Non era per nulla difficile capire due semplici concetti. Il primo. Il federalismo "fiscale", inteso come processo di disgregazione del sistema impositivo, in uno Stato tuttavia unitario e non federale è impossibile che non comporti una crescita della pressione fiscale. In assenza, infatti, di una rigida distinzione delle competenze tra "centro" e periferia, ogni ente, ad ogni livello, continua a svolgere le proprie competenze, mantenendo inalterati, anzi accrescendo i costi, sicchè le entrate fiscali aumentano sia al livello periferico, sia a quello centrale.
Il federalismo "fiscale" vero e proprio non è quello che porta dallo Stato a regioni ed enti locali l'imposizione, ma esattamente all'opposto, è il processo di attribuzione di stati federati allo stato federale di competenze ad esso affidate, allo scopo di ottenere economie di scala, attribuendogli il connesso gettito.
La seconda. Provare ad attuare un federalismo alla rovescia, implicante una rinuncia di entrate da parte dello Stato, tale da equilibrare la maggiorazione consentita a livello locale, è profondamente sbagliato, proprio in un periodo di crisi economica e recessione. Tanto più se si fa parte di un'Unione monetaria, che per altro si arroga il potere di indicare agli stati membri le politiche economiche da adottare. Le quali, inevitabilmente, assumono dimensione nazionale, anzi, europea. Sì da costringere lo Stato a scelte sulle entrate, necessarie per assicurare l'equilibrio rispetto all'immenso debito, tali da imporgli inevitabilmente un incremento dell'imposizione fiscale o, comunque, azioni di politica fiscale "centrali" e trasversali. Come i, per altro, deleteri aumenti delle aliquote Iva.
Tanto le politiche sovranazionali, in questa fase, si pongono in antitesi con federalismi forzati e localismi, che, ricordiamo, la Bce ha indicato all'Italia misure di risparmio, tra le quali l'eliminazione di enti locali, come le province. Contribuendo a scatenare il caos ora incardinato nel ddl Delrio. È, comunque, la prova che le istituzioni internazionali, in quanto a politiche economiche, si aspettano dagli stati unitari scelte a loro volta unitarie, misurabili e governabili, proprio perchè non frammentarie ed incontrollabili.
Il federalismo fiscale spurio che si è scelto, proprio in coincidenza con la crisi, di attivare, adesso presenta il suo conto. Salatissimo. Si tratta di una pressione fiscale di oltre il 44%, che, come chiunque nota, sta schiacciando l'economia.
Era inevitabile. Lo Stato ha commesso errori operativi incredibili. Nel 2008, a crisi economica già acclarata, ha abolito l'Ici sulla prima casa, cancellando, cioè, l'unica vera e propria imposta "federalista", ed accollando all'erario il rimborso del mancato gettito ai comuni. Ai quali, per altro, è stato trasferito molto meno, 1-2 miliardi, del gettito inizialmente acquisito con l'Ici.
Il tutto, allora, è stato in parte compensato trasformando imposte in tariffe, quantificate su basi di conteggi "industriali", tutte al rialzo. E con una serie di "addizionali", sempre più estese ed elevate. L'esatto opposto di imposte federali.
Che le scelte fossero sbagliate lo dimostra la necessità di reintrodurre l'imposta sulle abitazioni nel 2012, sotto veste di Imu e l'impossibilità di rinunciare comunque al suo gettito.
Per quanto, infatti, l'attuale Governo abbia brigato per eliminare l'Imu sulla prima casa, i comuni hanno preteso, ed ottenuto, che il mancato gettito di circa 4 miliardi fosse comunque coperto da altre entrate (sebbene ancora non si sappia esattamente quali). Di fatto, dunque, la manovra non comporta alcuna riduzione della pressione fiscale, ma solo una redistribuzione dell'onere fiscale, attraverso la Trise, Tari, Tasi o Tuc che sia, le quali altro non sono se non un modo diverso di modulare l'Imu e, cioè, l'imposta sulla casa. Fermo rimanendo che i comuni, le cui entrate fiscali tra il 2002 e il 2011, secondo i dati sui consuntivi raccolti dall'Istat, sono aumentate da 22 a 33 miliardi, a fronte di simmetriche riduzioni di trasferimenti, potranno continuare ad elevare le tariffe e le addizionali, in una spirale che, senza il recupero di una guida ed un controllo unico e centralizzato, visto che l'Italia non è uno stato federale, rischia di non arrestarsi mai.
Da questo punto di vista, la manovra sulle province, tesa a trasferire ai comuni e alle regioni altre competenze, non rischia, ma certamente determinerà ulteriori incrementi della pressione fiscale.
Infatti, mentre il ddl Delrio non delinea in alcun modo come trasferire dalle province alle regioni ed ai comuni le entrate provinciali, indubbiamente, dal versante dei comuni, l'operazione è esattamente l'opposto di un accorpamento per economia di scala, in quanto frammenta funzioni e competenze da 107 enti verso 8100 enti.
Sul piano organizzativo questo non potrà che avere impatti negativi, determinando incrementi di spesa superiori a quelli gestiti in via concentrata dalle province, con sicuro incremento della pressione fiscale, probabilmente attraverso ancora aumenti delle addizionali o delle imposte per "servizi indivisibili".
Il conto del federalismo, dunque, è ben presente, pesante e, come un tassametro, continuerà a crescere se tra le "riforme" di cui si parla sempre abbastanza a sproposito non si decida di includerne una nuova, che abbandoni il miraggio federalista e riabbracci in maniera chiara l'idea di un'imposizione centralizzata, funzionale alle politiche economiche, con spazi limitati da confini precisi per imposte locali di tipo patrimoniale.
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