sabato 29 ottobre 2016

Province: una riforma disastrosa per la vita di ogni giorno


E’ troppo presto per trarre conclusioni sulle cause che hanno determinato il crollo del ponte a Lecco, con i conseguenti morti e feriti.
Le cronache riferiscono di un rimbalzo di competenze tra Anas che ha chiesto alla provincia di Lecco la chiusura del ponte poi purtroppo crollato e la provincia che pretendeva l’ordinanza come titolo per provvedere.

Saranno le inchieste tecniche e giudiziarie a chiarire le responsabilità amministrative e dei singolo soggetti, anche se questo non potrà porre rimedio alla tragedia di chi ha perso la vita, dei suoi familiari e dei feriti di un disastro semplicemente paradossale e inaccettabile.
Un dato, invece, è altamente probabile: questa tragedia, pur non potendosi oggi affermare che sia causa “diretta” della riforma delle province è certamente con essa molto strettamente collegata.
Un giornale protagonista dell’ottusa incessante e lunghissima campagna contro le province come Il Fatto Quotidiano del 29 ottobre 2016 con l’articolo “Province abolite per fina” non si smentisce nella ricostruzione banalizzante, accollando a prescindere in capo alla provincia le responsabilità. L’articolo riporta: “Dopo la riforma costituzionale voluta alla fine del secolo passato dal governo di Massimo D'Alema (la riforma del Ti tolo V della Costituzione) e l'introduzione di quello che è stato chiamato il federalismo stradale, non ci si capisce più niente. L'intervento più recente di Matteo Renzi il quale ha fatto credere di aver abolito le Province ha, se possibile, ingarbugliato di più la faccenda. Il cavalcavia del fattaccio è formalmente di pertinenza della Provincia di Lecco e la Provincia di Lecco come tutte le altre Province d'Italia è in un limbo, c'è e non c'è. Nonostante Renzi abbia provato a far credere è contrario, per il momento le Province ancora esistono e la loro scomparsa definitiva dipende dal risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre. E finché le Province sono in vita è normale si facciano valere, nel bene e nel male”.
Il messaggio è chiaro: fossero state eliminate non per finta, la tragedia non si sarebbe verificata, perché la provincia di Lecco non si sarebbe potuta “far valere” e qualcuno, quindi, quel ponte l’avrebbe chiuso in tempo.
L’autore dell’articolo, investito del sacro fuoco contrario alle province, dà per vero e consolidato qualcosa che deve essere ancora dimostrato, appunto la responsabilità operativa. Il comunicato dell’Anas sul tema lascia aperti un po’ più di dubbi: “Anas informa che, dalle prime ricostruzioni dei fatti, il cantoniere Anas addetto alla sorveglianza del tratto della strada statale 36 al km 41,900, sul quale alle ore 17.20 è ceduto il cavalcavia n. 17 della strada provinciale SP49, già attorno alle ore 14.00, avendo constatato il distacco di alcuni calcinacci dal manufatto, ha disposto immediatamente la loro rimozione e la parzializzazione della SS36 in corrispondenza del cavalcavia. Subito dopo il cantoniere, in presenza della Polizia Stradale, ha contattato gli addetti alla mobilità della Provincia di Lecco, responsabile della viabilità sul cavalcavia, e li ha ripetutamente sollecitati alla immediata chiusura della strada provinciale SP49 nel tratto comprendente il cavalcavia. Gli addetti della Provincia hanno richiesto un’ordinanza formale da parte di Anas che implicava l’ispezione visiva e diretta da parte del capocentro Anas, il quale si è attivato subito, ma proprio mentre giungeva sul posto il cavalcavia è crollato. È stato inoltre accertato che il Tir che è precipitato dal cavalcavia provinciale era un trasporto di bobine di acciaio il cui notevole peso non è al momento noto”.
E’ da capire se l’ispezione visiva era realmente indispensabile. Il fato (?) ha voluto che il ponte crollasse proprio mentre l’ispezione visiva stava per essere compiuta.
Fermo rimanendo che l’articolista de Il Fatto non ha ben chiaro che le province anche dopo il referendum non spariranno (saranno disciplinate dalla normativa regionale: basta guardare le norme transitorie alla legge di riforma costituzionale), è evidente che l’evento è certamente stato scatenato dalla mancata chiusura del ponte, ma trova le sue radici molto più in là nel tempo.
Esattamente dal 2012, quando il governo Monti, maldestro nell’avviare una riforma delle province poi bocciata dalla Corte costituzionale, ha di fatto attivato il processo di strozzinaggio dei bilanci provinciali, azzerando il fondo sperimentale di sviluppo ed avviando la contrazione della spesa, passata in un periodo brevissimo, dal 2012 al 2016, da circa 12 miliardi a 7 miliardi, a competenze, però, invariate.
In questo quadro disarmante, nell’ambito di questo modo di effettuare le “riforme”, capace solo di demolire senza costruire, si pone il disastro di Lecco, che, però, è solo il tragico emblema di una riformaccia istituzionale il cui effetti sono di portata ben più estesa.
La conferma che la pessima riforma Delrio sia la vera base del degrado del ponte di Lecco, come di ogni strada provinciale, di ogni istituto scolastico superiore ed ogni immobile di pertinenza delle province strozzate finanziariamente, la dà un esponente del Governo stesso. Su La Stampa del 29 ottobre 2016, l’articolo “Intervista a Riccardo Nencini - "Sono anni che si tagliano gli investimenti. Ora basta"”, riporta le considerazioni del vice ministro ai lavori pubblici, che appaiono una requisitoria, tardiva quanto purtroppo inutile, proprio nei confronti della pessima riforma Delrio: “«Ripeto, è presto per dire di chi sia la responsabilità. Quel che è certo è che, in attesa del referendum costituzionale del 4 dicembre che potrebbe definitivamente abolirle, molte province italiane sono alle prese con seri problemi di bilancio». Argutamente, l’articolista, in questo caso non invaso dalla vis abolendi, chiede: “Insomma, dietro la tragedia potrebbe esserci un problema di risorse?”. La risposta del vice ministro sintetizza il fallimento assoluto della riforma Delrio: “«È un fatto che dal 2008 al 2014 gli investimenti per le opere infrastrutturali, manutenzione compresa, siano scesi del 30-32 per cento con tutte le conseguenze negative del caso. Questa è la ragione per cui il governo ha raddoppiato le risorse assegnate ad Anas. Destinando, solo alla manutenzione, 500 milioni di euro. Vale a dire il 60 per cento in più dell'anno precedente. […]”.
Il crollo della spesa di investimento delle province, obbligate a versare allo Stato miliardi ogni anno, è stato ancor più verticale e non ha permesso loro più di effettuare la manutenzione per strade, scuole, edifici. Il tutto, in un Paese, come si nota, ad altissimo rischio sismico e con infrastrutture ormai inadeguate ed obsolete.
Ma, lo strozzinaggio nei confronti delle province ha anche prodotto altri disagi per la vita di ogni giorno: centri per l’impiego, già da sempre sotto dimensionati e cenerentola delle politiche di rafforzamento dell’azione amministrativa, allo sbando, senza una destinazione ancora chiara, sì che i disoccupati hanno ancora meno servizi e tutele; disabili sensoriali che hanno subito la riduzione drastica degli aiuti allo studio e dei sussidi; altri servizi sociali azzerati; contributi al sostegno delle attività commerciali e produttive eliminati.
La cosa più paradossale è che le province, una volta devastati i loro bilanci, non sono più nelle condizioni di mantenere le strade in esercizio, pur essendo la viabilità e appunto la gestione delle strade una delle funzioni “fondamentali” che la riformaccia ha lasciato come propria del loro status.

Aggiornamento.
Non siamo i soli ad argomentare sul disastro provocato alla vita di ogni giorno e all'ordinamento dalla devastante riforma Delrio. Anche gli accademici cominciano ad accorgersene sia pure con immenso ritardo, come dimostra questa intervista pubblicata su Il Quotidiano Nazionale de 31 ottobre 2016:




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