Il nuovo Ministro della Funzione Pubblica Giampiero D’Alia non si risparmia certo in dichiarazioni sull’innovativo futuro della pubblica amministrazione.
L’ordine del giorno dei lavori e delle questioni da affrontare è molto fitto. Forse troppo. Infatti, pare evidente che l’ordine e il filo logico degli intenti, per altro fin qui solo dichiarati, non sia proprio nettissimo.
I punti sui quali il Ministro, e si presume il Governo, intende intervenire sono la continuità nell’azione di sottoposizione a controllo della spesa per il personale pubblico, l’attuazione della spending review con l’attivazione del processo di riduzione delle dotazioni organiche e, dunque, degli esuberi, nonché la stabilizzazione dei precari.
Quest’ultima ha vissuto per breve tempo, per altro, un ruolo da protagonista nel “decreto lavoro”, il d.l. 76/2013. Infatti, nel testo inizialmente all’esame del Consiglio dei ministri vi era un corposissimo articolo 10, poi eliminato, che conteneva una serie di piccole-grandi riforme riguardanti i lavoro pubblico, tra le quali spiccava appunto una nuova stagione di stabilizzazioni, mediante sistemi di concorsi definiti un po’ furbescamente “pubblici”, ma sostanzialmente riservati ai molti “precari” pubblici.
Ora, il problema del lavoro flessibile (o “precario” a chi piace definirlo così) nel lavoro pubblico è concreto e reale. La stima dei soggetti interessati è un po’ ballerina. Il Conto annuale del tesoro ne ha censiti, nel 2011, circa 114 mila, ai quali aggiungere altri 130 mila circa della scuola.
Il fenomeno dei lavoratori flessibili si è andato assottigliando negli anni (nel 2004, ad esempio, erano oltre 145 mila), certamente anche grazie alle modifiche normative che a partire dal 2008 hanno reso più rigorosa la disciplina del reclutamento; per altro, dal 2010 le spese per il lavoro flessibile non debbono superare il 50% di quelle del 2009, dunque a regime si dovrebbe assistere ad un’ulteriore forte contrazione del numero dei dipendenti non aventi rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
In percentuale, stando ai dati del Conto annuale del 2011, i dipendenti “precari”, sul totale dei 3.282.999 lavoratori a tempo determinato costituiscono il 3,47% della forza lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione. Sul totale dei 22.739.000 occupati in Italia (dati Istat del febbraio 2013) i lavoratori “precari” della pubblica amministrazione sono lo 0,5%.
E’ evidente che la situazione di ciascuno dei lavoratori flessibili della pubblica amministrazione suscita comprensibile attenzione, ma sembra che la questione venga affrontata con un eccesso di enfasi.
Storicamente la pubblica amministrazione ha avuto la tendenza ad assumere i lavoratori flessibili con poca attenzione: sia alla valorizzazione del personale in servizio, senza, cioè, verificare se il reclutamento di ulteriori lavoratori fosse necessario; sia ai presupposti per assumere, molto più rigidi di quelli consentiti nel lavoro privato, in quanto l’articolo 36 del d.lgs 165/2001, con estrema chiarezza almeno a partire dalla novellazione del 2008, permette l’acquisizione di lavoratori flessibili solo per esigenze straordinarie ed a fronte di fabbisogni a loro volta flessibili, mai, dunque, per lo svolgimento delle ordinarie attività (salvo il caso delle esigenze sostitutive).
Tuttavia, le assunzioni nella pubblica amministrazione, quando effettuate regolarmente e, cioè, attraverso concorsi, hanno il pregio della trasparenza: i bandi debbono (dovrebbero) chiarire a monte che il rapporto di lavoro è flessibile, finalizzato ad un’esigenza a tempo determinato, non passibile di trasformazione in lavoro a tempo indeterminato, nemmeno per sentenza del giudice nel caso di reiterazione, in quanto al lavoro pubblico non si applica la “tutela reale” prevista per il settore privato.
Dunque, chi partecipa ai concorsi per il reclutamento di dipendenti pubblici con contratti flessibili sa a monte che la flessibilità pubblica è “cattiva”, nel senso che non può in alcun modo preludere ad una stabilizzazione per volontà discrezionale del datore di lavoro.
Sembra, allora, evidente che le ondate di stabilizzazioni disposte o annunciate periodicamente dai governi, abbiano il medesimo effetto deleterio delle sanatorie edilizie o fiscali. Inducano, cioè, tanto le amministrazioni, quanto i lavoratori, ad avviare rapporti di lavoro flessibili, ed anche a reiterarli mediante rinnovi e proroghe al di fuori di vincoli e limiti temporali (le proroghe sono spesso disposte per legge, per altro), contando appunto su futuri processi di stabilizzazione, attivati sull’onda di un “allarme sociale” costruito in parte ad arte. Finendo, così, per premiare, invece che sanzionare, le amministrazioni che abusino dei contratti di lavoro flessibili e incoraggiare i lavoratori flessibili della p.a. a rimanere imprigionati in un mercato del lavoro chiuso in se stesso e particolare, senza puntare sulla formazione professionale e l’impiego verso altri settori.
Ma, al di là della criticabilità in sé di processi di stabilizzazione che sanno molto, troppo, di sanatoria, c’è da chiedersi come questo intento si tenga coerentemente con l’altro di ridurre la spesa del personale pubblico e di attuare la spending review.
Il Ministro D’Alia ha ripetutamente annunciato di voler prorogare il blocco dei contratti pubblici fino al 31 dicembre 2014, anche se fin qui il regolamento che dovrebbe stabilirlo ancora non ha visto la luce. Un rinnovo contrattuale costerebbe, infatti, 7 miliardi che in una fase come quella che attraversa la finanza italiana sono estremamente difficili da reperire. Per altro, dal 2001 al 2008, il costo del lavoro pubblico è aumentato di quasi 35 miliardi (spesa 2001= 132.292.788.432; spesa 2008= 167.845.070.158; spesa 2011= 163.594.413.834; fonte Conto annuale del Tesoro), e solo dal 2011 ha iniziato a ripiegare, riducendosi. Una nuova impennata sarebbe da evitare.
I blocchi al turn-over, l’abolizione dei concorsi interni (progressioni verticali), il congelamento delle progressioni orizzontali hanno contribuito a questa riduzione.
Ora, introdurre 114 mila lavoratori flessibili ex novo nei ruoli, significherebbe non solo stabilizzare il lavoro (risultato certamente di per sé apprezzabile), ma anche il costo. Poiché il costo medio di un dipendente pubblico si aggira sui 30 mila euro l’anno, la manovra di stabilizzazione, a regime avrebbe un’incidenza sulla spesa per il personale di 3,420 miliardi.
Si dirà che non è una spesa maggiore, perché si tratta di persone che già lavorano nella pubblica amministrazione. Ma è un’osservazione errata. Questa spesa, essendo connessa a contratti a termine, grava solo su massimo 3 anni nei bilanci. Stabilizzarla, significa rendere fisso un costo che, come si è visto, è molto ingente, quasi la metà del costo dei rinnovi dei contratti collettivi, che, prudentemente, il Governo vuole evitare.
Ma, un’altra incoerenza si coglie, osservando che mentre si discetta di stabilizzazioni, senza forse analizzare a fondo i connessi oneri, dall’altro lato si punta anche sui risparmi di spesa derivanti dalla spending review che, ricordiamolo, ha stimato tra amministrazioni dello Stato, Inps ed enti locali circa 20.000 esuberi. Come sia possibile che presso un complesso di amministrazioni che denuncino 20.000 posti in più, si preveda di assumere 114.000 lavoratori, è tutto da dimostrare. A meno che, come in effetti emergeva dal testo dell’articolo 10 stralciato dal testo finale del d.l. 76/2013, la stabilizzazione alla fine non fosse altro che un percorso molto ipotetico, da compiere solo attraverso concorsi sì molto favorevoli per i precari, ma attivabili sempre e solo nel rispetto dei vincoli al turn over ed alla spesa vigenti, sicchè in realtà il processo di stabilizzazione sarebbe lunghissimo, diluito nel tempo (e nei costi) e molto incerto. Al di là delle “bellicose” dichiarazioni del Governo.
Forse, anche nel campo delle scelte da compiere sul personale pubblico sarebbe opportuna maggiore prudenza ed una più approfondita analisi dei problemi, prima di propagandare, ma soprattutto adottare soluzioni avventate, o comunque più legate al marketing politico, che capaci di risolvere i problemi.

L'ha ribloggato su Comitato dei Dipendenti delle Province Sarde.
RispondiElimina