mercoledì 12 aprile 2017

Il rinnovo dei contratti pubblici può attendere ancora

I giornali del 12 aprile 2017 parlano di una manovra economia e di un Def approvato, come ormai avviene sempre negli ultimi anni, sulla fiducia, anzi "salvo intese". Cioè, senza un testo. Per conoscere il quale dovremo attendere ancora giorni.

Nell'ambito della manovra, si afferma che ai fini del rinnovo dei contratti pubblici: il Governo conferma l'impegno degli 85 euro, imprudentemente assunto senza coperture dal Ministro Madia lo scorso 30 novembre con i sindacati, mediante l'accordo "prereferendario" che avrebbe dovuto spingere i dipendenti pubblici a votare sì al referendum del 4 dicembre, ma senza esito.
Quella cambiale stipulata con i sindacati pesa. Perchè i soldi non ci sono.
Il Ministro Padoan nella conferenza stampa di presentazione della manovra ancora senza testo della norma, ha comunque voluto rassicurare tutti, affermando che le risorse per l'incremento medio di 85 euro si troveranno.
E giornali come La Repubblica avallano questo impegno in articolo come questo del quale riportiamo un passaggio:


Come l'articolo avrebbe dovuto evidenziare, c'è un però. I soldi ancora non ci sono. Forse, compariranno col Def e, comunque, non saranno stanziati prima della legge di bilancio per il 2018.
Tradotto in parole più semplici, a meno che i sindacati non accetteranno di stipulare contratti in bianco che rinviino ad eventi futuri ed incerti il finanziamento delle somme da loro immaginate, il blocco dei contratti può durare ancora almeno fino al 2018.
Con un piccolo problema: i 2,8 miliardi circa mancanti per rispettare l'impegno imprudentemente assunto il 30 novembre 2016 si aggiungeranno, nella legge di bilancio 2018, a circa 23 miliardi da reperire per evitare l'applicazione delle "clausole di salvaguardia" che il Governo Renzi ha piazzato, per finanziare in deficit i bonus degli 80 euro (10 miliardi l'anno) e i 20 miliardi circa di spesa per gli sgravi alle aziende che hanno assunto tra il 2015 e il 2017. Non ci sarebbe da stupirsi se alla fine quei 2,8 miliardi non saranno mai reperiti e saranno sostituiti da prestazioni pensionistiche o di welfare aziendale, apparentemente senza costi, ma in grado egualmente di squilibrare i conti.

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