sabato 18 marzo 2017

Caso Minzolini. Considerazioni sparse (e non richieste)

Ascoltare o leggere dichiarazioni dei senatori che discutono sul merito di una condanna definitiva, per giustificare il loro voto contro la decadenza del senatore Minzolini desta obiettivamente qualche sconforto.
Oggetto della deliberazione del Senato non era e non poteva essere il "riesame" di una sentenza: la decisione di condannare il senatore a 2 anni e sei mesi è passata in giudicata. Cosa giudicata, significa che nessun altro organo può può pronunciarsi nè sul merito, nè sulla procedura.
Sembra evidente che i senatori non abbiano chiaro in cosa consista la divisione dei poteri ed abbiano interpretato una funzione, la dichiarazione mera di decadenza come attuazione obbligata di una legge, quale "quarto grado di giudizio", ai fini dell'autoassoluzione. Una "riforma" sotto traccia della legge Severino e della Costituzione. Una "riforma" che lascia capire molto bene come non sia per nulla necessario mettere mano alla Costituzione, ma al contrario cominciare davvero ad applicarla per intero.
Altrettanto sbigottiti lascia il riferimento al "fumus persecutionis". Il sospetto che un componente del Parlamento possa essere perseguitato dalla magistratura per scopi politici è alla base di un potere parlamentare totalmente diverso rispetto alla mera dichiarazione di decadenza attuativa della legge Severino: il potere, cioè, di negare alla magistratura l'autorizzazione ad avviare un'iniziativa giudiziaria. Negazione fondata, appunto, sul sospetto che tale iniziativa sia fondata non su ragioni di merito, ma di natura politica, tali da far perseguitare un innocente.
Nel caso del senatore Minzolini lo capisce anche uno studente del primo giorno del primo anno di giurisprudenza: non vi può essere "fumus persecutionis" per la semplice ragione che il processo si è fatto, si è concluso con una sentenza passata in giudicato di condanna. Dunque, non può esservi alcun "sospetto" sull'esito.
Si è tirata fuori, allora, la presenza di un magistrato ex parlamentare che ha giudicato il senatore Minzolini, come prova della natura politica della sentenza. Il senatore Minzolini avrebbe potuto e dovuto rilevare l'eventuale posizione di conflitto di interessi del magistrato durante il processo, ricusandolo. Ma, non lo ha fatto. Il Senato ha ritenuto, forse, di sostituirsi in via postuma ad un suo componente e rilevare ciò che nel corso del giudizio quel componente non ha evidenziato, dopo che la sentenza è stata emessa ed è passata in giudicato? Senza scomodare la Costituzione che obbliga a far decadere i parlamentari che perdono l'elettorato attivo, non basta la semplice logica a far capire l'insostenibilità di simile punto di vista?
Ma, poi, fumus persecutionis per cosa? Per contrastare l'attività politica del Minzolini da parte di una magistratura collusa con le forze politiche cui il Minzolini si opponeva? La condanna è per peculato, per aver il senatore speso 65.000 euro messigli a disposizione dalla Rai per fini privati, invece che ad uso istituzionale. Come possa esservi un intento persecutorio per una vicenda privata, ma ad effetto e valore pubblici, proprio non si capisce.
Sgomenta, infine, la circostanza che adesso la stampa all'unisono pone come problema non le plateali violazioni della Costituzione commesse dal Senato, bensì l'attività politica dei magistrati.
Il senatore Minzolini viene utilizzato come martire di un magistrato ex politico che lo avrebbe condannato per intenti politici, allo scopo di distrarre l'attenzione sul grave atto compiuto dal Senato e imprimere l'impressione che effettivamente la sentenza è "sbagliata", come per legittimare la giustizia autoprodotta dal Senato, la giustizia "fai da te" della politica, contro la magistratura e contro la Costituzione. Ma, contemporaneamente, questa svolta della stampa che sbraita contro i magistrati in politica ha uno scopo più nascosto: indebolire un forte candidato alla segreteria del PD, Michele Emiliano, perchè "ancora non si è dimesso da magistrato".
A ben vedere, il problema dei magistrati che fanno politica si pone, certamente. E' probabilmente corretto immaginare regole che in futuro impongano ai magistrati di scegliere tra la professione e lo svolgimento di attività politica, senza ritorno.
Ma, altrettanto necessario sarebbe, allora, imporre scelte altrettanto drastiche ai magistrati chiamati alla "pseudo politica", quando vengono nominati negli uffici di diretta collaborazione dei ministeri, per ruoli di capo di gabinetto, direttori generali, consiglieri politici, direttori dell'ufficio legislativo, o quando nominati su indicazione governativa negli organi direttivi di autorità anche se formalmente indipendenti. Pur se non scesi direttamente in politica, questi magistrati sono scelti in via fiduciaria in quei ruoli apicali per i quali la stessa Corte costituzionale, contraria allo spoil system, ammette che la nomina possa avvenire per il rilievo esclusivo o prevalente della personale adesione del nominato agli orientamenti politici del titolare dell'organo che nomina.
Infine: non risulta più molto credibile la già poco credibile scusa accampata dai partiti per non intervenire nei confronti di propri esponenti implicati in indagini delicate, per le quali è evidentissima l'opportunità politica (e sociale) di non farli proseguire in incarichi di governo. La scusa è la presunzione di non colpevolezza, in attesa della sentenza definitiva. Come si vede, nel caso di specie, c'è stata la sentenza, definitiva e di condanna, ma il Senato si è erto a quarto grado di giudizio. La scusa, dunque, si rivela per quello che è: semplicemente, cercare di tirarla alle lunghe, perchè il famoso "rispetto per le decisioni della magistratura" sembra essere esclusivamente uno slogan prefabbricato per interviste sui giornali.

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