domenica 14 agosto 2016

Capi di gabinetto. Le cose che non capisco



Il per fortuna sparuto gruppo di persone che hanno la pazienza e, soprattutto, lo stomaco di leggere i post di questo blog saranno benevolenti se questa volta utilizzerò un tono più personale, da blog appunto.
E’ che, in merito alla questione del capo di gabinetto del comune di Roma e, più in generale, vi sono alcune cose che, proprio, non riesco a capire.

Ad esempio: la convinzione che per svolgere l’attività di capo di gabinetto occorra una particolarissima professionalità. Traggo dai social network, ma anche dalla stampa, l’assunto secondo il quale il capo di gabinetto avrebbe il computo di coordinare l'attività amministrativa dei dirigenti, assicurando che le direttive politiche non siano ostacolate da questi e, ulteriormente, dovrebbe coordinare le attività intersettoriali, risolvendo eventuali conflitti nei rapporti tra dirigenti, coordinare i lavori della giunta nel caso di delibere intersettoriali, fungere da filtro tra il sindaco e associazioni, imprese, cittadini comitati ed interlocutori vari.
Questi assunti sono del tutto sbagliati, come ho provato a dimostrstrare qui. Ma, non importa. Poniamo che a sbagliare a leggere ed interpretare le norme sia io. Mi chiedo, allora, con specifico riferimento al caso di Roma: ma, un magistrato penale, esattamente, come avrebbe acquisito il tipo di professionalità espressa sopra? Quali esperienze concrete ha, nell’ambito della propria attività di magistrato di coordinamento dei dirigenti, gestione dell’attività di organi politici, definizione dell’indirizzo politico? Esattamente, come e quando un magistrato è aduso a fare da filtro, per conto di un organo politico, dei rapporti con gli stakeholders?
Mi vengono, poi, altri quesiti. Se è vero che un magistrato, nonostante il suo lavoro sia fare indagini, elaborare atti d’accusa, emanare sentenze, ordinanze, proporre appelli, perciò solo acquisisca comunque la spiccatissima professionalità di un capo di gabinetto, la proprietà transitiva funziona anche al contrario? Un capo di gabinetto abilissimo, per ciò solo potrebbe fare anche il magistrato? Il Csm lo consentirebbe?
Ancora altre domande senza risposta. L’incaricata come capo di gabinetto rivendica che il trattamento economico da 193 mila euro l’anno quasi la porta a rimetterci finanziariamente, perché non vivendo a Roma deve sostenere costi di trasferta e soggiorno. Ma, quanti altri lavoratori, privati e pubblici, possono contare sul fatto che se trasferiti, per altro contro la loro volontà magari, da una città all’altra per lavorare si garantisca loro, come fosse un diritto, una maggiorazione economica per sostenere le loro spese di soggiorno e trasferta?
E poi, sempre rimanendo sulla professionalità. L’articolo 90 del d.lgs 267/2000 consente ai sindaci di incaricare nel proprio staff persone pagate come dirigenti, anche se non dispongono del necessario titolo di studio. Mi chiedo, allora, poiché il capo di gabinetto è una figura di quelle rientranti nello staff regolato dall’articolo 90, come sia possibile che la spiccatissima professionalità che si è convinti della avere un capo di gabinetto, come un “segretario particolare”, possa anche essere posseduta da chi non ha nemmeno il titolo di studio per accedere a posti dirigenziali, ma tuttavia, per nomina politica, ottiene egualmente posto dirigenziale e relativo stipendio?
Mi chiedo, ancora, quale richiamo ed interesse possa esercitare un posto come quello di capo di gabinetto, contendibile anche da chi nemmeno è laureato e non di rado condiviso con questi, possa avere verso i magistrati.
E mi chiedo, come mai i magistrati che, giustamente, a più riprese rivendicano la propria indipendenza dalla politica, siano così affascinati da un ruolo come quello di capo di gabinetto, nel quale debbono rinunciare a qualsiasi indipendenza ed agire con una precisa casacca politica.


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