domenica 2 ottobre 2016

Ma è proprio vero che senza assessore non si può gestire un bilancio?



Ora che finalmente il comune di Roma ha trovato l’assessore al bilancio e che pare ridimensionata la “crisi” dovuta alla messa a disposizione del sindaco del proprio incarico da parte del ragioniere generale, forse è possibile analizzare seriamente la questione dell’assessore mancante e del problema delle direttive, che tanto ha inquietato, appunto, il ragioniere generale.

Partiamo da una semplicissima constatazione di cronaca: il ragioniere generale di Roma ricevette il proprio incarico a fine 2014 dal sindaco Marino, nell’ambito di una giunta inquieta, ma completa, nella quale operava un assessore al bilancio. Con tanto di direttive, quindi.
I fatti ci dicono, tuttavia, che quella giunta è durata ben poco: nell’ottobre del 2015, come è noto, i consiglieri della maggioranza in uno studio notarile hanno sottoscritto il documento per la parola fine all’esperienza del sindaco Marino.
Per tutto l’autunno 2015, l’inverno 2016 e fino al giugno 2016 a Roma ha operato il commissario Tronca.
Non risulta che, in una gestione commissariale, vi sia né la giunta, né l’assessore al bilancio che possa esprimere “direttive” ai dirigenti.
Viene, allora, spontaneo chiedersi: ma, in quei mesi, senza assessori al bilancio che potessero emanare direttive, la ragioneria generale di Roma, come ha fatto a lavorare? Sono state inviate lettere volte ad esprime disagi operativi, analoghe a quelle all’indirizzo del nuovo sindaco?
Si sa che la narrazione dell’operato del commissario Tronca lo descrive come ubiquo ed instancabile: forse di simili note non vi sarà stata necessità, perché il commissario avrà avuto la capacità di esprimere direttive a getto continuo e di lavorare gomito a gomito con ogni dirigente della capitale, anche solo utilizzando la “forza” come un vero cavaliere Jedi.
In ogni caso, è indubitabile che un assessore al bilancio non vi fosse. Ciò ha impedito al comune di gestire e svolgere le proprie funzioni?
Ovviamente no. Per una ragione molto semplice: per paradosso, un assessore al bilancio potrebbe semplicemente non esistere nemmeno.
Non si tratta di una figura politica né necessaria, né obbligatoria. L’ordinamento degli enti locali da 26 anni è una sorta di assaggio della verticalizzazione del potere che si sta tentando di far salire al livello statale. Nella realtà, il potere di governo è quasi integralmente concentrato sul sindaco, anche per la circostanza che l’organo monocratico riceve direttamente dal corpo elettorale il proprio mandato.
E’ il sindaco che determina l’indirizzo politico dei comuni e agisce non come primus inter pares, ma come vertice anche gerarchico nella giunta, tanto è vero che dispone di un potere quasi assoluto di incarico e revoca degli assessori (salva una dovuta informazione al consiglio).
La giunta è così disciplinata dall’articolo 48 del d.lgs 267/2000: “La giunta collabora con il sindaco o con il presidente della provincia nel governo del comune o della provincia ed opera attraverso deliberazioni collegiali”.
E’ un organo di collaborazione del sindaco, da esso dipendente, che svolge la propria attività mediante deliberazioni in forma collegiale.
Infatti, gli assessori, nei comuni, non sono organi, ma meri componenti della giunta.
L’assessore non dispone di alcuno specifico potere, tranne, proprio, quello della direttiva. Ma, la direttiva dell’assessore non può che essere una specificazione di dettaglio dell’indirizzo espresso dall’organo collegiale del quale fa parte, non un atto autonomo ed individuale.
Questo dimostra che le direttive possono perfettamente essere disposte direttamente dalla giunta e anche dal sindaco, non essendo assolutamente necessario, né fissato dalla legge, l’elenco tipico degli incarichi (non sono deleghe, anche se ostinatamente i media continuano così a definire l’assegnazione di funzioni agli assessori) degli assessori.
Roma, come qualsiasi comune, può benissimo fare a meno dell’assessore al bilancio: l’indirizzo lo può formare certamente il sindaco e la giunta nel suo complesso.
Del resto, gli indirizzi fondamentali per la formazione del bilancio e la sua gestione sono atti collegiali: il Dup (documento unico di programmazione) ed il bilancio di previsione, approvati da giunta e consiglio; il Piano esecutivo di gestione che traduce in obiettivi gestionali i programmi dei documenti programmatici; le aliquote, decise dal consiglio; i regolamenti su tributi, tariffe e patrimonio, di competenza del consiglio.
Un assessore al bilancio non potrebbe che muoversi dentro queste strettoie, rese ancora più fitte dalla moltitudine di norme di legge che vincolano la gestione finanziaria e contabile: grazie alla riforma della contabilità, mentre prima poche decine di articoli del d.lgs 267/2000 governavano il sistema, oggi pagine, pagine e pagine di “principi contabili” fissano nel minimo dettaglio ogni procedura, ogni spesa, ogni vincolo. In modo che la “direttiva” dell’assessore risulti sostanzialmente marginalizzata, se non quasi del tutto sostanzialmente inutile.
Insomma, una ragioneria sulla base di queste norme ha un percorso assolutamente definito e chiaro per approvare un bilancio di previsione ed ogni altro documento contabile. Certo, senza spingersi verso scelte non tecniche, come pressione fiscale e aliquote. Ma, queste possono essere oggetto di indicazioni e direttive degli organi collegiali, senza che allo scopo serva necessariamente un assessore addetto.

Questa è la realtà dei fatti e questo è quel che emerge dalle norme. Il resto appare molto una coloritura metagiuridica e molto massmediatica.

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