sabato 27 settembre 2014

Le #province sono morte, viva le province? No, avvio al pandemonio

Nelle scorse settimane i giornali, che fino a pochissimo tempo prima avevano inneggiato del tutto acriticamente alla riforma Delrio in nome del mantra dell’abolizione delle province, hanno iniziato a pubblicare inchieste sulle conseguenze nefaste della legge 56/2014.

Incapaci di analizzare le norme in base a quanto prevedono e, dunque, di trarre conclusioni semplicissime sulle conseguenze che esse producono, i media generalisti si fanno solo trasportare dalla cronaca, senza approfondimento. Per mesi e mesi la cronaca si è limitata al punto: è opportuno abolire o no le province? E su questo si è incentrata l’analisi della riforma Delrio, dimenticando totalmente, ma quel che è più grave, facendo dimenticare del tutto ai lettori, che detta riforma non abolisce per nulla le province, non comporta alcuno dei risparmi immaginifici sbandierati sempre senza alcun supporto argomentativi, ma al contrario, come chi scrive sottolinea ormai da anni, sortisce solo effetti caotici.

Nulla vieta a qualsiasi Governo e Parlamento di riformare l’assetto dell’amministrazione pubblica e degli enti locali. Non è qui in discussione la possibilità di fare la riforma, un confronto tra “conservatori” e “riformatori”, con un’ottusa presa di posizione per il mantenimento dell’esistente a qualsiasi costo.

Il problema non consiste mai nel “se” attuare riforme, bensì nella qualità di esse e nell’utilità dei loro effetti.

Dunque, la riforma Delrio non è negativa in quanto riforma, bensì perché i suoi contenuti, la sua impostazione, i suoi effetti comportano l’opposto dei benefici che si sono sventolati sotto il naso dei cittadini-elettori.

Stando all’attualità, l’attenzione più recente dei media si è concentrata, sia pure in modo episodico e non sistematico su due aspetti, un più propriamente connesso alla legge 56/2014, l’altro all’insieme delle disposizioni normative che hanno preso di mira le province, come contorno alla loro riforma.

Il primo aspetto concerne il paradossale sistema di elezione “di secondo grado” delle province, sconcertante antipasto di ciò che avverrebbe al Senato se passasse la riforma della Costituzione ispirata alla stessa idea. Il secondo aspetto riguarda gli effetti devastanti sui servizi pubblici, conseguenti ai molteplici e pesantissimi tagli alla spesa delle province, attuati senza alcuna prudenza sull’onda della convinzione che esse siano da abolire, se non già abolite.

Andiamo con ordine. Il Fatto Quotidiano, fiero avversario delle province anche in omaggio ad un comune sentire, sul punto, con M5S, è stato tra i primi ad accorgersi che la legge 56/2014 fa acqua da tutte le parti con riferimento al sistema elettorale.

Non si tratta soltanto di una critica al sistema dell’elezione di secondo grado, consistente nella privazione nei confronti del corpo elettorale di eleggere i rappresentanti dell’ente e di restringere l’elettorato attivo ai soli sindaci e consiglieri dei comuni dei territori provinciali. Simile tipo di elezione, per enti qualificati di secondo grado o in qualche misura “serventi” altri enti, è già presente nell’ordinamento: si pensi, ad esempio, al sistema di elezione dei componenti degli organi di governo delle unioni di comuni o dei consorzi.

Il primo punto critico di estrema delicatezza della legge 56/2014 sul tema elettorale è il sistema di voto “ponderato”. Non tutti i voti pesano allo stesso modo, dunque, ma sono più “pesanti” quelli dei comuni maggiormente popolosi.

Di fatto, senza dirlo, il sistema elettorale configura le province come una succursale dei comuni capoluogo, ovviamente pesantissimi, e dei 3-4 comuni più grandi di ogni provincia. Il che, anche se ancora nessuno lo dice e se ne accorge, finirà per snaturare il carattere dell’ente di “area vasta”, che ha utilità e scopo solo in quanto capace di considerare tale area in modo unitario ed interconnesso, senza distinguere gerarchicamente tra territori più e meno importanti. E’ evidente che, invece, il sistema del voto ponderato creerà zone privilegiate contrapposte a zone marginalizzate in una periferia provinciale destinata all’abbassamento drastico di quantità e qualità dei servizi. Del resto, questo è quanto espressamente previsto per le città metropolitane, per le quali non è neanche stabilita una competizione elettorale per il vertice monocratico, coincidente col sindaco del capoluogo, a testimoniare come le città metropolitane altro non saranno se non un prolungamento del potere dei sindaci dei capoluoghi, a certo ed ovvio discapito delle esigenze amministrative dell’area vasta, visto che si è commesso l’errore di considerare come territorio della città metropolitane non l’hinterland del capoluogo (come sarebbe opportuno e normale), bensì l’intero territorio provinciale.

Comunque, il punto di maggiore attenzione dei giornali guarda alle conseguenze della riforma elettorale delle province, operata dalla legge 56/2014. Che sono, oggettivamente, clamorose. Infatti, l’operazione è piuttosto semplice: in queste settimane si svolgeranno elezioni per determinare chi guiderà enti tutt’altro che aboliti come le province, ancora detentori di funzioni importantissime per la vita delle persone (basti citare solo strade e viabilità provinciale, nonché edilizia scolastica e programmazione dell’offerta formativa), senza che, tranne pochissimi avveduti, nessun cittadino possa nemmeno accorgersene. Anzi, vista la tempestante campagna anti province, moltissimi sono sinceramente convinti che esse siano state davvero abolite!

Dunque, in assenza di qualsiasi controllo democratico, nell’ombra di un sistema elettorale chiuso e nascosto, i partiti, così a parole oggetto di riprovazione e monito (ricordate la campagna, ormai sopita, contro i rimborsi elettorali o le indennità dei parlamentari?), hanno ripreso in mani le sorti della vita di tutti, come nemmeno nella mitologica “prima Repubblica” erano mai riusciti a fare.

In quasi tutte le province che andranno al voto sono presenti pochissime, due, massimo tre, “liste”. Frequentissimo il “listone” che abbraccia in modo aperto la vera maggioranza che sostiene il governo, un arco, cioè, che va da Sel a Forza Italia, passando per Ncd, Scelta Civica e Pd; laddove vi siano alcune liste concorrenti, è perché “anime” interne ai partiti non sono del tutto unanimi, oppure perché alcuni sindaci hanno creato liste civiche meno connotate sul piano partitico, nel tentativo di creare un’alternativa di scelta. M5S, in presunta coerenza con la propria cieca campagna anti province, non presenta liste da nessuna parte, tranne che per le città metropolitane, non rendendosi conto che le città metropolitane sono uguali alle province e, soprattutto, che così favorisce il sorgere dei listoni, nell’ambito dei quali il manuale Cencelli torna a trionfare.

Ma, il paradosso si ha in Piemonte, come riporta su Il Sole24Ore del 27 settembre 2014 R. Terrazza (Province, listone salva-partiti): “circostanza forse mai vista prima, m alcuni casi si sa già il risultato. Succederà per esempio per le province di Asti e Cuneo: qui i partiti hanno trovato un'intesa per presentare un'unica lista di candidati (tanti quanti sono i posti da occupare) a sostegno di un unico nome per la presidenza della provincia. Giochi chiusi in partenza, nessuna sorpresa. «Una scelta istituzionale per la rappresentanza territoriale» è la spiegazione offerta di fronte alla perplessità di molti”.

Dunque, accordo tra tutti i partiti, nessuno escluso, su come ripartire incarichi e potere e il gioco è fatto: le elezioni sono inutili, solo una pura formalità per coprire giochi fatti nelle segreterie, con buona pace dell’assurdo sistema elettorale, rappresentato dalla farraginosa circolare del Ministero dell’interno posta malamente a disciplinarle, quando, per altro, per decidere tra poche migliaia di sindaci e consiglieri comunali per provincia chi eleggere sarebbe bastata una Pec da aprire solo decorso un certo termine, risparmiando la fatica ed il denaro che, comunque, per elezioni che in qualche territorio, come si vede, sono poco più di una rappresentazione teatrale, sono stati spesi.

Questa conseguenza certamente non commendevole della legge Delrio “fa notizia”, perché vellica comunque quel sentimento “anticasta” che è stato suscitato nei lettori dei giornali da anni, esattamente da quei giornali che, però, hanno levato cori ed elegie alla riforma Delrio, come strumento proprio “anticasta”!

Nessuno, però, sta andando oltre, per porsi i problemi di funzionalità che derivano dal sistema rappresentativo immaginato dalla devastante legge 56/2014. Proprio nell’intento di dimostrare ai cittadini che si “riduce il personale politico” in modo che “torni a lavorare”, si è ridotto di moltissimo il numero dei consiglieri provinciali, che al massimo saranno 16, nei territori con oltre 700.000 abitanti. “Bene”, si dirà. Meno politici, più efficienza.

Però, andando oltre la demagogia, non si riflette su una circostanza: al di là dall’accordo politico che potrebbe rivelarsi unitario per la “conquista” dello scranno, ma soggetto, poi, nel corso della gestione ai veti incrociati, la riduzione drastica della rappresentanza nei consigli può comportare la totale mancanza di voce per intere porzioni dei territori delle province.

Per essere chiari: è evidente che sindaci e consiglieri comunali eletti nei consigli delle province, soprattutto perché tale loro carica durerà solo 2 anni, saranno portati a rappresentare nelle province i problemi dei propri enti di provenienza, così da orientare investimenti e scelte della provincia verso la soluzione di detti problemi. In effetti, il sindaco o il consigliere comunale “eletti” in un consiglio provinciale a chi rispondono, se non all’elettorato del proprio comune? Sarà, dunque, verso questo elettorato che saranno portati a rendicontare risultati operativi conseguiti nel mandato “part time” svolto anche presso la provincia.

Ora, mediamente, essendo 8100 i comuni e 107 le province, in ogni provincia vi sono circa 80 comuni. Si capisce bene che la combinazione tra voto “ponderato” e drastica riduzione della rappresentanza nei consigli, creerà nei consigli provinciali “centri di potere” riservati a 10-12 comuni, tra i quali ovviamente farà la parte del leone il capoluogo, a totale discapito della grande maggioranza. Insomma, il ponte che colleghi meglio alcuni territori sarà, ovviamente, favorevolmente visto non più come struttura strategica di un insieme omogeneo, ma verrà considerato utile solo a condizione che colleghi almeno uno dei 10-12 comuni “forti”; lo stesso per l’istituto scolastico da costruire o ristrutturare, l’intervento ambientale da realizzare, la politica attiva del lavoro da impiantare, la linea di trasporto da potenziare.

Come si nota, il disvalore non consiste in sé e per sé nel potenziamento che, una legge falsamente assunta come “anticasta” come la Delrio, fornisce alla partitocrazia, bensì negli effetti operativi e gestionali descritti sopra, i quali sono molto più che solo potenziali, sol che si voglia ragionare con un minimo di realismo e conoscenza di dati e precedenti.

Vi è, poi, il secondo aspetto, quello delle funzioni, che i giornali hanno ancora messo a fuoco solo parzialmente ed in ordine sparso. Si sa che in alcuni territori non si sono acquistati i banchi per le scuole, oppure non vi sono i soldi per lo sgombero neve o interventi sulle frane; da altre parti sono stati ridotte drasticamente le corse delle corriere, mentre il trasporto per gli allievi disabili delle scuole è stato dismesso e regolato con contributi alle famiglie.

Sono le conseguenze paradossali della manovra parallela e anche antecedente alla legge Delrio, finalizzata a “chiudere” le province non attraverso una riforma consapevole dell’istituzione, bensì soffocandola o, meglio, eliminando le fonti di finanziamento dei servizi.

Come abbiamo già avuto modo di sostenere, a parte l’autore della riforma, il Sottosegretario Delrio che ancora in recenti interviste parla di risparmi derivanti da essa per 3,5 miliardi, tutte le stime più realistiche sugli effetti economici di una riforma/abolizione delle province si fermano ad una riduzione della loro spesa di circa 2 miliardi. Ma, queste stime risalgono tutte a 3-4 anni fa, quando la spesa delle province era di circa 12 miliardi. Oggi, tale spesa, per effetto dei tagli pesantissimi delle leggi del Governo Monti, e non per effetto della riforma Delrio, è già scesa a 10 miliardi. Il d.l. 66/2014, coevo della legge 56/2014 e dell’afflato anti province della primavera 2014 ha assestato alle province un altro micidiale colpo finanziario, tagliando per il 2014 la spesa di altri 444,5 milioni. Si pensi che per i comuni, il taglio della medesima natura ammonta a 360 milioni, da mettere in relazione ad una spesa totale di circa 60 miliardi, non 10. Ciascuno faccia le proporzioni. Per completezza è giusto precisare che il taglio inferto alle province di 444,5 ha riguardato beni e servizi, su una spesa, sempre di beni e servizi di 3,3 miliardi, con un’incidenza del 13,5%. Nei confronti dei comuni, gli analoghi tagli alle spese e servizi ammontano, come detto a 360 milioni a fronte, però, di 28 miliardi di spesa complessiva a tale titolo, con un’incidenza dell’1,28%!

Il dato paradossale ed il caos consiste, dunque, nei seguenti elementi:

  1. a) le province hanno già effettuato il taglio della spesa di 2 miliardi che si è stimato anni addietro essere possibile;

  2. b) gli ulteriori tagli del 2014 sono semplicemente non sostenibili;

  3. c) infatti, i disservizi sintetizzati sopra e denunciati in ordine sparso dalla stampa hanno avuto inizio in questi mesi;

  4. d) è evidente, dunque, che ogni ulteriore taglio alle spese dei servizi provinciali non è sostenibile, a meno di non incidere negativamente non su questi enti, ma sui cittadini;

  5. e) infatti, è da questa estate che si parla di una “due diligence” per le province, che, detta in italiano, è un ripensamento ai tagli imposti dal d.l. 66/2014, anche se ancora di questa revisione non si ha traccia;

  6. f) tuttavia, le province hanno comunicato nella seduta della Conferenza Unificata dell’11 settembre scorso, nella quale è stato sottoscritto l’accordo per il riordino delle funzioni provinciali (cioè il sistema di attribuzione di esse a comuni o regioni), che 33 province sono in condizioni di pre-dissesto e 66 non riusciranno a rispettare il patto di stabilità, che per le province prevede, ormai, saldi-obiettivo del tutto irrealizzabili, pari a circa il 20% dell’intero bilancio in parte spesa.


Insomma, la combinazione riforma istituzionale delle province e tagli alla loro spesa si sta rivelando quella che da sempre abbiamo indicato: un azzardo ed un caos.

La conferma? Ce ne sono tantissime:

  1. a) come mai, ad esempio, i 3,5 miliardi di risparmio di cui parla il Sottosegretario Delrio o i 2 miliardi che ancora si afferma possano essere tagliati non risultano mai compresi tra le spese che possano finanziare il fabbisogno di circa previsto per il 2015? La risposta dovrebbe essere chiara: il risparmio derivante dalla legge 56/2014 è nullo;

  2. b) lo Stato è già dal 2012, col d.l. 95/2011, impegnato ad individuare le funzioni provinciali assegnati alle province da leggi adottate nell’esercizio della potestà legislativa statale esclusiva; sembrava che dovesse descrivere chissà quale elenco di funzioni, ed invece, in sede di accordo con le regioni, il tutto è ridotto alla funzione (esercitata in pochissime province) di “tutela delle minoranze linguistiche. Perché? Ma perché lo Stato si guarda evidentemente bene dallo sforzarsi di reperire funzioni provinciali che potrebbe dover accollarsi, senza adeguati finanziamenti, oppure addossare ai comuni con la certezza che essi incrementerebbero per l’ennesima volta le imposte locali, facendo impazzire la pressione fiscale;

  3. c) le regioni, con l’accordo dell’11 settembre, si sono “impegnate” a definire le funzioni provinciali, assegnate a suo tempo con leggi regionali in applicazione della potestà legislativa regionale esclusiva, entro la data del 31.12.2014, ovviamente non perentoria: e siccome nel 2015 molte regioni andranno a elezioni, è chiaro che si tratta di un modo per prendere tempo e pensare con molta calma se sia davvero il caso di assumere direttamente le funzioni provinciale o passarle ai comuni. Anche in questo caso, il problema sta nel finanziamento: infatti, il presidente della Conferenza delle regioni, Chiamparino, lo ha detto abbastanza chiaramente: in sostanza, le regioni potranno acquisire direttamente le funzioni provinciali oppure assegnarle ai comuni solo a condizione che vi sia l’assoluta certezza di acquisire un finanziamento completo delle connesse spese.


Il fatto è, però, che, allo stato attuale, le province stanno gestendo le funzioni provinciali, delle quali non una sola è stata dismessa e fatta transitare verso altri enti, con fonti di finanziamento evidentemente insufficienti. Dunque, regioni e comuni hanno perfettamente compreso quello che occorreva, tuttavia, capire mesi e mesi fa: la riforma incide negativamente sui servizi. Si è, cioè, preso il capro espiatorio delle province come simbolo di una politica che rottama la casta, ma alla fine a risentire di questo fuoco per le riforme non è la classe politica provinciale o locale, ma i cittadini.

Regioni e comuni, saggiamente, dunque, come del resto lo Stato, stanno a guardare e prima di affrontare il peso delle funzioni provinciali vogliono vederci chiaro e non rischiare di rimetterci. Ma, tutto questo avviene mentre i servizi ai cittadini sono già pregiudicati.

E siccome alle province la legge Delrio non prevede solo di sottrarre funzioni, ma anche di aggiungerne di nuove, come il coordinamento tecnico dei comuni, la funzione di centrale di appalto e concorsi, la gestione dei servizi pubblici locali di natura economica, nessuno è in grado di stabilire quanto personale delle province possa essere trasferito con le funzioni da riordinare, rispetto a quanto personale debba restare per continuare a gestire le funzioni fondamentali e, soprattutto quelle nuove. Sulla polizia provinciale ed i servizi per il lavoro, poi, si è fatto il capolavoro: si rinvia qualsiasi decisione all’approvazione delle iniziative di legge oggi in Parlamento. Ma, per esempio, l’Anci (insieme con l’Upi) ha depositato presso la XI Commissione (Lavoro pubblico e privato) della Camera dei Deputati una “Indagine conoscitiva sul la gestione dei servizi per il mercato del lavoro e sul ruolo degli operatori pubblici e privati”, nella quale l’associazione dei comuni fa capire di non essere minimamente intenzionata ad accollarsi i centri per l’impiego ed i servizi per il lavoro; troppo onerosi, troppo poco appetibili sul piano del consenso, troppo grandi per i comuni, troppo piccoli per una regione.

Insomma, le province non sono morte e non sono abolite. Ma, si è fatto di tutto per rendere la vita difficile, non tanto a questi enti, quanto ai cittadini che fruiscono dei servizi.

Ma, purtroppo, ancora non è il tempo dell’ammissione dell’errore fatale. Ci vorranno almeno 10-15 anni, come per la presa d’atto del drammatico fallimento della riforma del Titolo V della Costituzione. Ora, per la stampa generalista, è il tempo di riscuotere il “dividendo” mediatico delle inchieste che riveleranno quello che è già chiaro: i disservizi ed i rovesci cagionati da questa riforma così mal progettata.

 

 

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