martedì 13 giugno 2017

Concorsi: le ovvietà che nascondono la giustificazione dell’arbitrio


Sul Corriere della sera del 13 giugno 2016 è pubblicato un articolo di Roger Abravanel intitolato “La riforma a metà che frena i nostri musei”, che torna sulla questione delle nomine considerate illegittime dal Tar.

L’intervento punta l’attenzione sulle procedure selettive, fornendo indicazioni francamente ben al di dentro dei confini dell’ovvio:
-          le sentenze evidenziano il mancato rispetto delle procedure, troppa arbitrarietà e poca trasparenza nelle selezioni (colloqui via skype e non audizioni pubbliche, punteggi per le classifiche ritenuti non idonei e selezione tra i tré finalisti da parte del ministro considerata non oggettiva)”;
-          Quando si seleziona un candidato di responsabilità non è facile stabilire punteggi oggettivi che valutino l'esperienza e bisogna garantire la privacy di una persona che non ha nessuna voglia di fare sapere al pubblico che sta valutando una posizione prima di essere accettata”;
-          La selezione è per definizione arbitraria e poco compatibile con i concorsi pubblici i cui criteri di definizione del merito prevedono una valutazione il più oggettiva e trasparente delle competenze tecniche di un candidato — la conoscenza della legge per un magistrato, del fisco per un dirigente della agenzia delle entrate e della storia dell'arte/architettura /archeologia per un sovrintendente del ministero della cultura”;
-          come valutare con punteggi la capacità di leadership e lo spirito imprenditoriale”?
-          Nella Pubblica amministrazione italiana (Pa) si fa carriera dall'interno, secondo norme, procedure burocratiche e punteggi tipici dei concorsi pubblici che da anni sono una risposta al cancro delle raccomandazioni. All'estero, invece, le nomine dei vertici della Pa possono avvenire dal l'esterno e così avviene anche per molti musei pubblici. In Francia, il direttore del Louvre è nominato dal presidente della Repubblica, mentre quello del museo Pompidou è scelto da una fondazione, come avviene in Inghilterra per il direttore del British Museum”.
Fermiamoci un attimo, per sottolineare due aspetti:
1)      speriamo che qualcuno informi Abravanel che in Italia nella pubblica amministrazione non è per nulla possibile fare carriera dall’interno, per la semplicissima ragione che il metodo per farlo erano le “progressioni verticali” di carriera, concorsi molto all’acqua di rose regolati dai contratti collettivi, che fortunatamente la riforma Brunetta ha abolito, si spera per sempre, sostituendoli con concorsi pubblici con limitata riserva di posti:
2)      registriamo che all’estero (che a noi provinciali piace sempre tantissimo, tanto che lo imitiamo sempre, però sempre “all’italiana”; si vede che l’estero non è poi così bello o “estero” fino in fondo…), e in particolare in Francia a nominare il direttore del Louvre è il Presidente della Repubblica, mentre in Gran Bretagna la direzione del British Museum è disposta da una fondazione.
Limitandoci al secondo aspetto, la domanda sorge spontanea: e dunque? Sostiene ancora Abravanel: “inizia a essere chiaro che il direttore di un museo non deve solo tutelare ü patrimonio artistico affidatogli, ma anche valorizzarlo. Deve quindi conoscere il marketing dei beni culturali (per esempio segmentando i visitatori — single appassionati, famiglie senza figli, famiglie con bambini — e adattando la offerta culturale), essere capace di cercare fondi privati, gestire un budget e le persone, organizzare un bookshop e un locale di ristoro. Non basta uno storico dell'arte, ci vuole uno storico dell'arte che capisca di management”.
Giustissimo! Il direttore del museo deve avere queste competenze. Bene. Ma, la vera domanda che si pone non è quali competenze deve avere un direttore del museo, bensì come verificare se le possieda davvero, in che misura, con quali potenzialità.
Ora, a questo scopo appare piuttosto evidente che non assume alcuna rilevanza, nessuna, ma proprio nessuna, “chi” nomina e dà l’incarico, almeno non in una democrazia occidentale moderna. Al tempo dei faraoni o delle monarchie medievali o assolute, più che il “come” e “perché” qualcuno era nominato, contava appunto la provenienza sacrale della nomina, tanto che un divo imperatore romano poteva anche nominare un cavallo. Napoleone, in età più moderna, tanto per non sbagliare, invece di affidare la sua investitura imperiale al Papa, si auto proclamò e incoronò imperatore. E, poiché contava il “chi” nomina, e non tanto il “come” e il “perché”, ebbe modo di nominare molti fratelli, sorelle, cognati e altro parentado principi e regnanti in mezza Europa.
Siamo sicuri che questo possa essere il sistema per ricercare dirigenti da preporre a servizi pubblici fondamentali, cioè pensare al soggetto che li incarica, invece di prendere atto che è indispensabile un sistema di selezione serio, capace davvero di tendere ad individuare i migliori, lasciando traccia e spiegazione del perché una nomina ricada su qualcuno, invece che su un altro?
La domanda, ovviamente, è retorica. Come cittadini di uno Stato di diritto e non sudditi di una satrapia, abbiamo diritto di sapere perché chiunque acceda ad incarichi amministrativi o tecnici sia migliore di altri concorrenti, per poter verificare che ci governa non scelga per parentele, appartenenze politiche, convenienze, ricatti. Semplice, no?
Evidentemente no. Infatti, Abravanel conclude: “È però necessaria una seconda fase della riforma che formalizzi che le nomine esulano dai concorsi per carriere dall'interno, magari trasformando i grandi musei italiani in fondazioni e ripensandone la governance. Non basta, bisogna anche dare ai loro direttori i poteri che oggi non hanno, ridimensionando drasticamente quelli del ministero dei Beni culturali. Nascerà cosi una vera meritocrazia anche nella gestione del patrimonio artistico italiano e si eviterà che, anche nella cultura come nella economia, chi guida il Paese è la magistratura”.
Ci risulta, francamente, nuovo che la magistratura, in Italia, guidi il Paese, ma evidentemente ci siamo distratti.
In ogni caso, ritenere che la meritocrazia possa nascere perché gli incarichi dirigenziali non passano più da concorsi, ma dal ripensamento della governante dei musei, intanto trasformati in fondazioni, è ovviamente velleitario. La tesi di Abravanel risponde solo alla domanda “chi seleziona?” e non fornisce alcuna indicazione sul come, perché, sulla base di quali ragioni, si seleziona. Non conta se a selezionare sia una fondazione, una srl, un organo. Non deve interessare questo. Almeno, non dovrebbe.
La vicenda dei direttori dei musei conferma ancora una volta di più che in ballo c’era altro: la riforma Madia della dirigenza (della quale la legge Franceschini era una prova generale per questa parte), totalmente impostata sul “chi” nomina e non sul come e perché.

1 commento:

  1. Purtroppo di questa gente, utile al potere politico perché da supporto teorico al clientelismo importante, è sempre più numerosa, volendo prendere dalle risorse pubbliche quel che un privato non gli sarebbe mai.

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