lunedì 31 luglio 2017

Province al servizio dei comuni? La tardiva toppa al disastro della riforma Delrio

 L’attestazione di un tremendo flop di una “riforma” è data da una sua revisione profonda, anche se parziale.
Dalla lettura dei quotidiani del 31 luglio 2017, pare che la certificazione definitiva, il bollino blu al merito della riforma disastrosa, non possa che andare alla legge Delrio e alla rovinosa riforma delle province, disposta “in attesa della riforma della Parte II del Titolo V della Costituzione”, che mai vi fu.
Andiamo ai fatti. L’On. Giancarlo Bressa è stato uno dei principali protagonisti della devastante riforma delle province. Su Il Messaggero si produce in una strepitosa intervista, titolata “È la più grande semplificazione italiana, ora però i sindaci riducano la burocrazia”.

Partendo dall’esempio del territorio di Belluno, da cui Bressa proviene, in non meglio precisati “quadranti”, il Nostro così sintetizza la nuova teoria sulle province: “Poiché la Provincia è la Casa dei Comuni ed è governata dai sindaci, possono essere i sindaci che governano la Provincia ad autodefìnire le linee di sviluppo sia dei Comuni raggruppati, ad esempio, nell'area di pianura che quelle dei comuni dell'area di montagna. E la Provincia può fornire a piccoli Comuni, che non hanno la forza per gestirli, servizi collettivi come le buste paga o sistemi di assistenza agli alunni disabili o la gestione tecnica degli appalti che sono sempre più complessi”.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: non potevano pensarci prima, cioè esattamente 4 anni fa quando hanno avviato la riforma delle province e puntare a semplificare appunto l’assetto dei comuni, facendo delle province gli enti coordinatori dei servizi?
E’ quanto deve essersi chiesto anche l’intervistatore, Diodato Pirone, che, infatti, ribatte al sottosegretario agli Affari regionali: “Scusi, ma finora si è parlato di abolizione delle Province per semplificare la burocrazia. Lei delinea un quadro opposto”!
Qui è opportuno riportare un intero passaggio dell’ottima intervista, che fa intravedere molto bene tutte le incoerenze del Governo e del Parlamento sulla devastante operazione che ha coinvolto le province. Bressa così risponde all’osservazione del giornalista:“«Neanche per idea. Io sto parlando della più grande semplificazione dal basso della burocrazia italiana». Si spieghi meglio. «Ha idea di quanti Comuni sotto i 5.000 abitanti ci siano in Italia?». No. «Sono 4.566. E 1.618 hanno meno di mille abitanti. E' evidente che entità così piccole hanno bisogno di coordinarsi perché altrimenti non riusciranno mai a fornire buoni servizi ai cittadini». Non era meglio incentivare le unificazioni dei Comuni riducendo le poltrone dei sindaci, dei comandanti dei vigili, e così via? «Lo abbiamo fatto: 29 fusioni nel 2016 e 14 nel 2017 che hanno coinvolto un centinaio di Comuni, non solo nel Nord ma anche in Calabria». Bilancio magro”.
Il quadro del fallimento della riforma sta (quasi) tutto qui. Per anni, il Governo ed il Parlamento ha propagandato, sotto la spinta populista di grandissima parte della stampa e di M5S (seguito a ruota dal PD, che aveva intuito il consenso facile acquisibile dalla campagna anti province) la riforma delle province come essenziale per la riduzione dei centri decisionali, la semplificazione ed il risparmio di risorse pubbliche.
Si scopre, ora, che in un ordinamento nel quale i comuni sono oltre 8.000, con una spesa di circa 68 miliardi, intervenire su meno di 100 enti come le province, che gestivano all’epoca una spesa di circa 11 miliardi, non era proprio il massimo. Era più opportuno, semmai, agire perché entità di ridotte dimensioni e con evidenti difficoltà gestionali, come i comuni fino a 5.000 abitanti (ma, probabilmente anche quelli fini a 10.000) conferissero ad amministrazioni di livello sovracomunale parte della gestione di servizi idonei ad una concentrazione territoriale.
Il Bressa, dunque, autocertifica un doppio fallimento. Fallimentare è stata la riforma delle province, perché esattamente all’opposto di qualificarle come enti di servizio ai comuni, le ha falcidiate, sottraendo loro la metà dei dipendenti in servizio, il 70% delle funzioni, 3 miliardi a regime di spesa, che per altro non hanno costituito riduzione di imposte: le province continuano a drenare dalle tasche degli italiani le imposte di sempre, ma debbono “girare” 3 miliardi allo Stato, che li spende ai propri fini. Ed i risultati si sono visti: niente riduzione della spesa pubblica, ma carenza di risorse per scuole, strade e servizi gestiti dalle province.
Ma, fallimentare è stata anche l’idea, contenuta sempre nella legge Delrio, che al posto delle province potessero essere i comuni ad organizzarsi in enti “infracomunali”, cioè le “unioni di comuni”, per svolgere al loro posto le funzioni che, ora, il Bressa considera come necessariamente di pertinenza delle province. I numeri indicati dal sottosegretario rivelano l’assoluto disinteresse dei comuni ad unirsi tra loro, anche a causa della consapevolezza che le unioni di comuni sono sollo unioni di debolezze, del tutto incapaci di fare fronte ad esigenze di accorpamento di servizi efficienti, ma solo utili letteralmente per tamponare le falle di dotazioni organiche e risorse finanziarie totalmente deficitarie.
Quindi, ora, il ripiego: “rilanciare” le province, come spiega Pirone nell’articolo al quale l’intervista al sottosegretario Bressa è d’appoggio, titolato “Così le Province forniranno servizi ai Comuni”.
L’articolo dà conto dell’intenzione del Governo di reintervenire sulle province, per potenziarne il ruolo di enti ai quali potranno appoggiarsi i piccoli comuni, per ottenere servizi comuni. E fa due esempi. La provincia di Brescia, che “ha inserito la progettazione condivisa tra le priorità della sua Agenda Digitale e attraverso il Centro Innovazione e Tecnologie, cui aderiscono 200 enti, supporta e coordina i suoi Comuni nell'elaborazione, progettazione e creazione di infrastnitture digitale”; e la Provincia di Vicenza, “l'unica accreditata come Soggetto Aggregatore: nel 2016 ha appaltato gare per quasi 300 milioni, di cui 100 milioni per le pulizie di tutti gli enti della Regione Veneto, escluse solo le strutture ospedaliere mentre la sua Stazione Unica segue gare per 53 Comuni, tra cui il Comune capoluogo”.
Due esempi virtuosi di province che già agiscono a servizio dei comuni. Peccato che, però, si tratti di due tra 107 province; che da tre anni le province non possono approvare bilanci pluriennali, altrimenti dovrebbero dichiarare tutte il pre-dissesto, per impossibilità di assicurare gli equilibri finanziari; che nessuna provincia è più in grado di assicurare le attività ordinarie, a causa della transumanza del personale, disordinatamente appioppato ad altri enti per attuare la sciagurata riforma Delrio; che due province siano già al dissesto; che la provincia di Vicenza ha attivato il servizio di centrale appalti ben prima della riforma Delrio e che, ora, si ritrova con l’acqua alla gola e non è affatto certo che possa continuare nella sua virtuosa attività.
Già, perché i tre miliardi di prelievo forzoso imposto alle province dalla legge finanziaria del 2015 continuano a pesare, eccome. Pirone osserva che, però, “da quest'anno la rotta è cambiata. Le Cenerentole della burocrazia sono tornate a vedere la luce poiché il governo ha rifinanziato le Province per 350 milioni con la manovrina di giugno aggiungendo altri 100 milioni nel decreto per il Sud che dovrebbe essere approvato a giorni. Il resto lo farà la Finanziaria 2018”.
Vero. Ma, si impongono due osservazioni. Se il Governo ha rifinanziato le province, è perché il prelievo forzoso imposto nel 2014 è risultato eccessivo ed ha messo al cappio le province; in secondo luogo, la Sose, che ha fatto da consulente al Governo per quantificare i tagli possibili, ha certificato quest’anno che all’appello mancavano 651 milioni, scesi a poco meno di 500 dopo i “rifinanziamenti” ricordati dall’articolo di Pirone.
I conti, dunque, continuano a non tornare. Così come non torna per nulla l’idea di riorganizzare le province adesso che sono state semidistrutte e si rivelano per la maggior parte dei casi nemmeno capaci di attendere alle proprie competenze, figurarsi se possano davvero riuscire a fare da service ai comuni.
L’idea delle province come “casa dei sindaci” è solo tale; le assemblee dei sindaci sono solo pletorici organismi, che si riuniscono di rado e di malavoglia (nella gran parte dei casi i sindaci delegano altri a partecipare), per approvare distrattamente bilanci e conti consuntivi; per il resto, i sindaci continuano ad agire pensando al campanile e poco altro.
L’idea del Governo appare un, fin qui, maldestro espediente per provare riallineare la disciplina delle province alla Costituzione, in seguito alla sonora bocciatura referendaria della riforma proposta alla Carta, che avrebbe dovuto fare da ombrello ad una riforma, quella del 2014, sicuramente incostituzionale, perché disposta allo scopo di anticipare gli effetti della mancata riforma Costituzionale, quando, invece, avrebbe dovuto esserne solo una conseguenza, mentre era logica di prudenza minima attendere l’esito della riforma della Costituzione, prima di mettere mano all’ordinamento istituzionale della Repubblica in modo così inefficiente e devastante, tanto da richiedere, ora, una toppa rivelatrice dell’inaccettabile buco scavato nel 2014.

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