Riforma delle province? Perplessa la Corte dei conti
Abolizione delle province adottando una soluzione come quella che sta attivando la Sicilia? Per la Corte dei conti è, sostanzialmente, una scelta avventurosa e priva di ogni concreta utilità.
Da diverso tempo sosteniamo che le scelte che sta, con mille contraddizioni, dimostrando di voler adottare il legislatore sul tema della soppressione delle province, sono frettolose, caotiche, sbagliate, inutili e controproducenti.
Non perché si voglia difendere l’ente provincia a tutti i costi. Nessuno impone alla Repubblica di individuare tra i suoi enti costitutivi (come attualmente prevede la Costituzione) le province (ma lo stesso vale per le città metropolitane). E’ una scelta compiuta decenni addietro, sicuramente reversibile. Purchè, ovviamente vi sia, dietro, un disegno chiaro e si individui una reale convenienza, un “dopo” che assicuri davvero maggiori risparmi e razionalizzazione, rispetto ad un “prima”.
Tuttavia, la possibilità, sempre ammessa, di riformare l’assetto ordinamentale dello Stato richiede analisi concrete, dettagliate, profonde. Se, invece, si agisce sull’onda di best seller come “La casta” o di martellanti editoriali che predicano di continuo l’abolizoione delle province, o, ancora, vellicando l’elettorato che si mostra particolarmente sensibile al tema, solo allo scopo di ottenere consenso, senza effettuare gli studi e gli approfondimenti necessari, si rischia, come detto prima, di ottenere risultati tragicamente negativi. Gli autori dei libri, degli editoriali, delle filippiche politiche e delle campagne elettorali saranno molto contenti; ma gli effetti di risparmio e razionalizzazione sperati, non si determineranno di certo.
Queste conclusioni non sono tratte costruendo astrattamente una “difesa d’ufficio” delle province, ma semplicemente leggendo i dati e le fonti. Tra queste ultime, particolarmente significativo appare il Giudizio sul rendiconto generale dello Stato 2012 elaborato dalla Corte dei conti.
Riportiamo la parte che riguarda la questione dei “costi della politica”:
Traendo le conclusioni:
- 1067 parlamentari costano 439.732.000 euro= 412.120 euro a persona
- 1356 consiglieri regionali costano 800.702.827 euro= 590.489 euro a persona
- 3.853 amministratori provinciali costano 104.700.000 euro= 26.992 euro a persona.
Il costo di gran lunga maggiore è determinato dalle regioni e dall’insieme di Camera e Senato. Il “costo della politica” delle province rappresenta, sul totale il 5,51%.
E’ assolutamente corretto il moto di moralizzazione della politica, che prenda in esame in primo luogo proprio la spesa – ingentissima – che si affronta in indennità e gettoni ai politici.
I numeri rilevati dalla Corte dei conti, in ogni caso, evidenziano come sia del tutto, da questo punto di vista, non risolutivo concentrare solo l’attenzione sulle province. I costi della politica, lo ribadiamo, per effetto della loro eventuale abolizione, sarebbero ridotti appena del 5,51%.
Per giungere ad un simile risultato, forse sarebbe consigliabile, invece di incidere così pesantemente sugli assetti istituzionali e costituzionali come avverrebbe con l’abolizione delle province, prevedere semplicemente la gratuità assoluta del mandato politico presso questi enti. Ma, contemporaneamente, ponendosi seriamente il problema di incidere davvero e molto di più, agendo sulle regioni e sul Parlamento.
Ma, quanto sono state sin qui efficaci le idee normative in merito alle province? Leggiamo un primo passaggio del Giudiziose sul rendiconto dello Stato: “Una riflessione particolare deve essere riservata all’istituzione “provincia”. Una specificità italiana è dovuta alla ridotta dimensione demografica di molti degli enti stessi (38 su 107 registrano un numero di abitanti inferiore a 300.000) ed alla loro proliferazione (dal 1992 ad oggi sono state istituite 15 nuove provincie, di cui 11 con meno di 300.000 abitanti). Esse rappresentano l’1,35% della spesa pubblica complessiva del Paese (dato riferito al 2012). Con il c.d. “decreto salva Italia” (D.L. n. 201 del 6 dicembre 2011, convertito in legge n. 214 del 22 dicembre 2011) era previsto che, nell’ambito del piano generale di soppressione e accorpamento di enti ed organismi, le funzioni delle provincie fossero trasferite ai comuni ricadenti nel territorio, ovvero fossero assunte dalle regioni, “entro il 31 dicembre 2012”. Per quella data dovevano essere anche fissate regole procedurali con le quali gli organi politici elettivi provinciali dovevano essere cancellati e sostituiti da strutture composte da un numero variabile di persone, per un massimo di dieci, emanazione diretta delle amministrazioni comunali”.
Della riforma, non se n’è fatto nulla, anche se è in “stand by”. Ma, come anche la Corte dei conti conferma, tutto il complicatissimo impianto di riforma (talmente complicato che è rimasto al palo) pensato per dare bada al populismo, riguarderebbe un volume di spesa pari all’1,35 del totale della spesa pubblica! In termini assoluti, tale spesa ammonta a circa 11 miliardi. Cosa che nessuno dice: anche laddove le province dovessero essere abolite, però, questi denari, non verrebbero risparmiati. Infatti, soppresse le province, qualche altro ente (come ricorda la magistratura contabile) dovrebbe subentrare loro nell’erogazione delle funzioni sin qui da esse svolte. Pertanto, i risparmi (stimati tra i 500 milioni – ipotesi realistica – e i 2 miliardi – ipotesi molto ottimistica e stiracchiata) non si sa nemmeno se coprirebbero i costi connessi.
Eppure, si potrebbe osservare, esiste un modello operativo, quello della Sicilia. Ma, del percorso di abolizione delle province e della strada segnata indirettamente dalla Sicilia cosa pensa la Corte dei conti? Ecco un secondo passaggio del giudizio sul rendiconto: “In particolare, quali e quanti effetti concreti ha prodotto la pur complessa normativa sulla “spending revieiw” in relazione ai molteplici e diversificati obiettivi da perseguire? Se, ad esempio, ci si soffermasse sulla riduzione (o riordino? o eliminazione?) delle Province, argomento che, pur vivo, comincia ad essere datato, ne sortirebbe (si perdoni il termine) una specie di “telenovela” dai contorni, però – data la valenza istituzionale e strutturale della soluzione del problema – veramente sconcertanti, per l’indefinita e aleatoria determinazione in proposito, con un continuo alternarsi di “stop and go”, che nulla decide e tutto lascia in inverosimile e dannosa incertezza. Certamente, peraltro, la soluzione al problema che sembra profilarsi autonomamente nella Regione siciliana –stando a quanto rilevato dal Presidente dell’Unione Province d’Italia – fa sorgere serie perplessità, atteso che le nove Province attuali sarebbero sostituite tra un anno da trentatré consorzi e tre città metropolitane, previa immediata sostituzione degli attuali vertici eletti, con altrettanti Commissari”.
Chi scrive lo aveva già, sommessamente rilevato qualche mese fa (Abolizione province in Sicilia, caos (non calmo) http://www.leggioggi.it/2013/03/06/abolizione-province-sicilia-caos-non-calmo/).
Che le medesime perplessità sulla “via siciliana” di abolizione delle province siano mosse dalla Corte dei conti non fa assolutamente piacere a chi scrive, che, invece, avrebbe voluto trovare smentita alle proprie preoccupazioni.
Il fatto è, purtroppo, che l’intero disegno, da quello nazionale a quello siciliano, è solo – fin qui – nulla più se non un’avventura.

L'ha ribloggato su Comitato dei Dipendenti delle Province Sarde.
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