mercoledì 21 settembre 2016

E che Olimpiadi siano

Sergio Rizzo è molto noto come agguerrito e implacabile watchdog della mala amministrazione e della cattiva spesa pubblica. Non c’è scontrino, fattura, opera incompiuta, che sfugga all’acume critico del grande giornalista.
Allora, visto che il Rizzo è manifestamente favorevole allo svolgimento delle Olimpiadi a Roma nel 2024, come dimostrato dai suoi recenti scritti e in particolare dall’articolo sul Corriere del 21 settembre “Dallo stop il rischio di risarcimento In Campidoglio 15 milioni di spese”, deve essere certo e vero che le spese per le Olimpiadi saranno sicuramente virtuose, ben destinate ed utili. Altrimenti, la presa di posizione di simile inflessibile critico della pubblica amministrazione non si giustificherebbe.

Non si può che fare atto di fede in ciò che scrive il Rizzo, sicuramente incontestabile. Le riflessioni che seguono, dunque, sono solo la confessione da parte di chi scrive di non aver capito nulla e di professare un credo sconvenientemente non privo di dubbi interni sul verbo della stampa favorevole alle Olimpiadi.
Sì, perché lo stesso Rizzo non pare professare in modo del tutto coerente il dogma dell’assoluta utilità dei giochi olimpici a Roma. Sempre sul Corriere della sera, il 15 febbraio 2012, nell’articolo di fondo dal titolo “La contabilità delle ambizioni” l’inesorabile watchdog della spesa pubblica non nascondeva la totale adesione ed il pieno plauso nei confronti del premier Monti che rinunciò alla candidatura di Roma per il 2020, spiegando anche i motivi economici a supporto di tale condivisione: “Si è arrivati a sostenere che sarebbe stata un’operazione «a costo zero» con le spese coperte da introiti fiscali e incassi dei biglietti. Spese astronomiche già in partenza. Otto miliardi? Dieci? Quanti davvero? Il partito dei Giochi avrebbe dovuto ricordare che da troppi anni sbagliamo, e per difetto, ogni preventivo. Di soldi e di tempi. Non per colpa dei ragionieri, ma di una macchina impazzita che macina ricorsi al Tar, arbitrati, revisioni prezzi, varianti in corso d’opera, veti di chicchessia: dalle Regioni alle circoscrizioni. Un impasto mostruoso di burocrazia, interessi politici e lobbistici che spesso alimenta la corruzione e ci fa pagare un chilometro di strada il triplo che nel resto d’Europa. E in due decenni non è cambiato proprio nulla. Anzi. Per rifare gli stadi di Italia 90 abbiamo speso l’equivalente di un miliardo e 160 milioni di euro attuali, l’84% più di quanto era previsto? Nel 2009 ci siamo superati, arrivando ai mondiali di nuoto senza le piscine. In compenso, però, con una bella dose di inchieste giudiziarie. Questo è un Paese nel quale da dieci anni si monta e poi si smonta, quindi si rimonta, per poi smontarla di nuovo, la giostra del Ponte sullo Stretto di Messina: incuranti di penali monstre che nel frattempo lo Stato si è impegnato a pagare. Dove i costi della metropolitana C di Roma esplodono in modo così fragoroso che non è possibile immaginare quando e se la vedremo finita”.
Deve essere che 4 anni dopo, per fortuna l’Italia non sbaglia più le previsioni (lo si è visto col Def, che dava una crescita del Pil nel 2015 all’1,2% e se va bene sarà dello 0,8%) e, soprattutto, ha cancellato la macchina impazzita della burocrazia e gli interessi lobbistici. Di certo, per Roma 2024 non v’è nessun imprenditore edile della Capitale interessato alla realizzazione dei lavori.
D’altra parte, è vero o no che nel 2012 l’Anac ancora non c’era e, soprattutto, non c’era ancora il nuovo codice dei contratti, approvato proprio solo nel 2016? Dunque, le condizioni sono sicuramente diverse e migliori: grazie alla straordinaria funzionalità della disciplina anticorruzione e ai miracoli del codice dei contratti, certamente né nessuna lobby sarà neanche solo sfiorata dal pensiero di condizionare gli appalti, né i malintenzionati avranno spazio per delinquere. Perché, come è da sempre noto a tutti, i delinquenti se vedono che una legge viene modificata, pur essendo abituati per forma mentis a violare le leggi, di fronte a una riforma si fermano. Vìolano solo le leggi precedenti, quelle riformate mai.
Di queste incrollabili certezze è portatore l’interlocutore del Rizzo nell’articolo del 21 settembre, l’assessore Paolo Berdini del comune di Roma: “Finalmente lo Stato ha messo un presidio per gli appalti pubblici. Dunque non capisco più quali siano le remore ad accettare che ci siano appalti pubblici anche importanti, come un'Olimpiade”.
D’altra parte, ragiona il Rizzo, se Roma rinunciasse verrebbe vanificata la spesa di 15 milioni di euro già erogata per sostenere la candidatura di Roma. E il Rizzo spiega bene perché bisogna stare molto attenti a tale spesa: “Perché non si trattereb be di sconfessare solo una decisione già presa dal precedente consiglio comunale con Ignazio Marino sindaco, ma anche la firma che il commissario straordinario Francesco Paolo Tronca ha messo sotto i moduli per confermare la candidatura di Roma. E poi per sconfessare una delibera consiliare servono motivazioni piuttosto solide. Che si possono sempre trovare, certo. Ma sapendo che chi voleva le Olimpiadi a tutti i costi ha i siluri pronti. Ð Coni di Giovanni Malagò ha già incaricato gli avvocati di approfondire l'ipotesi del danno erariale. Il fatto è che per i preliminari della candidatura sono stati stanziati 35 milioni di euro, dei quali circa metà, 15 milioni, già spesi da quando la giunta Marino si è pronunciata a favore. E siccome si tratta di denari pubblici, secondo i legali consultati dal Comitato olimpico, la revoca della decisione di Marino potrebbe esporre alla richiesta di un risarcimento da parte della Corte dei conti”.
E sì. Perché le irrinunciabili Olimpiadi di Roma 2024, come mostra di ben sapere il severo watchdog della politica economica, sortiscono l’effetto di modificare perfino il principio di personalità della responsabilità erariale. Sicchè, il Comitato olimpico si assume la responsabilità di affrontare l’alea della candidatura di Roma, priva di qualsiasi garanzia sia perché il comune di Roma potrebbe rinunciare, sia perché non è scritto da nessuna parte che Roma debba ottenere il placet del comitato olimpico internazionale, spendendo 15 milioni di euro, ma, poi, la responsabilità erariale sarebbe di chi quella spesa non l’ha né fatta, né consentita. Nuove regole, sulle quali il rigorosissimo watchdog della spesa pubblica ovviamente non ha nulla a che ridire, visto che le cose dal 2012 al 2016, come notato sopra, sono radicalmente mutate. E, quindi, va benissimo che il Coni abbia speso nella più totale incertezza dell’utilità della spesa stessa i 15 milioni.
Così come va benissimo che un comune come Roma, da sempre al centro dell’attenzione dell’acuto watchdog della spesa pubblica, soffocato da 12 miliardi di debiti (pagati non solo dai romani in termini di tasse più alte, ma anche da ogni altro cittadino italiano, che contribuisce ai 300 milioni annui che lo Stato trasferisce alla Capitale), debba spenderne almeno 5 per la realizzazione dell’evento e non si sa quanti altri per le infrastrutture di trasporto, senza avere alcuna cognizione di come si possa coprire questa spesa.
Strano che il Rizzo non abbia pensato di suggerire di utilizzare i favolosi risparmi derivanti dalla riforma delle province. Sarà forse perché la riforma, anch’essa magnificata dal rigoroso watchdog della spesa pubblica non ha generato alcun risparmio, visto che, come ha dimostrato Perotti, i “tagli” spesa sono stati tutti annullati da maggiore spesa pubblica? Sarà che i 3 miliardi scippati alle province non costituiscono affatto un taglio, ma solo un trasferimento di risorse dalle province allo Stato, che li ha già spesi nei mille rivoli delle prebende varie ideate in questi anni, sicchè nemmeno la tanto sostenuta, auspicata, voluta, riforma (ovviamente “epocale”) delle province può finanziare le necessarie, immancabili, imperdibili Olimpiadi di Roma?
La risposta, ovviamente, è no. La fede nella nuova Italia che in 4 anni ha cambiato radicalmente pelle così da potersi permettere quelle Olimpiadi che 4 anni fa rifiutò è assoluta: sicuramente vi sono le condizioni di legalità, economiche e tecniche per fare le Olimpiadi. E che Olimpiadi siano.

AGGIORNAMENTO

Il sindaco (non è un errore di battitura) Raggi ha confermato nel pomeriggio del 21.9.2016 che effettivamente il comune di Roma ritira l'appoggio alla candidatura per le Olimpiadi. Restiamo convinti che si tratti di un errore. Non è possibile che il tetragono watchdog della spesa pubblica possa aver torto, anche se a 4 anni di distanza cambia di 180 gradi le proprie valutazioni sull'opportunità delle Olimpiadi. Certo che la Raggi ora rischia una bella responsabilià erariale, per i 15 milioni spesi non da lei, ma dal Coni. Siamo certi che di questa grave circostanza i watchdog daranno ampiamente conto. Intanto, il rammarico per l'occasione persa avvolge tutto.

1 commento:

  1. Gli editori decidono la linea. Alcuni giornalisti, coerenti con la scelta di legare l'asino dove vuole il padrone, si comportano di conseguenza. Somigliano ai futuri dirigenti che prefigura la riforma madia, niente schiena dritta, ubbidire e combattere per chi ti ha nominato e al diavolo la fedeltà alla Repubblica.

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