno secolare. Si comincerà dalla testa: la «riforma della dirigenza»”, avvalendosi di giuristi ed esperti della pubblica amministrazione, come Sabino Cassese.

Le ricette sono sostanzialmente potenziare la funzione dei dirigenti, motivandoli con il risultato, garantendo, però, che siano “punti se sbagliano”. Osserva il giornalista, Stefano Lepri: “Perché adesso il dirigente pubblico si guarda bene dal prendere iniziative? Perché non è ricompensato se agisce bene, perché a fare poco non sbaglia, perché le promozioni sono governate dall'anzianità, dalle amicizie politiche e dal favori, e perché raggiunto il massimo della carriera è inamovibile”.
Ecco, quindi, le misure che la riforma si appresta a disporre: oltre al controllo di gestione, dichiara il Ministro della Funzione pubblica, “Un criterio di fondo … consisterà nel separare la qualifica dalla funzione. Non il grado, ma l'esercitare una determinata funzione darà diritto a una indennità, che comporterà un congruo aumento di stipendio. Se si viene rimossi dalla funzione, si perderà l'indennità. I direttori generali avranno più responsabilità, ma correranno maggiori rìschi”. Ma molto importante sarà anche la maggiore flessibilità ed il vantaggio che deriverà “dall'unificazione di ruolo tra i dirigenti”.
Insomma, si fa sul serio: il Ministro Madia stringe sempre di più i tempi per l’imminente attuazione della legge 124/2015 e per far cambiare passo alla dirigenza pubblica.
Tuttavia, se siete giunti a questa conclusione, incorrete in parte in qualche errore. E’ ben vero che l’iniziativa di riforma della dirigenza è del Ministro della funzione pubblica, con la regia di esperti come Cassese e che punta agli obiettivi sintetizzati negli stralci dell’articolo qui riportati. Però:
a)      il Ministro in causa è Paolo Cirino Pomicino;
b)      l’articolo è stato pubblicato a pagina 6 da La Stampa il 14 ottobre 1988. Lo ripetiamo: 1988.


Passati gli attimi di sgomento e di sconcerto, ecco le inevitabili considerazioni. Sono quasi 30 anni che i vari governi dedicano tempo e risorse alla riforma “epocale” della dirigenza. Contrariamente a quanto l’Esecutivo continua a diffondere, non è affatto vero che negli ultimi 30 o 25 anni di riforme non se ne sono fatte: solo per la dirigenza si sono realizzate nel 1990 (per gli enti locali), nel 1993 (per tutta la PA), nel 1996 (con il primo forte ritocco al d.lgs 19/1993), nel 1998, nel 2001, nel 2005, nel 2009 e nel 2014 (con riferimento ai dirigenti a contratto degli enti locali): 8 in 26 anni, una più o meno ampia ogni 3,25 anni.
Il problema, purtroppo, non consiste nella circostanza che le riforme non sono state fatte da 30 anni, bensì, esattamente all’opposto, che ne sono state approvate fin troppe, tutte di pessima qualità.
La prova inconfutabile è fornita esattamente dall’articolo de La Stampa citato prima (titolato “Così sveglierò gli statali”): da 28 anni si continuano a propugnare sostanzialmente sempre le stesse teorie: il controllo della gestione, l’unificazione dei ruoli, la motivazione, la licenzi abilità dei dirigenti se sbagliano.
Così, da quasi 30 anni si continuano a fare sempre le stesse riforme, qualificandole immancabilmente come “epocali”. Eppure si continua a ritenere che esse non funzionino. Ma, invece di cambiare strada, i vari governi continuano ad avvalersi sempre degli stessi consulenti, come il prof. Cassese, cioè esattamente di coloro che di volta in volta, ogni 3 anni e poco più, escogitano riforme che non funzionano e che occorre nuovamente riformare. Ma, riformandole, si utilizzano sempre le stesse idee disfunzionali che, come si nota, andando indietro nel tempo, si trascinano addirittura al 1988: non era ancora caduto il muro di Berlino!
Immaginare, dunque, che la riforma “epocale” della legge-Madia si rivelerà l’ennesimo flop, destinato presto ad essere oggetto di una nuova riforma, è fin troppo semplice e quasi doveroso.
La cosa preoccupante è che fin qui, in questi 30 anni, nessuno ha preso atto che se un approccio, un’idea, non funzionano, l’unico rimedio è cambiare totalmente strada. Si attribuisce a Cicerone il seguente aforisma: “Chiunque può sbagliare; ma nessuno, se non è uno sciocco, persevera nell'errore”.
In effetti, perseverare in una riforma che continua a riformarsi, pur rimanendo nella sostanza uguale a se stessa, ma perfino peggiorando ogni volta che vi si mette mano, non lascia troppi spazi alla fiducia.
Solo quando si abbandoneranno per sempre le indicazioni di una riforma risalenti ormai a 30 anni fa e che, dunque, di moderno non hanno nulla e si ringrazieranno i consulenti che fin qui hanno supportato i governi, accompagnandoli però risolutamente alla porta, si potrà sperare in qualche risultato davvero utile per migliorare l’attività ed i risultati della dirigenza e della PA nel suo complesso. In attesa di ciò, la legge 124/2015 ed il decreto legislativo attuativo non può che essere un ulteriore giro nell’avvitamento in se stessa di una riforma pessima, eternamente ciclica.



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