domenica 10 marzo 2013

#Trasparenza sì, ma non chiamiamo "busta paga" i compensi dei politici

Uno dei temi sempre molto attuali e caldi (anche se in questo momento è latente) è quello della trasparenza. Anche per la particolare insistenza del M5S, che sull'accesso totale a documenti ed informazioni e sulla loro diffusione in rete fonda una parte importante della propria linea.

Il decreto di riordino della trasparenza, attuativo della legge anticorruzione ed in attesa di pubblicazione, rappresenta il tentativo (in parte maldestro) del Governo Monti di inseguire quest'onda.

Molto spesso, nel semplificare e, forse, banalizzare i provvedimenti in tema di trasparenza si legge che grazie alle regole previste, si dovranno pubblicare le "buste paga" dei politici.

E' un gergo ormai accettato da tutti, ma profondamente sbagliato e fuorviante. La "busta paga" è un documento nobilissimo. Un tempo era davvero una busta, contenente lo stipendio; oggi è l'esposizione di quanto spetta e quali trattenute siano operate. Ma è un documento rivolto e riferito esclusivamente a chi ottiene questi guadagni come lavoratore, per lo più dipendente.

E' semplicemente insopportabile l'utilizzo "peloso" delle parole, finalizzato a travisarne il significato, allo scopo di confondere, diluire, annebbiare.

Coloro che definiscono i compensi ai politici come "busta paga" tendono a livellare, accomunare, lasciar credere che la spesa per costoro sia "costo della politica", tanto quanto lo è la spesa per i lavoratori dipendenti del settore pubblico, sempre più qualificati come "untori", causa di spesa improduttiva, metà della popolazione che succhia il sangue all'altra metà (falso: su 23 milioni di lavoratori occupati, i dipendenti pubblici sono solo 3 milioni).

Questo modo di intendere la trasparenza, finisce per far puntare su un bersaglio sbagliato. Il decreto di riordino della trasparenza impone, per esempio, la pubblicazione degli stipendi e dei redditi anche della dirigenza pubblica. Il messaggio subliminale è: i dirigenti sono fiancheggiatori della politica, sono essi stessi "casta", tanto è vero che si richiede nei loro confronti, ai fini della trasparenza, un trattamento in tutto analogo a quello imposto per i politici.

Eppure, ai politici spettano non "buste paga", non retribuzioni discendenti da un sinallagma contrattuale. La legge è chiara: si tratta di "indennità", riconoscimenti economici attribuiti non come compenso collegato ad una mansione svolta in regime di subordinazione ad un datore di lavoro, bensì un riconoscimento connesso alla carica svolta, un sostegno economico per chi è stato eletto e svolge una carica da amministratore. L'indennità dei politici è più simile ai compensi di manager di impresa, di "soci", lontanissima dalla retribuzione di lavoratori.

Oltre tutto, quello che realmente sarebbe interessante conoscere, rispetto agli emolumenti dei politici, non è solo il valore assoluto delle indennità, utile soprattutto per i confronti con altre Nazioni, quanto, piuttosto, quello relativo. Sarebbe molto interessante sapere quale sarebbe il guadagno di chi ottiene compensi per lo svolgimento di funzioni elettive, se non fosse chiamato a svolgerle. E' lì, francamente, che si gioca l'interesse del dato.

Proprio questo, dimostra che la richiesta di pubblicazione anche dei redditi della dirigenza scade, sostanzialmente, in un voyerismo buono solo a fomentare odio ed invidia sociale. In questo caso, non si tratta di indennità, ma di veri e propri compensi per un lavoro subordinato prestato.

La norma si guarda bene, anche per la dirigenza, di chiedere un confronto tra quanto si guadagnerebbe effettivamente e quanto si guadagna come dirigenti. Questo confronto non ha alcuna utilità per i dirigenti di ruolo, coloro che acquisiscono tale qualifica per concorso e svolgono la funzione connessa in ruolo. Sarebbe, invece, estremamente interessante saperlo con riferimento ai dirigenti a tempo determinato, quelli cooptati in questa qualifica direttamente dalla politica, senza concorso, spessissimo reclutati in violazione all'articolo 97 della Costituzione tra funzionari privi di qualifica dirigenziale, grazie unicamente alla loro "vicinanza" e "funzionalità" alla politica.

Niente di tutto questo. La trasparenza all'italiana non serve, paradossalmente, a chiarire e rendere evidente. E' sempre e solo strumento per alzare polveroni e confondere, che dà un aiuto decisivo al populismo sudamericano verso il quale il Paese ha ormai definitivamente deviato.

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