domenica 2 settembre 2012

Quello che non ho capito del riordino delle province

Nonostante in molti, nel Governo, nella stampa, tra i partiti, e anche la Bce (con la famosa lettera del 4 agosto 2011) insistano convinti sull’abolizione o profondo riordino delle province, qualcosa ancora mi sfugge (mi si perdoni se questa volta utilizzo la prima persona).

Sperando di essere capace, in futuro, di rileggere e comprendere meglio le dotte ragioni evidenziate da Sergio Rizzo & co. sui vantaggi dell’operazione-province, non riesco a fare a meno di pormi domande, senza riuscire a trovare risposte, ovviamente a causa della mia ignoranza e durezza di comprendonio.

Non capisco, dunque, perché si stia investendo così tanto tempo, con dispiego di risorse (attività del Parlamento, del Governo, delle regioni, dei Consigli delle autonomie locali, dei comuni, delle province stesse), riunioni, norme, ricorsi alla Corte costituzionale, ai Tar, e via dicendo, se, come ha attestato la Ragioneria Generale dello Stato, dal “riordino” delle province non deriverà nessun risparmio, cioè nemmeno un centesimo di euro, a beneficio della finanza pubblica.

Non capisco, poi, perché il Ministro della Funzione Pubblica ritenga necessario procedere come indicato dalla “spending review”, perché occorre “eliminare i microfeudi”, ed al posto delle province attuali si vogliano creare delle province molto più grandi. I “macrofeudi” sono migliori dei microfeudi?

Non capisco perché sia un “riordino” da considerare “razionale” ridurre il numero delle province, rendere quelle esistenti molto più grandi ma, nello stesso tempo, ridurre drasticamente le loro funzioni e competenze. Non lo capisco, perché agendo così si finisce per rendere realmente un ente come la provincia eccessivamente costoso e sproporzionato. Per solito, quando si agisce per razionalizzare gli enti locali si cerca di estenderne il territorio, ma concentrando più funzioni, non eliminandole.

Non capisco perché mentre si riducono le funzioni delle province, simmetricamente si pensi di frammentarle tra i comuni, mentre nel contempo, sapendo che i comuni sono troppi e troppo piccoli per gestire anche le sole loro funzioni fondamentali, si obbligano i comuni a convenzionarsi o costituirsi in unioni di comuni, anche proprio allo scopo di gestire al meglio le funzioni provinciali, per loro natura di dimensione sovracomunale. Una semplice logica “costi-benefici” non avrebbe consigliato, allora, di lasciare le competenze delle province alle province?

Non capisco perché, se il problema è il “costo della politica” degli organi elettivi provinciali (130 milioni l’anno), non si sia deciso molto più semplicemente di dimezzare indennità e gettoni di presenza, oppure di dimezzare il numero di consiglieri ed assessori, o di prevedere la gratuità del mandato: scelte immediate, semplici, non impattanti e di automatica efficacia.

Non capisco, ancora, perché laddove si costituiranno le Città metropolitane, che andranno a sostituirsi alle province, dette Città metropolitane avranno un numero di competenze maggiore di quello delle province che sostituiranno. Se si tratta di enti simmetrici, perché una distribuzione delle funzioni asimmetriche? Qual è la ratio?

Non capisco perché, mentre si brancola nel buio rispetto al problema della destinazione del personale provinciale, contestualmente si indìcano concorsi, come quello nella scuola, per decine di migliaia di posti anche amministrativi, senza in alcun modo favorire e optare in via prioritaria per la mobilità dalle province (ma anche da enti come Inps-Inpdap), in modo da prevenire la situazione di esuberi.

Non capisco perché, mentre la disoccupazione dilaga e le politiche del lavoro divengono una priorità, nonostante la riforma-Fornero, non si sia spesa una parola per capire quale ente sarà competente a gestire le funzioni connesse, che per ora sono svolte dalle province, ma che non sono state qualificate come funzioni fondamentali. Non capisco come possa ammettersi una simile situazione, che impedisce alle province di programmare le attività, di investire risorse, insomma di provare a fornire un servizio concreto ed utile alla massa sempre crescente di disoccupati.

Insomma, molte cose non le capisco. Perché invece di subire passivamente, come costretti a fare i tantissimi cittadini che ovviamente non possono avere completa cognizione della questione e, dunque, prendono per oro colato le intemerate di chi cerca consenso e popolarità contro la “burocrazia” e “il costo della politica”, conosco direttamente le questioni. E non ho trovato nessuna risposta, nessuna motivazione, nessuna spiegazione ai quesiti che mi pongo.

E non riesco a chiudere la cosa e convincermi con la cristiana rassegnazione del celeberrimo verso di Dante: <<"O tu che vieni al doloroso ospizio",

disse Minòs a me quando mi vide,

lasciando l’atto di cotanto offizio,

 

"guarda com’entri e di cui tu ti fide;

non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!".

E ’l duca mio a lui: "Perché pur gride?

 

Non impedir lo suo fatale andare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare">>.

L.O.

4 commenti:

  1. Il problema non sono le province né il "costo della politica" del consiglio o giunta provinciale né la loro presunta inutilità. Infatti, gli enti locali (comprese le province) hanno in genere i bilanci in regola; naturalmente con alcune eccezzioni (es. comuni di Alessandria e Catania; provincia di Palermo che paga gli straordinari agli spalatori di neve in agosto, ecc.ecc.) ma diciamo che al 99% le province hanno i conti in regola, rispettano il patto di stabilità, anzi anche con punte di eccellenza e sono davvero un valore aggiunto per i territori locali. Vero che le province a volte non sono molto "visibili" ai cittadini (se uno non è disoccupato, non ha bisogno del centro per l'impiego; se uno non ha figli che studiano, non si interessa di voucher per la formazione; chi vive in città, non si sveglia al mattino con la preoccupazione della tutela dell'ambiente e delle nostre campagne).
    Il problema è lo STATO: è lo Stato che non ha i conti in regola (nonostante il Ministero delle Finanze abbia incassato il 18% in più di soldi di tasse rispetto l'anno scorso) , è lo Stato ad avere 2.000 miliardi di euro di debiti, è lo Stato a spendere e spandere. Allora, il problema è che in ogni provincia esiste: una prefettura UTG, una questura, una sede INPS, una sede INPDAP (sì, è stato abolito, ma esiste ancora!) una sede per ognuno dei 25 enti di previdenza, una sede dell'esercito e dell'aeronautica (anche a Prato e Isernia!), un comando provinciale di carabinieri, polizia, guardia di finanza, capitaneria di porto, corpo forestale dello stato, polizia penitenziaria, polizia stradale, polizia postale, polizia ferroviaria, una camera di commercio, una motorizzazione, un PRA, un tribunale, un provveditorato agli studi, un'università, un'agezia del demanio, del territorio (catasto), delle dogane e delle entrate, sede provinciale ANAS, sede provinciale Equitalia, una filiale della Banca d'Italia... insomma possiamo andare avanti con l'elenco fino a domattina...
    Le province sono inutili? hanno poche e sconosciute funzioni? allora bisogna aumentarle: per quanto è possibile lo Stato deve liberarsi di alcune funzioni e affidarle al territorio, cioè alle province.

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