giovedì 29 settembre 2016

Dimissioni del ragioniere generale del comune di Roma in salsa Madia



Sui giornali del 29 settembre campeggia la notizia secondo la quale il ragioniere generale del comune di Roma avrebbe “rimesso il mandato” al sindaco Raggi, perché da tempo, a causa dell’assenza dell’assessore al bilancio, non riceve indirizzi politici.
Ecco come l’Ansa riporta la notizia: “ANSA) - ROMA, 29 SET - "Ho evidenziato delle criticità mettendo a disposizione della sindaca l'incarico, le persone serie fanno così". Questo ha detto il ragioniere generale del Campidoglio Stefano Fermante sentito dal capogruppo della Lista Marchini Alessandro ONorato. "Fermante è una persona seria. In Campidoglio manca da tempo un assessore al bilancio e tutte le responsabilità ricadono su di lui. Il ragioniere generale ha segnalato alla sindaca dei problemi, se non saranno risolti si dimetterà", ha aggiunto Onorato”.
Ecco, invece, cosa si legge sul sito de La Repubblica: “Il Campidoglio perde un altro pezzo. Il ragioniere generale Stefano Fermante ha rimesso il mandato nelle mani della sindaca. Allegando una relazione di 20 pagine che restituisce la foto di una città sull'orlo del default”.

Ora, “rimettere il mandato” e “mettere a disposizione l’incarico” non sono frasi aventi identico significati, ma espressioni completamente diverse: la prima del tutto priva di fondamento tecnico-giuridico, la seconda no. Vediamo il perché.
Rimette il mandato chi abbia ricevuto un mandato. E’ proprio di chi riceva un incarico, generalmente politico o, comunque, di governo o amministrazione (i raffinati innamorati degli inglesismi direbbero governance)di enti e persone giuridiche, che non implicano la costituzione di un rapporto di lavoro. Infatti, il lavoro subordinato non è un contratto di mandato. Il “mandato” in termini generali può andare bene invece per designare poteri di rappresentanza, appunto, di un organo di governo (sindaco, consigliere regionale, parlamentare), o di un vertice di un ente o società (presidente, consigliere di amministrazione, amministratore delegato, eccetera).
Se i media descrivono l’azione del ragioniere generale del comune di Roma come una rimessione “del mandato” al sindaco, fanno un pessimo servizio di informazione, travisando totalmente la realtà fattuale e giuridica.
I dirigenti pubblici non sono titolari di un rapporto di mandato, perché sono lavoratori subordinati dell’amministrazione, titolari, quindi, di un rapporto di lavoro.
I giornali da tempo, ormai, profondono a piene mani negli inconsapevoli lettori, la gran parte dei quali non conosce diritto amministrativo ed organizzazione pubblica, la convinzione che i dirigenti siano in sostanza essenzialmente persone “di fiducia” della politica, anzi un tutt’uno con la politica, cooptati dalla politica in relazione alla tessera che possiedono nel portafoglio e connessi alla politica da un vincolo di mandato (appunto), tale che la durata del loro incarico coincida con il mandato elettorale.
Insomma, la stampa tende a generalizzare il fenomeno dello spoil system e della politicizzazione della dirigenza, come sistema organizzativo generale, sì da giungere a considerare possibile che un dirigente comunale possa, appunto, “rimettere il mandato”.
Le cose non stanno affatto così. Per quanto lo spoil system stia progressivamente dilagando, nella realtà la dirigenza politicizzata o, comunque, “fiduciaria” costituisce ancora (forse non per molto, visti i contenuti della riforma Madia) parte minoritaria dei dirigenti pubblici, i quali in gran parte sono dipendenti di ruolo assunti per concorso pubblico e non designati per volontà politica.
La percentuale è di poco più del 30% in regioni ed enti locali (in realtà, la legge prevede un limite proprio del 30%); nello Stato, i dirigenti generali non di ruolo non dovrebbero superare l’8% (su circa 400 dirigenti attualmente di prima fascia); per gli altri dirigenti, la percentuale di esterni è del 10%.
Sarebbe stato possibile concepire una remissione del mandato, se il ragioniere generale del comune di Roma fosse stato un dirigente non di ruolo. Ma, invece, risulta essere un dirigente a tempo indeterminato, dunque di ruolo, dunque un dipendente che non ha alcun mandato da rimettere.
La versione data dall’Ansa, allora, appare più corretta. Il ragioniere generale ha messo a disposizione del sindaco non il mandato, bensì l’incarico dirigenziale, cioè l’atto che materialmente ha stabilito quale struttura amministrativa del comune dovesse dirigere.
Mettere a disposizione del sindaco l’incarico (che risulta essere stato prorogato dalla Raggi con ordinanza sindacale 55/2016 e poi confermato con ordinanza sindacale 74/2016), significa semplicemente che il dirigente interessato ha informato il sindaco di ritenere, nonostante la conferma, l’incarico ricevuto passibile di revisione e modifica, in relazione all’assenza dell’assessore di riferimento.
La cosa è estremamente diversa, dunque. Ma, ormai, la salsa in Madia della concezione della dirigenza pubblica spinge a dare per scontato che la dirigenza pubblica agisca spinta da esigenze politiche e in funzione di obiettivi e ragioni politiche.
Il tutto è condizionato probabilmente dalla circostanza che è la stessa chiave di lettura fornita dalla politica a lasciar apparire la dirigenza null’altro se non, appunto, il braccio destro del politico di volta in volta al potere e non, invece, come dovrebbe essere se si applicasse l’articolo 98 della Costituzione, colui che ha il dovere di applicare gli strumenti tecnici per assicurare l’attuazione dell’indirizzo politico, ma assicurando che l’attività svolta sia al servizio della Nazione, cioè dell’interesse generale e non di convenienze particolari di partito o di parte.
La riforma Madia precarizza tutti i dirigenti, anche quelli di ruolo e fa dipendere il loro incarico dalla volontà del politico di turno di assegnarlo o meno. E potrebbe, domani, non solo creare una dirigenza non intenta a perseguire l’interesse generale, bensì quello particolare di pochi (adottando atti e decisioni utili a ricevere un altro incarico, anche se dannosi per la collettività), ma anche volta a fare da azione di disturbo. Un incarico dirigenziale conferito a scavalco tra un mandato politico e l’altro, potrebbe assicurare al politico uscente un uomo “di fiducia” per una parte del mandato politico nuovo, con azioni di boicottaggio o insider trading.
Non è un caso che, una volta data dai giornali in modo probabilmente scorretto la notizia dell’iniziativa del ragioniere generale, si siano avanzate moltissime ipotesi, tra le quali quella proprio di un’iniziativa pseudo politica, finalizzata a dare un colpo appunto di carattere politico alla già instabile situazione della giunta Raggi.
In fondo, si tratta probabilmente di una “non notizia” o del travisamento di un’iniziativa istituzionale corretta, travisata, invece, come atto politico: un’anticipazione di quello che diverrebbe la dirigenza davvero politicizzata in salsa Madia. Tanto dovrebbe bastare per lasciar capire i danni potenziali enormi della riforma della dirigenza.


1 commento:

  1. È strano che l'ANAC, così solerte ad intervenire dovunque e comunque, sia rimasta in silenzio di fronte ad una riforma che crea le premesse di un aumento della corruzione. E poi uno spunto per un approfondimento. I vertici dell'ANAC, possono ricevere incarichi retribuiti o anche non retribuiti per direzioni scientifiche, partecipazioni a convegni, prefazioni di libri, ecc? Si può ancora parlare di reale indipendenza in presenza di rapporti ravvicinati? Quel che vale per un normale dipendente, vale anche per i capi supremi? Sarebbe utile approfondire questi aspetti in generale per tutti i dipendenti, visto il clima di sospetto, diffidenza e presunta colpevolezza creato da altri dipendenti, sia pure di vertice massimo e legati a filo doppio alla politica.

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