domenica 19 giugno 2016

Riforma della dirigenza: iniziano le notizie fuorvianti da propaganda - Il paradossale riferimento a Invitalia



Da qualche giorno Il Messaggero, quotidiano caratterizzato da uno spesso filo diretto col Governo, ha iniziato ad applicare la solita tecnica preliminare all’adozione delle riforme. Diffonde, cioè, a mezza bocca, alcuni contenuti delle idee alla base delle norme, per due obiettivi:
1)      iniziare la propaganda per persuadere l’opinione pubblica che le scelte da compiere, almeno negli obiettivi generali, sono obbligate;
2)      verificare, mentre le regole sono ancora da scrivere, quali reazioni suscitano nell’opinione pubblica.

Dunque, da giorni è filtrata la notizia che, tra i vari contenuti della riforma della dirigenza, sarebbe stato deciso anche quello connesso alla prolungata assenza di incarichi per i dirigenti stessi. I dirigenti restati privi di incarico, informano i boatos governativi fatti filtrare attraverso il quotidiano romano, resteranno al massimo per sei anni “a disposizione” del ruolo unico, con lo stipendio praticamente dimezzato e soggetto al taglio annuale del 10%, con l’obbligo di partecipare ogni tre mesi ad almeno 10 “interpelli”, cioè procedure per ottenere nuovi incarichi dirigenziali. Alla scadenza dei sei anni, scatterebbe il licenziamento. Oppure, un’ancora di salvataggio: la “retrocessione” da dirigente a funzionario (non si è capito ancora se questa potrà essere un rimedio esteso a tutti o conseguenza solo di assenza di incarichi dovuta a valutazione negativa)[1].
Le veline governative in questo caso appaiono abbastanza fondate, perché sono piuttosto in linea con i criteri per la riforma, definiti dalla legge delega 124/2015.
Per convincere l’opinione pubblica di quanto giusto, corretto moderno e manageriale sia prevedere che dirigenti pubblici, facenti parte di un ruolo nazionale unico, possano stare privi di incarico anche a prescindere da una valutazione negativa e percepire per ben sei anni uno stipendio, sia pur dimezzato, per non fare nulla nel frattempo, Il Messaggero del 19 giugno cita un esempio ovviamente considerato “virtuoso”: quello di Invitalia spa.
L’articolo, a firma di Lorenzo Salvia, è intitolato “Se il dirigente torna quadro. A Invitalia le prove di riforma” ed è un vero e proprio distico elegiaco mirato a celebrare trionfalmente, tra squilli di tromba intervallati da arpeggi e danze, la virtuosissima gestione del rapporto di lavoro di Invitalia.
Ed ecco la narrazione: “Il decreto attuativo della riforma Madia che riscrive le regole per i dirigenti, tuttora allo studio, prevede proprio questa possibilità: ai dirigenti che, trascorsi sei anni senza incarico, diventeranno licenziabili sarà offerto anche un piano B: la possibilità di mantenere il posto ma retrocedendo al rango di quadro. Con stipendio più basso e responsabilità minori. In realtà nel settore pubblico c'è già chi ha aperto la strada”. E chi l’ha aperta? Ma Invitalia, ovvio.
E cos’è Invitalia? L’articolo lo spiega: “l'Agenzia per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa, controllata dal ministero dell'Economia, quella che si sta occupando anche del rilancio di Pompei e dell'area di Bagnoli”.
Ora, l’accoppiata “agenzie-dirigenti” dovrebbe suscitare qualche legittimo dubbio sulla circostanza che qualsivoglia agenzia possa essere considerata d’esempio nella gestione dei dirigenti e delle loro carriere. Ovviamente, non per essere malevoli in modo preconcetto sulle agenzie, bensì per il dettaglio non trascurabile che la Corte costituzionale con la notissima sentenza 37/2015 ha considerato incostituzionali le norme che hanno provato a fare da sanatoria della prassi delle Agenzie delle dogane, delle entrate e del territorio, di incaricare come dirigenti, senza concorsi, propri funzionari interni.
Quindi, qualche larvato sospetto sulla circostanza che un’agenzia possa effettivamente essere considerata d’esempio (si scusi chi scrive: per dimostrare competenza e managerialità occorreva scrivere “una best practise”) per la gestione dei dirigenti appare più che giustificata.
Soprattutto, per altro, per quanto riguarda Invitalia. No, non perché essa sia stata coinvolta in sentenze relative agli incarichi conferiti ai dirigenti. Bensì, perché, appunto, è un’agenzia e, soprattutto, è una società di capitali.
Nell’articolo de Il Messaggero non è scritto in maniera esplicita, ma lo si capisce: infatti, esso riporta anche dichiarazioni di Domenico Arcuri, per la sua qualità di “amministratore delegato” dell’agenzia: e, come è noto, la figura dell’amministratore delegato è presente nelle società, ma non nelle amministrazioni pubbliche. Lo stesso autore dell’articolo, in chiusura, poi afferma: “Il decreto che mette a regime questo meccanismo (cioè la retrocessione dei dirigenti, nda) prevede un percorso ancora lungo. Dovrà essere creata una commissione che selezionerà i dirigenti, ci saranno bandi periodici per i posti disponibili. E, infine, la possibilità di retrocedere solo ai dirigenti che per sei anni non sono riusciti a trovare un incarico. Forse faranno prima a muoversi le altre società pubbliche. Se lo vorranno”.
In effetti, andando a cercare sul sito di Invitalia, si ha la conferma: essa è la “Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa SpA”, ed ha tra i potenziali suoi clienti, appunto, pubbliche amministrazioni, a conferma che è qualcosa di diverso da esse. Infatti, per esempio, non applica la normativa pubblicistica sull’anticorruzione, ma, invece, la disciplina privatistica della legge 231/2001.
Essere coscienti che Invitalia è una società e non una pubblica amministrazione è fondamentale per comprendere che l’articolo in commento rappresenti esclusivamente un’opera di propaganda e che i sistemi di gestione del personale ivi indicati non possono in alcun modo estendersi ad una pubblica amministrazione.
Entriamo meglio nel dettaglio. L’articolo riporta quanto segue, appunto allo scopo di illustrare l’esempio di Invitalia: “Dal 2015 sono stati 10 i dirigenti che, di fronte all'ipotesi del licenziamento, hanno accettato di tornare a lavorare come quadri. Con il taglio del loro stipendio l'azienda ha risparmiato mezzo milione di euro l’anno. Ma il punto non è questo: «Se l'operazione si fa solo per risparmiare qualcosa allora è inutile», dice l'amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri. Il vero obiettivo è favorire quel ricambio generazionale che serve ad adattare l'azienda in un mondo che cambia ogni giorno”.
E’ evidente da queste dichiarazioni che i dirigenti della società Invitalia sono reclutati al proprio interno, mediante percorsi di carriera di tipo privatistico, senza quindi acquisire la qualifica, ma solo l’incarico.
In effetti, l’autore dell’articolo prosegue e chiarisce: “Per capire. Nel 2007 Invitalia aveva 103 dirigenti, uno ogni 13 dipendenti. Adesso i dirigenti sono scesi a 57, uno ogni 22. Ma dei dirigenti in pianta organica solo la metà viene dal passato. Mentre 26 sono stati promossi negli ultimi anni. C'è stato un ricambio, un adattamento. C'è stata, soprattutto, la possibilità di crescita per chi era ai primi gradini della carriera. Mentre, in parallelo, l'agenzia ha pure allargato il suo campo di attività. Invitalia è una società pubblica ma è fuori dal perimetro della pubblica amministrazione in senso stretto. Ed è stato proprio questo margine di manovra a consentirle l'operazione ricambio”.
Ecco che finalmente si può comprendere meglio il tutto. L’articolo porta a preclaro campione di quello che dovrebbe essere il meraviglioso “cambiamento” della PA quello che qualsiasi inchiesta non potrebbe non definire un vero e proprio baraccone, infarcito di dirigenti a dismisura, ben 103 fino a 9 anni fa, 10 volte di più circa della media dei dirigenti presenti in ciascuna provincia, ente sul quale si è scatenata, come noto, la tempesta populista-riformista.
Ancora oggi, i dirigenti sono un vero e proprio esercito, 57. Non si ha modo di comprendere come questi siano stati assunti. Ma non si ha ragione di dubitare di quanto scritto nell’articolo: si tratta verosimilmente di incarichi assegnati a tempo determinato a dipendenti dell’ente, che sono stati fatti progressivamente crescere di carriera.
Infatti, accedendo al portale di Invitalia, nella sezione “società trasparente”, ove sono pubblicate le procedure di “selezione” del personale, non c’è traccia alcuna di reclutamenti per dirigenti.
Non c’è da stupirsi. Invitalia, come rilevato, non è una pubblica amministrazione, ma una società per azioni. In linea teorica, quindi, ad Invitalia non si applicano i noti vincoli per il reclutamento e per la disciplina del rapporto di lavoro, discendenti dall’articolo 97 della Costituzione e dalle norme applicative: tra essi, il concorso pubblico, la totale assenza dell’istituto della “promozione” di carriera, una volta che sia stata eliminato l’istituto della “progressione verticale”, l’obbligo di reclutare i dirigenti per concorso pubblico (da cui discende l’incostituzionalità dei comportamenti delle Agenzie fiscali), l’inesistenza di un filone di carriera, l’acquisizione fissa della qualifica di dirigente.
In altre parole, la normativa vigente riguardante il rapporto di lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione contiene disposizioni semplicemente opposte o, comunque, inconciliabili con quelle delle società.
Pertanto, l’esempio di Invitalia semplicemente non ha assolutamente nulla a che vedere con la pubblica amministrazione e si rivela del tutto fuorviante: un mero tentativo di propagandare come comportamento virtuoso una gestione del personale che non ha davvero nulla a che fare con i principi pubblicistici, i quali, come è noto, richiedono una dirigenza obbligata ovviamente ad attuare i programmi della politica, ma non politicizzata ed autonoma. Ecco perché il “filtro” necessario, secondo la Costituzione, del concorso ai fini del reclutamento: per evitare che le assunzioni o gli incarichi dirigenziali siano frutto di una cooptazione connotata politicamente.
Di tutto, quindi, si poteva parlare per proporre degli esempi riguardanti la possibilità di “retrocedere” i dirigenti, salvo che di Invitalia.
Per altro, sempre visitando il sito di questa società, sempre nella sezione “società trasparente” ci si accorge che essa nel reclutare i dipendenti agisce appunto come datore di lavoro privato. Cioè, non assume mediante concorsi, bensì mediante la raccolta di curriculum attraverso la sezione “lavora con noi”. In questa pagina (http://www.invitalia.it/site/new/home/lavora-con-noi/articolo19012416.html) Invitalia evidenzia che acquisisce un certo numero di profili, effettua alcune interviste su un numero ridotto (evidente preselezionato in base a qualche criterio) e poi procede ai reclutamenti.
Dunque, nessun concorso, da bravo datore privato. E, però, non dovrebbe funzionare esattamente così. Invitalia sarà virtuosissima, certo, specie se lo afferma Il Messaggero. Ad una società così virtuosa, quindi, si è certi che deve essere sfuggita per mera distrazione la previsione contenuta nell’articolo 18, comma 2, del d.l. 112/2008, convertito in legge 131/2008, ai sensi del quale “Le altre società a partecipazione pubblica totale o di controllo adottano, con propri provvedimenti, criteri e modalità per il reclutamento del personale e per il conferimento degli incarichi nel rispetto dei principi, anche di derivazione comunitaria, di trasparenza, pubblicità e imparzialità”. Difficile che questi principi, imposti dalla legge, possano essere rispettati mediante procedure in cui il datore si riserva di acquisire, non si sa come, alcuni curriculum, di intervistare solo alcuni richiedenti e di assumere, poi, chi meglio creda, senza uno straccio di sistema comparativo, che, poi, è lo strumento imposto dai principi comunitari citati dalla normativa.
Diciamo, dunque, che il riferimento ad Invitalia non solo poteva, ma oggettivamente doveva essere del tutto evitato e che l’articolo de Il Messaggero non aiuta sicuramente alla comprensione della riforma.
La quale, puramente e semplicemente, si pone il chiarissimo obiettivo di precarizzare la dirigenza pubblica, sottoponendola a condizionamenti della politica formidabili. Sia perché assoggetta dirigenti che hanno acquisito la qualifica e l’accesso ai ruoli unici per concorso e non per cooptazione al valzer continuo di incarichi posti sotto il controllo della politica (sia pure con lo “schermo” di commissioni di valutazione, qualificate come “indipendenti”, che tali non potranno mai essere visto che saranno di nomina politica), sia, soprattutto, esponendoli al rischio di restare privi di incarico e vedere vanificato un percorso di carriera non “ottriato” per gentile concessione dell’amministratore delegato di turno, ma realizzato mediante concorsi. Rischio non attenuato, ma anzi aggravato, dalla previsione di una “retrocessione” a funzionari, che costituisce un vulnus formidabile alla professionalità.
Infatti, esso finisce per essere un approdo paradossale ad un sistema che vuole realizzare un ruolo unico della dirigenza, dal quale le amministrazioni dovrebbero obbligatoriamente attingere per incaricare i dirigenti, ma che, evidentemente, non sarà il bacino unico di reclutamento. Se, infatti, così non fosse, non vi sarebbe nemmeno da prendere in considerazione l’ipotesi di dirigenti che per ben sei anni non vengono incaricati. Questo può avvenire solo perché le pubbliche amministrazioni, nonostante il ruolo unico, avranno ancora la possibilità di cooptare dall’esterno i dirigenti a tempo determinato, spesso per ragioni di vicinanza politica.
E ciò è ancor più paradossale, se si pensi che il ruolo unico sarà composto, escludendo la dirigenza medica, di circa 30.000 dirigenti. Oggi, applicando l’articolo 19, comma 6, del d.lgs 165/2001, si fa estrema fatica ad ammettere che le pubbliche amministrazioni risultino prive, al loro interno, delle professionalità dirigenziali necessarie per svolgere attività che vengono affidate ad esterni; ma, comunque, in presenza di dotazioni organiche ridotte (non nel caso di Invitalia, con decine e decine di dirigenti…) è in astratto possibile anche darsi il caso dell’assenza della specifica professionalità. Ma, in presenza di un ruolo di decine di migliaia di dirigenti, quanto sarà credibile che un’amministrazione recluti dirigenti esterni per comprovata assenza di professionalità?
La riforma propone, di fatto, una sorta di percorso forzato verso il demansionamento di Stato nei confronti di dirigenti non graditi alla politica.
E’ da tenere presente che l’assenza di incarichi non discenderà, infatti, da valutazioni negative. Semplicemente, i dirigenti che abbiano svolto le proprie attività a servizio di un certo ente per il tempo massimo consentito senza passare per gli “interpelli” (4 anni più due di rinnovo) si troveranno a prescindere privi di incarico. La riforma slega completamente, infatti, la valutazione dei dirigenti sia dalla prosecuzione degli incarichi, sia dalla stessa possibilità di ottenerne altri.
Paternalisticamente, lo Stato che tratta da figliastri i dirigenti non allineati, consente loro di passare a lavorare come funzionari, ma per altro senza nemmeno porsi il problema: presso quali enti? Perché se i dirigenti apparterranno ad un ruolo nazionale e non saranno, quindi, inseriti nelle dotazioni dei singoli enti, una volta che siano demansionati a funzionari comunque si troveranno senza un datore di lavoro. Cosa farà, allora, l’organo che si occuperà della questione della ricollocazione dei dirigenti demansionati? Un collocamento obbligatorio verso gli altri enti, anche a prescindere dai loro fabbisogni?
La riforma tanto esaltata e che con l’esempio dell’Invitalia si vorrebbe configurare come utile e positiva, così come configurata, porterà ad un caos gestionale irrisolvibile, oltre a proporre l’assurdo di un demansionamento non dovuto né a crisi aziendale, né a valutazioni negative. Per paradosso, poi, dirigenti privi di valutazioni negative, ma rimasti senza incarico, saranno trattati (a quanto pare dai boatos) proprio come dirigenti che risulteranno privati dell’incarico proprio perché valutati negativamente: infatti, anche questi, pur in presenza di un giustificato motivo soggettivo di risoluzione del rapporto, potranno chiedere di essere demansionati. Sicchè, nel calderone dei dirigenti dequalificati finiranno in modo indistinto coloro che non troveranno spazio negli incarichi, perché mai selezionati dalle “commissioni indipendenti” (in realtà, dalla politica: le commissioni si limiteranno a compilare “rose”, da sottoporre poi alla decisione degli organi di governo e si può stare certi che in quelle rose non mancheranno mai i candidati “graditi” da prima agli organi di governo stessi…) e coloro colpiti da responsabilità dirigenziale e da licenziamento, per conclamata incapacità operativa.
Prima di inneggiare a riforme confuse e paradossali, presentando esempi per altro totalmente sbagliati e fuori luogo, la stampa farebbe bene ad analizzare realmente i contenuti delle norme, in chiave critica e propositiva. Ma, se il compito è fare da cassa di risonanza alle iniziative di riforma, a prescindere dalla loro valutazione nel merito, allora anche termini di paragone senza senso come quello proposto con Invitalia hanno la loro funzione.







[1] Per una prima critica a queste indiscrezioni, A. Ferrante, “Dirigenti, vil razza dannata” in http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2016/06/17/dirigenti-vil-razza-dannata/24371/

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