domenica 5 luglio 2020

Gli alfieri dell’economia del baretto proprio non digeriscono lo smart working

Si continuano a vedere in giro moltissime anime candide, stupite che la pubblica amministrazione possa aver garantito livelli di efficienza gestionale pari, se non superiori, a quelli del passato, nonostante molti dipendenti fossero in lavoro agile.

Per molti di costoro, un lavoro sganciato dall’imbullonamento alla sedia ed alla scrivania appare impensabile. Il lavoro viene concepito necessariamente come uno spostamento da casa verso un determinato luogo, possibilmente affrontando il bellissimo e salutare traffico dell’ora di punta, affinchè, in quel luogo, ordinatamente ed in fila, si “timbri” in entrata e si “timbri” in uscita.

La “timbratura” della presenza in ufficio è una tranquillizzante certezza. Si badi: non la certezza che poi, tra una timbratura e l’altra, si lavori e si produca. Infatti, accadimenti come quello famoso del comune di San Remo, ove la metà quasi dei circa 400 dipendenti si assentava tanto o poco ogni giorno, dimostrano come molte volte la pretesa della “presenza” sul posto di lavoro, sia solo forma. Poi, pochi sanno davvero cosa facciano, come lavorino, cosa producano i dipendenti.

Non è un caso se, infatti, non è mai partito un serio sistema di valutazione della produttività. Sarebbe serio se vi fosse la capacità di analizzare le attività che si fanno, quante fasi le costituiscono, quanti esiti finali comportino e in quanto tempo, per determinare, quindi quali prodotti finali aspettarsi dai dipendenti e dagli uffici nel loro insieme.

Ancora oggi proliferano schede di sedicente valutazione mediante le quali l’oggetto della verifica della produttività non è, come dovrebbe, una verifica retrospettiva di quanti prodotti sono stati realizzati su quelli previsti o di quanta efficacia abbia avuto un certo progetto rispetto ai risultati preventivati. Le schede, invece, sono spesso composte da elementi valutativi utili per una valutazione prognostica delle attitudini del lavoratore: contengono sempre, infatti, riferimenti alla “capcità di”; più spesso sono composte da elementi astratti e vuoti: l’ “orientamento al cliente” (qualunque cosa voglia dire”), l’ “iniziativa”, le “proposte efferttuate”, le “interrelazioni”.

Lo smart working costringerebbe ad abbandonare le certezze e le comode schede di valutazione che non valutano nulla. Ed imporrebbe di considerare il lavoro non come quel segmento imponderabile compreso tra due parentesi, la timbratura in entrata e la timbratura in uscita, bensì come attività da conoscere, analizzare, pesare, progettare e valutare.

Non è un caso se il lavoro agile nella PA non è mai partito davvero, prima dell’emergenza Covid-19. La legge 124 2015 aveva previsto l’obiettivo tutt’altro che ambizioso di estendere il lavoro agile al 10% dei dipendenti pubblici (dunque, circa 300.000 persone) entro il 2018.

All’arrivo del coronavirus, i dipendenti pubblici in smart working erano pochissime migliaia. Resistenze mentali, scarsissimi investimenti in digitalizzazione, hardware, formazione, rimodulazione dell’organizzazione, avevano lasciato l’auspicio normativo solo tale. E tale sarebbe rimasto, senza l’emergenza virus.

Questa ha dimostrato che il potenziale era immenso. Si è visto che è possibile gestire il protocollo e l’archivio da lontano; si è visto che tante imposizioni del codice dell’amministrazione digitale (sistematicamente violate da anni) si possono e si debbono attuare, con utilità per la produttività; si è scoperto che si possono gestire i concorsi da remoto e che le “istanze” possono e debbono essere presentate su specifiche piattaforme; si è scoperta l’utilità enorme dello SPID e delle forme di identità digitale; si è avuta la riprova della molto più semplice tracciabilità delle procedure, se gestite con applicativi informatici.

Nonostante queste evidenze, le anime belle si mostrano ancora scettiche e dubbiose. I giornali del 5 luglio 2020 raccontano con malcelata sofferenza l’emendamento alla legge di conversione del d.l. 34/2020, col quale si vuole assicurare che per il 2020 resti in lavoro agile almeno il 50% del personale adibito ad attività con queste compatibili.

Quanto sarebbe questo personale? Provando a fare qualche conto fondato su dati abbastanza concreti, si scopre che il personale concretamente idoneo ad essere disposto in lavoro agile non supera la metà del totale: circa 1.600.000 dipendenti. Se va bene e se proprio tutti gli uffici e le organizzazioni fossero dotati di strumenti ed organizzazioni tali da consentire questa modalità lavorativa, i dipendenti pubblici in lavoro agile non supererebbero nel 2020 gli 800.000. L’emendamento ricordato prima vorrebbe che la percentuale salisse al 60% nel 2021; con un potenziale di 960.000 dipendenti. Più realistico è pensare ad una cifra compresa tra 600.000 e 700.000 dipendenti.

Dovrebbe trattarsi di una buona notizia. La spinta che il lavoro agile “forzato” dall’emergenza ha dato allo sblocco dei troppi ostacoli frapposti alla digitalizzazione dimostra che l’abbarbicamento al lavoro “tradizionale” è un fattore di ritardo e di inefficienza.

Eppure, l’idea che la PA debba restare inefficiente, formalisticamente obbligata al cartellino da timbrare a prescindere dalla riorganizzazione dei processi produttivi, purchè in grado di sostenere l’economia del baretto (col massimo rispetto dovuto ai gestori dei bar) continua ad imperare.

Il Corriere della Sera del 5 luglio dà spazio all’articolo di Dario Di Vico, il cui titolo è emblematico, o, se si vuole, involontariamente satirico: “La fretta sul lavoro a distanza”.

Prego? Sarebbe aver fretta, almeno nella PA, attivare il lavoro agile dopo 5 anni dalla legge 124/2015 che spingeva ad una percentuale risibile del 10%? E’ frettoloso estendere lo smart working nella PA a 3 anni di distanza dalla legge 81/2017, che lo ha regolato?

Il Di Vico invita a non “legiferare a casaccio”, evitando che sia la legge a determinare come organizzarsi e quanti lavoratori debbano contemporaneamente essere posti in smart working. Tale compito, infatti, spetta alla contrattazione. E, secondo l’Autore, “Destrutturare le organizzazioni in maniera rigida e con l'autorità di una legge non conviene a nessuno, tantomeno alla già non efficientissima pubblica amministra-zione made in Italy”.

Sfugge a questa argomentazione, di per sé debole:

1.      che la disciplina del rapporto di lavoro pubblico trova ancora nella legge la propria fonte principale e non nella contrattazione, meno che mai in quella individuale;

2.      è proprio per la ragione vista sopra che lo smart working nella PA non ha mai preso piede, prima dell’emergenza Covid-19;

3.      non può certo essere negata al Legislatore, potere dello Stato che è datore pubblico di lavoro ed organizzazione, la possibilità di esercitare il proprio potere organizzativo, prevedendo obiettivi anche numerici.

Sempre il Di Vico evidenzia l’opportunità di non forzare e di “restare con i piedi per terra e ricordare che la sfida che ci attende è innanzitutto quella della produttività”. Verissimo. Ma, proprio lo smart working costringerebbe finalmente le PA a riorganizzare servizi, modi di produzione, attività e mansioni in modo da analizzare i prodotti e, quindi, discutere davvero di produttività.

Il problema non è affatto la “fretta” per attivare il lavoro agile. E’ vero l’opposto: l’Italia sconta proprio il ritardo gravissimo di tante amministrazioni, pubbliche e private, nella digitalizzazione e nella gestione improntata al lavoro da remoto.

Ritardi che l’economia del baretto non può più giustificare. Il ripensamento dei tempi, degli orari, dei volumi di traffico e della vivibilità delle città è ormai irrinunciabile. Le strade per il rilancio del commercio debbono essere immaginate in modo diverso rispetto alla garanzia della rendita da posizione connessa alla collocazione del baretto proprio nell’angolo dello scatolone di cemento nel quale agglomerare i dipendenti.

sabato 4 luglio 2020

Appalti, le semplificazioni che complicano

Dai testi delle varie bozze del decreto semplificazioni circolate, emerge con chiarezza che chi si occupa di semplificazione, non abbia la minima idea di cosa e come semplificare.
Lo schema delle presunte semplificazioni riguardanti gli appalti ne è la dimostrazione: si è finito per introdurre nuove e maggiori incertezze operative ed interpretative.
Termine di 6 mesi per concludere il procedimento. Uno dei testi delle bozze ha previsto che per tutte le procedure la cui determina a contrattare (o altro provvedimento equivalente) sia adottata entro il 31.7.2021 si applicheranno le misure di semplificazione.
In particolare, si stabilisce che l’aggiudicazione o l’individuazione definitiva (si immagina, nel caso di affidamenti diretti) del contraente debba avvenire entro 6 mesi dalla data di adozione dell’atto di avvio del procedimento.
I dubbi riguardano l’atto di avvio del procedimento. E’ la determinazione a contrattare di cui parla la norma? Ma, tale provvedimento, pur necessario per l’evidenza pubblica, ha valenza solo interna: finché non è pubblicato l’avviso di gara o, nel caso di procedure negoziate, non sia pubblicato l’avviso per la richiesta di manifestazione di interesse alle aziende o non siano trasmesse direttamente le lettere di invito, la procedura non può considerarsi avviata.
Responsabiltà erariale. E’ singolare che nello stesso disegno di legge si voglia limitare la responsabilità erariale, escludendo la colpa grave, ma contestualmente si introduca una nuova ipotesi di responsabilità per danno erariale, dovuta al ritardo nella conclusione della procedura di gara, o nella sottoscrizione del contratto o nell’avvio dell’esecuzione, oltre i 6 mesi visti prima.
Il periodo di 6 mesi, quindi, non va dall’avvio del procedimento (non si sa bene quale) all’aggiudicazione, ma dall'avvio alla consegna dei lavori. Gli spazi amministrativi sarebbero quindi ben inferiori ai 6 mesi.
Di fatto, si introduce una sorta di responsabilità erariale che potrebbe essere intesa dalla Corte dei conti di carattere formale, legata cioè alla mera situazione formale del ritardo, senza per altro che siano chiari, come visto prima, il giorno di inizio e fine del conteggio dei 6 mesi.
Inoltre, la norma afferma che i ritardi nell’aggiudicazione, stipula o avvio lavoro “possono” essere valutati ai fini della responsabilità per danno erariale. Ma, quando “possono”? Si è posta tanta enfasi sull’eliminazione della colpa grave per danno erariale e sulla necessità di specificare maggiormente l’abuso d’ufficio e si introduce una responsabilità erariale e formale del tutto indeterminata nei suoi presupposti?
Ma, poi: se davvero si estendesse la procedura negoziata a tutto e tutti, per quale ragione la procedura di affidamento dovrebbe durare 6 mesi?
Procedure. Una delle bozze per le gare sopra soglia consente di utilizzare la procedura ristretta e la procedura competitiva con negoziazione. Ma, ciò è perfettamente possibile anche nell’attuale regime. E la bozza consente la procedura negoziata senza preventiva pubblicazione del bando, purché, però, ricorrano i relativi presupposti: dunque, cosa cambia?
Particolarmente problematica, poi, è l’inversione dell’onere motivazionale. Invece di spiegare le ragioni per le quali non si utilizzano le procedure ordinarie (procedure aperte o ristrette), la bozza pretende che si dia specifica motivazione del perché non si utilizzino le procedure accelerate.
Il Legislatore non si rende conto che questo onere motivazionale è un adempimento formale in più, del tutto in contrasto con l’enunciata “semplificazione”. E prevede che la possibilità di derogare (anche sotto soglia, a quanto pare) a quasi tutte le norme del codice dei contratti, abbia come eccezione i vincoli inderogabili derivanti all’appartenenza alla Ue (di fatto, occorre rispettare le Direttive appalti) e i principi previsti dall’articolo 30, comma 1, del codice stesso. Il quale prevede che gli affidamenti debbano rispettare, tra gli altri, i principi di economicità, libera concorrenza, non discriminazione, trasparenza, proporzionalità, pubblicità. Dovendosi rispettare sempre questi principi, fondamentali anche per le regole anticorruzione, appare evidente che fare le gare ordinarie sarà sempre possibile e automaticamente motivabile. Ma, il rischio è di aprire un contenzioso infinito anche su questo mero aspetto formale.
Pubblicazioni. Almeno una cosa ci si aspettava da un decreto “semplificazioni”: eliminare le moltissime duplicazioni di meri adempimenti. L’articolo 29 del d.lgs 50/2016 prevede una serie di pubblicazioni che vengono chieste anche ai fini della normativa sulla trasparenza, d.lgs 33/2013.
La bozza di decreto, invece di eliminare questa duplicazione la mantiene in piedi espressamente.

lunedì 29 giugno 2020

Se questa è semplificazione. Le prime bozze del decreto confermano che la strada imboccata porta verso un muro


Prime indiscrezioni sul decreto semplificazioni tratte dalla stampa (qui si riporta uno stralcio di un articolo de Il Fatto Quotidiano on line del 296.2020):

Qui il testo dell'articolo 15 della bozza del decreto:


Insomma, se si firmano provvedimenti in modo avventato, negligente e sì da dar corso a conseguenze dannose per l'erario, ma senza dolo, non si avrà responsabilità erariale.
La responsabilità erariale per colpa grave resterebbe solo nel caso di danno cagionato da inerzia dovuta sempre a inescusabile negligenza.
Una bella spinta ad adottare atti in fretta e furia e per aumentare le pressioni politiche nei confronti della dirigenza, a discapito dell'efficienza e della legalità. Si premia chi firma, qualsiasi cosa firmi, stando solo attento a non violare troppo apertamente le norme.
Se questa è la semplificazione...

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