Fatto: richiesta ai docenti ed al personale amministrativo, tecnico ed ausiliario della scuola di restituire incrementi stipendiali non dovuti, con rate dal 150 euro al mese.
Capo d’accusa: aver agito erroneamente e senza aver preventivamente informato i Ministri dell’economia e dell’istruzione.
Imputati: le burocrazie ministeriali.
Sentenza: colpevoli.
Pena/rimedio: tutti i dirigenti pubblici siano assunti solo con contratti a tempo indeterminato.
L’espediente retorico/scenico proposto, aggancia un noto fatto di cronaca al punto 6 della sintesi della proposta di Jobs Act divulgata dal sindaco di Firenze lo scorso 8 gennaio, il quale testualmente prevede: “6. Eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico. Un dipendente pubblico è a tempo indeterminato se vince concorso. Un dirigente no. Stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali”.
Molti aspettano il dettaglio della proposta renziana, per formulare giudizi più completi. E’ giusto. Si potrebbe, infatti, dubitare della portata e dell’estensione dell’assunto, che è fin troppo sintetico. Il 16 gennaio, quando sarà approvato il documento completo ma, soprattutto, più avanti ancora, quando saranno presentati i disegni di legge di riforma degli istituti presi in considerazione dalle proposte di riforma, se ne saprà di più.
Tuttavia, mentre molte delle idee del Jobs Act risultano tutte da sviluppare, il punto 6 visto sopra, pur privo dei tecnismi normativi, appare chiarissimo e compiuto in se stesso. L’unico dubbio è se riguardi l’intera dirigenza pubblica, oppure solo i massimi dirigenti apicali delle amministrazioni statali.
Nella realtà, tale incertezza appare fugata dal testo del punto 6 e dalla realtà concreta. Come è noto, la Corte costituzionale, a partire dalla sentenza 103/2007, ha sviluppato e approfondito la teoria, condivisibilissima, dell’incostituzionalità dello spoil system, riferendolo per altro non al rapporto di lavoro a tempo determinato dei dirigenti, sibbene al solo incarico dirigenziale a tempo determinato, ma ammettendo che gli incarichi (cioè la concreta preposizione agli uffici) nei massimi vertici, quelli più vicini agli organi di governo, possano decadere in uno con la scadenza del mandato politico.
Se, allora, l’indicazione di Renzi si limitasse ai vertici superiori dei ministri, il punto in analisi del Jobs Act non avrebbe alcuna utilità o portata innovativa, perchè lascerebbe le cose esattamente come stanno.
L’indicazione renziana, invece, appare molto chiara: si vuole eliminare la “figura” del dirigente a tempo indeterminato in uqnto tale, senza troppo sottilizzare se si tratti di dirigenza “apicale” o meno.
L’assunto è chiaro e, per altro, appare in frontale ed irrimediabile contrasto proprio con la giurisprudenza costituzionale, la quale sostiene che il rapporto “servente” della dirigenza rispetto alla politica non deve ledere l’autonomia operativa della dirigenza, che è tenuta ad agire nell’esclusivo interesse della Nazione (articolo 98 della Costituzione) ed in modo imparziale (articolo 97 della Costituzione) così da attuare sul piano tecnico gli indirizzi generali espressi dagli organi di governo. Pertanto, non è ammissibile configurare come “fiduciario” il rapporto tra politica e dirigenza, nè corretto collegare gli incarichi dirigenziali alla durata del mandato politico, perchè si violerebbero i principi enunciati dagli articoli 97 e 98 della Costituzione, nonchè l’ulteriore principio desumibile da quello del “buon andamento”, ovvero quello della continuità dell’azione amministrativa.
Che la proposta di Renzi sia l’antitesi totale di tali indicazioni e si agganci, radicalizzandola, alla deleteria riforma della pubblica amministrazione varata tra il 1997 e il 2001 da Franco Bassanini, vi sono pochi dubbi. E se qualcuno ne avesse ancora, per risolverli basta cercare su Twitter l’esultanza di un paladino dell’anti casta come Alessandro Milan di Radio 24, oppure leggere il seguente passaggio del commento (Renzi, dirigenti solo a termine) al Jobs Act di Goffredo Pistelli, su Italia Oggi dello scorso 10 gennaio: “Il Rottamatore dimostra di conoscere bene la storia della seconda repubblica, in cui s'è andata affermando una legislazione che ha riconosciuto ai dirigenti pubblici un alveo di autonomia, quasi una terzietà, formalmente legato alla competenze. La politica ha il potere di indirizzo, si è andato ripetendo come un mantra, mentre alla dirigenza va la potestà dell'applicazione, nel rispetto di leggi e regolamenti. Ineccepibile. Se nonché in regioni, province, comuni e, ovviamente, nei ministeri e negli enti centrali dello Stato, si è cominciato ad affermare il costume della dirigenza che non firmava i provvedimenti. Questa singolare obiezione di coscienza professionale, bypassabile in punta di diritto, finiva spesso per mettere con le spalle al muro la politica, spesso timorosa di avere a che fare con le procure contabili e coi le richieste di danno erariale, prima che con quelle penali”.
Senza giri di parole, le affermazioni del Pistelli sono semplicemente sconcertanti. Letta al contrario, pare legittimare la conclusione secondo la quale compito della dirigenza è “firmare” tutto ad ogni costo, anche se la decisione da firmare risulti fonte di danno erariale e, addirittura, illecito penale, magari allo scopo di “coprire” il politico di riferimento del dirigente.
Una concezione della dirigenza di natura feudale, che mette da parte totalmente qualsiasi principio discendente non solo dalla Costituzione (chi scrive è un “burocrate” e cita molto la Costituzione, la giurisprudenza e le leggi, lo si perdoni), ma anche la scienza dell’amministrazione. L’agire amministrativo, infatti, non è e non deve essere finalizzato a creare un “corpo” unico di politica e dirigenza ad essa contigua, che decidano con sprezzo della corretta amministrazione e del codice penale, bensì al perseguimento dell’interesse generale. Insomma, non funziona con lo schema “io decido, tu te ne assumi le responsabilità erariali e penali”, ma “io programmo, tu ti assumi la responsabilità di attuare le indicazioni, con la gestione più corretta ed efficace, senza creare danno alla finanza pubblica e senza commettere reati”.
Figli del primo schema sono la corruzione, che tanto si combatte a parole e con l’assurda burocrazia generata dalla scellerata legge 190/2012, e le “cricche”, che la pochissima memoria sia degli italiani, sia, purtroppo, dei media hanno fin troppo presto lasciato scivolare nell’oblio. Tra l’altro, le dolorose vicende del comune dell’Aquila di questi giorni, dimostrano che corruzione e cricche sono fin troppo radicate e presenti.
Eppure, la stessa stampa generalista, che in questo momento appende i gran pavesi di bandiere e brinda all’idea della dirigenza solo a tempo determinato, fornisce fulgidi esempi di quanto una dirigenza debole, ricattabile con lo sventolio del termine apposto al contratto di lavoro, asservita alla politica, possa risultare dannosa per la collettività.
Torniamo alla questione dei 150 euro richiesti dai tecnici del Ministero dell’economia agli insegnanti. Scrive Antonella Baccaro sul Corriere della Sera del 10 gennario, a proposito dell’irritazione del Ministro Saccomanni e del sospetto che egli sia “boicottato”, sicchè intenderebbe porre mano, in modo deciso, contro i “tecnici”: “Non si sta parlando della Ragioneria, dove Saccomanni ha voluto una persona di fiducia, anche lui proveniente da Bankitalia: Daniele Franco. Il problema si troverebbe nelle seconde file del ministero, quelle che fino ieri riportavano alla prima di nomina tremontiana, spazzata via con l'avvento di Saccomanni. È lì che si anniderebbero le resistenze più tenaci”.
In poche righe tutti i mali della dirigenza a termine. Quello che Renzi non dice, e che la stampa, troppo spesso superficiale, non precisa, è che la grandissima parte proprio dei massimi dirigenti ministeriali, anche per l’avviso positivo in tal senso della Corte costituzionale, sono nominati con contratti a termine dai ministri di turno e cadono insieme con loro. Lo “strapotere delle burocrazie ministeriali” di cui vaneggia Renzi, dunque, è frutto esattamente delle scelte dei politici, che nominano i super dirigenti strapotenti. E, infatti, Saccomanni ha inserito alla Ragioneria generale dello Stato “una persona di fiducia”. Che, come tale, risulta, deve risultare, bravissimo ed insospettabile. Se qualcuno fa errori, non può che appartenere “alle seconde file”. Sì, perchè i dirigenti felloni delle seconde file non sono nominati direttamente dal Ministro, ma dagli altissimi dirigenti nominati dal Ministro stesso. Ora, Saccomanni, come racconta l’articolo “ha spazzato via” la dirigenza di prima fila tremontiana, che aveva a sua volta attivato gli incarichi dirigenziali alle seconde file. Le quali, per sillogismo aristotelico, sarebbero rimaste fedeli ai dirigenti fatti fuori da Saccomanni e, dunque, tramerebbero nell’ombra, per far commettere al Ministro i troppi clamorosi errori dei quali si sta rendendo protagonista.
Ma, tutto ciò è esattamente quello che secondo la Corte costituzionale non deve, non può accadere. Indirettamente, l’articolo del Corriere ha evidenziato quanto di male accadrebbe se la dirigenza pubblica fosse solo a tempo determinato e totalmente dipendente dai politici. Ad ogni elezione o nuova formazione di governo, la dirigenza sarebbe “spazzata via”; professionalità, esperienze, conoscenze, continuità dell’agire, sarebbero cancellate; faide tra conventicole di dirigenti “in quota”a questo o a quel politico insorgerebbero, col rischio fortissimo di vendette personali, confusione e mala gestione. Oltre ai rischi, evidenziati sopra, di corruzione, illeciti penali e danni erariali.
Un’altra prova dei danni che produrrebbe uno spoil system in salsa renziana è rinvenibile ancora nel Corriere del 10 gennaio 2014, nell’intervista di Fabrizio Roncone al Ministro Nunzia De Girolamo, a proposito delle “intemperanze” di quest’ultima (quando ancora era “solo” parlamentare) nei riguardi delle Usl del Sannio: <<“Lei fornisce la netta sensazione di dare ordini, di parlare come qualcuno che comanda sui dirigenti della Asl". "Ma a chi? Su cosa? Non faccio mai riferimento a promozioni, non chiedo di avvantaggiare......">>.
Come si nota, un Ministro della Repubblica considera normale che il modo per “influire” sui dirigenti è promettere o negare “promozioni”, piuttosto che “avvantaggiare” qualcuno o qualcun altro.
Essendo questa la cronaca, il modo col quale la politica intende l’esercizio del proprio potere, risulta assolutamente evidente che l’idea di Renzi è tutt’altro che rivolta alla sempre invocata “modernizzazione”, quanto piuttoso alla creazione di un apparato che da “servente” passi a “servile”.
Nella logica espressa dal Pistelli, vista sopra “Nella terza repubblica di cui vuol strenuamente diventare protagonista, Renzi immagina una politica che fa la politica cioè che valuta e decide. E una burocrazia, fatta di dirigenti a termine, e che quindi hanno lo stimolo a farsi riconfermare per la loro efficacia e non hanno il paracadute di un profilo garantito ab aeternum, una burocrazia, dicevamo, che si faccia in quattro per applicare. Presto e bene”.
Ma simile burocrazia “che si fa in quattro” assomiglia moltissimo a quei dirigenti della Provincia di Firenze che, Renzi Sindaco, nulla ebbero da obiettare, anzi eseguirono “al volo” le delibere di assunzione di decine di portaborse del presidente e degli assessori, inquadrandoli in categorie di laureati, pur essendo privi di laurea. La “politica che fa la politica” decise; i dirigenti “si fecero in quattro”, ma il risultato è stato un abuso. E un danno erariale, accertato in primo grado dalla Corte dei conti, con sentenza 30 marzo 2011, n. 282.
Chi saluta con favore la scellerata indicazione del Jobs Act dimentica che l’azione amministrativa consiste nel gestire risorse finanziate da famiglie e imprese. I dirigenti non dipendono dal politico di turno, ma dai cittadini, nel cui interesse debbono agire, purchè rispttino direttive ed indirizzi degli organi di governo.
I dirigenti, dunque, hanno due doveri: garantire agli organi di governo di conseguire gli obiettivi che definiscono, ma con l’autonomia operativa per conseguire i risultati richiesti nel rispetto del principio di legalità dell’azione amministrativa. Principio posto a difesa dei cittadini, non dei dirigenti, per scongiurare appalti truccati, concorsi inquinati dalle raccomandazini, concessioni date solo ad amici o iscritti a un partito, insomma un modo di intendere l’azione amministrativa come un sistema di favoritismi per fazioni e conventicole.
Sempre la cronaca (Il fatto quotidiano on line - Barbacetto 7 novembre 2013) ce lo ricorda a proposito del “sistema Torino”: “Sotto indagine anche il city manager di Chiamparino, Cesare Vaciago (ora direttore a Milano del Padiglione Italia di Expo), rinviato a giudizio per un concorso per dirigenti comunali che la procura di Torino ritiene sia stato truccato. Tra i miracolati di quella magica gara c’è anche Angela Larotella, che era diventa dirigente nel settore cultura del Comune, guidato da Anna Martina, figura centrale negli anni d’oro di Chiamparino, quanto Torino, persa la centralità della Fiat, cercava di riciclarsi come città della cultura e dell’entertainment. Tutto in famiglia: il marito di Martina, Walter Barberis, ha curato la mostra torinese sui 150 anni dell’Unità d’Italia; e il figlio, Marco Barberis, ha ricevuto incarichi ben remunerati per la sua società Punto Rec; in un caso, la delibera che gli affidava i lavori era firmata direttamente dalla madre”.
L’idea del Jobs Act, per un verso, dunque, non cambierebbe nulla rispetto allo strapotere della politica di nominare e spazzare via i dirigenti più stretti collaboratori, ma rischierebbe di estendere a dismisura un sistema di ingerenza sulla dirigenza pericolosissimo, base certa di un risultato del tutto opposto a chi crede che la dirigenza a tempo determinato sia utile a far funzionare meglio la pubblica amministrazione, a tutto vantaggio della corruzione.

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