domenica 2 luglio 2017

Stipendi pubblici, il costo dell’accordo pre referendario del 30 novembre 2016



Su Il Solo 24 Ore del 2 luglio 2017 un interessante articolo di Gianni Trovati riguardante la delicata fase del rinnovo dei contratti pubblici è intitolato “Statali, i nuovi contratti azzerano la «spending»” ed arricchito da un occhiello che riassume benissimo il tutto: “La spesa salirà di 5 miliardi, tornando ai livelli del 2011 Per i rinnovi servono in tutto cinque miliardi, che annullano la flessione della spesa fra 2011 e 2016”.
L’articolo conferma indirettamente che la spendin review raccontata dal rapporto di Yuoram Gutgeld qualche giorno fa, e puntualmente smentita dalla realtà oltre che dalla Corte dei conti e dall’Istat, è pura fantasia.

La spesa pubblica aumenta costantemente e le uniche due voci che sono scese in questi anni (ma compensate ampiamente dall’aumento di tutto il resto) sono la spesa per interessi e, appunto, quella per il personale, scesa molto velocemente in 10 anni da oltre 172 miliardi a circa 163.
Per quanto per il Governo sia obbligatorio ripartire con una contrattazione ferma dal 2009, anche a seguito della sentenza della Consulta 1798/2015, è evidente che parlare di lavoro pubblico e del connesso costo, significa anche parlare di politica economica.
La spesa complessiva per stipendi pubblici sfiora il 20% della spesa totale dello Stato. Qualsiasi incremento, quindi, incide in maniera molto significativa sull’allocazione delle risorse, sulla spesa complessiva, sulle connesse entrate ed anche sui singoli bilanci degli enti, in particolare quelli autonomi, come regioni, province e comuni, che debbono reperire tra le proprie risorse i fondi necessari (mentre le amministrazioni statali non debbono fare alcuno sforzo: è il bilancio dello Stato ad ingrassare i loro fondi).
Ora, si scopre che la previsione dell’incremento di 85 euro, che al lordo di tutto è di 110 euro al mese per 13 mensilità finisce per costare complessivamente oltre 5 miliardi. Con due conseguenze: in primo luogo, riportare il costo complessivo del personale pubblico vicino ai 170 miliardi; in secondo luogo, reperire almeno 2,5 miliardi attualmente mancanti all’appello, perché le ultime due leggi di bilancio hanno stanziato solo 1,2 miliardi per le amministrazioni statali, cui consegue un onere complessivo simmetrico per le altre amministrazioni.
Dunque, i rinnovi, se davvero si riuscirà a garantire un incremento contrattuale in denaro “fresco” (e c’è da dubitarne: già si parla di interventi “compensativi” di welfare aziendale…) azzereranno totalmente il taglio alle spese correnti per il personale pubblico.
Un costo molto salato, che avrebbe dovuto essere meglio considerato, prima di stipulare con i sindacati l’accordo del 30 novembre 2016 che vincola il Governo al salasso che non si sa, adesso, come finanziare.
Un accordo che, a distanza di mesi, svela la sua vera funzione: una captatio benevolentiae nei confronti delle organizzazioni sindacali, per anni ignorate ed avversate dal precedente Governo, allo scopo di ottenere il consenso al “sì” al referendum sulla riforma della Costituzione, che si sarebbe tenuto pochi giorni dopo, il 4 dicembre 2016.
Si hanno molte ragioni per dubitare che senza l’incombenza del referendum il Governo si sarebbe spinto ad impegnarsi in questa misura poco sostenibile.
Adesso la ricerca affannosa delle risorse per aumenti che la situazione finanziaria ed economica dello Stato oggettivamente non può permettersi è il prezzo, molto caro, della ricerca del consenso ad ogni costo su una riforma che, comunque, è naufragata clamorosamente, perché bocciata senza appello dai cittadini.
L’unico appiglio per evitare che all’impegno di spesa corrisponda davvero un’erogazione di oltre 5 miliardi, ora è puntare a riversare quanto più possibile degli 85 euro previsti dall’accordo sulla “produttività”, cosa che i sindacati, ovviamente, avversano, perché l’intento dell’accordo stesso era rimediare agli anni di blocco della contrattazione e, dunque, rimpinguare lo stipendio tabellare.
Dunque, si annuncia lo scontro sulla destinazione delle risorse (sempre che si trovino). Ma, l’accento sul “risultato” alla luce della recente sentenza della Corte costituzionale 153/2017 è un altro paradosso: la Consulta dimostra a chiare lettere che nella PA il “risultato” o, come scritto nelle varie leggi provincialmente supìne di un linguaggio pseudo manageriale d’accatto, la “performance”, nella PA è impossibile, perché non si può legare mai l’attività svolta a risultati economici che aumentino la competitività ed il fatturato, come invece avviene nelle aziende.

Insomma, il tributo alla ricerca ad ogni costo del consenso per il referendum si dimostra ogni giorno che passa più insostenibile ed ingiustificabile, soprattutto poiché, alla fine, quel consenso non c’è stato affatto: restano, però, le macerie di una campagna referendaria poco assennata.

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