giovedì 6 febbraio 2014

#storiadellarte Eliminazione della Storia dell'arte, metafora di un Paese che sa solo sottrarre e cancellare

Dunque, si elimina l’insegnamento della storia dell’arte, proprio in Italia, la culla del patrimonio artistico mondiale.
Il fatto davvero sconcertante non è soltanto, purtroppo, il dato in sé, ma quello che gli sta intorno. Proviamo a vedere alcune sfaccettature.
Desta scoramento la circostanza che eliminando la storia dell’arte, purtroppo, non accade nulla. Infatti, l’insegnamento di un così prezioso sapere vale esclusivamente per l’arricchimento culturale e dello spirito. Sbocchi occupazionali, invece, zero assoluto, come sanno bene i tanti laureati in archeologia o lettere antiche o in discipline del restauro, condannati a lavorare sporadicamente e con contratti e compensi totalmente inadeguati rispetto al bagaglio posseduto.
Né la conoscenza dell’arte ha mai avuto un ruolo di qualche rilievo per le professioni turistiche e della promozione.
Nella realtà, la storia dell’arte dovrebbe essere un elemento immancabile dell’insegnamento della letteratura e della storia, come approfondimento specifico, che merita certamente ore e insegnamenti. Pensiamo al rinascimento: quale grande personaggio della cultura viene in mente per primo? Uno scrittore? O quale grande personaggio storico ricordiamo? Se pensiamo al rinascimento immediatamente agganciamo alla mente Raffaello, Michelangelo e Leonardo. Poi, viene il resto.
Allora, si scopre che la storia dell’arte può essere eliminata come insegnamento solo in un Paese capace esclusivamente di segmentare, sminuzzare, ripiegato in se stesso.
Un Paese che non riesce a cogliere il complesso sistema nel quale vive e valorizzarlo, tanto che nonostante le bellezze artistiche uniche per bellezza e quantità, nonché le favolose bellezze paesaggistiche, continua inesorabilmente a declinare come mèta turistica nel mondo.
L’eliminazione dell’insegnamento della storia dell’arte è, alla fine, la perfetta metafora del declino ventennale. E’ un’idea bislacca maturata sotto i governi dei tagli lineari, ma attuata da governi che a parole si oppongono a tali logiche.
E’ il simbolo di un Paese che non sa far altro, ultimamente, se non ragionare per “sottrazione”. Un Paese becero, nel quale la corsa all’individualismo incapace di guardare oltre la punta delle scarpe, considera sempre come unica soluzione ai problemi il “cancellare”, se individualmente della cosa non si ha interesse. Un po’ di propaganda fa il resto. Sicchè, si convince una parte di popolazione incolta o indifferente che la storia dell’arte non serve? Si elimina. Si persuade che le province non occorrono? Si aboliscono, tanto ai cittadini cosa importa. Si fa intendere che occorre velocizzare i procedimenti di approvazione delle leggi? Invece, allora, di modificare i regolamenti parlamentari, si abolisce il Senato. Così molti tribuni della plebe e molti avventori di bar sono contenti.
Così, di abolizione in abolizione, di sottrazione in sottrazione in sottrazione si cancellano elementi di democrazia, di crescita della persona, di tradizione, di vita.
Perché eliminare, cancellare, è una scelta semplice, facile, di impatto. Molto più difficile è programmare, razionalizzare, rendere economico ciò che è dispendioso.
Così proseguendo, cancelleremo le regioni, le ulss, le scuole pubbliche, insomma il convivere civile. Il tutto somiglia tremendamente al crollo dell’impero romano d’occidente. Ma questa è storia. Se si conoscesse la storia, molti errori forse non si ripeterebbero. Meglio abolire anche l’insegnamento della storia, dunque.

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