mercoledì 24 agosto 2016

Riforma della dirigenza: ma cos'è il "merito"?

In attesa di conoscere il testo del decreto legislativo attuativo della legge 124/2015 (ben sapendo che occorreranno giorni e giorni per vedere quello approvato in CdM e che vi saranno molte modifiche nel percorso di approvazione definitiva), destano perplessità le concezioni di "merito" che si evincono sui giornali.

Secondo tanta stampa, non sarebbe "merito" vincere i concorsi. Come se, allo scopo, non fossero necessari una laurea, un'esperienza lavorativa di 5 anni almeno nel ruolo di funzionario (previo, quindi, specifico concorso), nonchè un ulteriore concorso per accedere alla qualifica dirigenziale.
Invece, sarebbe "merito" "riuscire ad ottenere" l'incarico dirigenziale, da parte degli organi politici, nell'ambito di un procedimento che di selettivo ha solo l'apparenza. I dirigenti, infatti, non avranno alcun ruolo attivo, ma saranno fantomatiche Commissioni "indipendenti" (ma nominate dalla politica...) a selezionare curriculum, per poi sottoporre rose ai politici, che sceglieranno senza nemmeno dover motivare e quindi rendere conto della scelta.
Sarà che, evidentemente, in questo Paese si considera "merito" non tanto il riuscire l'adoperarsi fattivamente con le proprie forze e risorse per superare selezioni, quanto, piuttosto, la relazione e la capacità di avere agganci. Come i clientes nell'atica Roma, che da questo punto di vista ci ha lasciato un'eredità incrollabile e vivissima.

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