Se qualcuno si era fatto venire
il dubbio che forse con l’attività dei “parerifici” si è andati oltre la soglia
dell’utile e tollerabile, la questione dei diritti di rogito dei segretari
comunali dovrebbe fornire la conferma che è assolutamente necessario rivedere
profondamente il sistema sia dei controlli collaborativi, sia, in generale,
della spettanza del delicatissimo compito di interpretare le leggi.
Sicuramente, l’articolo 10 del
d.l. 90/2014, scritto in modo oscuro e poco tecnico non ha aiutato, ma
riassumiamo brevemente la situazione paradossale. La Corte dei conti ritiene
che i diritti di rogito non spettino ai segretari di fascia A o B nemmeno se
operanti in sedi di segreteria nelle quali non vi sono dirigenti.
Tuttavia, la Corte
costituzionale, con la sentenza 75/2016, in un inciso appare affermare il
contrario.
Contestualmente, la Corte dei
conti, sezione regionale di controllo delle Marche col parere 90/2016/PAR, cioè
lo stesso soggetto che ha fornito un’interpretazione particolarmente rigida sui
diritti di rogito per i segretari, ha considerato possibile, invece, assegnare
i diritti di rogito al vice segretario, anche se al segretario non spettino.
Tuttavia, la Ragioneria generale dello Stato ha affermato esattamente il
contrario con una nota prot. n. 26297 del 25 marzo 2016.
Il caos, come si nota, è
assoluto. Tale per cui potrebbero, a questo punto, immaginarsi scenari ancor
più paradossali:
1.
segretari che forti della sentenza della Consulta, ricorrano al
giudice del lavoro per pretendere il pagamento dei diritti di rogito,
disapplicando le indicazioni della Corte dei conti;
2.
procure della Corte dei conti che, comunque, perseguano per
danno erariale i comuni che eventualmente eroghino i diritti di rogito,
nonostante eventuali pronunce favorevoli del giudice del lavoro;
3.
vice segretari che ricorrano al giudice del lavoro contro la
decisione del comune che scelga di aderire al parere della Rgs, contraria
all’erogazione dei diritti di rogito;
4.
procure della Corte dei conti che perseguano i comuni che
eroghino i diritti ai vice segretari, in adesione alla decisione della Sezione
Marche;
5.
la Rgs che nelle ispezioni segnali alla procura della Corte
dei conti l’erogazione dei diritti di rogito ai segretari, come anche ai
segretari, la prima per propria visione in contrasto con la pronuncia della
Consulta, la seconda per propria visione in contrasto con la Sezione Marche;
6.
enti che ricorrano contro le ispezioni della Rgs;
7.
segretari o vice segretari che ricorrano al Tar o al giudice
del lavoro, contro i provvedimenti degli enti che aderiscano alle indicazioni
delle ispezioni della Rgs.
E così via.
Una domanda sola si impone: ma, è
tollerabile ancora tutto questo? E’ possibile che una questione semplicissima,
sia trattata da una pluralità di enti, che nemmeno riescono a mettersi
d’accordo tra loro in via preventiva, per evitare il caos? E’ possibile che la
Corte dei conti si sia trasformata in un “parerificio” a getto continuo, a sua
volta senza coordinamento tra sezioni, senza possibilità, però, di un gravame
da parte degli enti?
No, non è possibile. E’ urgente,
urgentissimo, tornare alle origini. Ad interpretare le norme deve essere il
giudice, risolvendo il caso concreto. Oppure, il legislatore con
l’interpretazione autentica. Della collaborazione dei controlli collaborativi
si deve fare a meno. Che i controlli siano puntuali e non generali e che siano
soggetti a gravame, in modo che sia il giudice giudicante ad interpretare la
norma. Che siano, poi, le amministrazioni attive a trarre dalla giurisprudenza
di merito argomentazioni per interpretare le norme, espondendosi ai controlli
di legittimità.
E occorre una regola chiara su
chi disponga di un potere ultimativo di pronuncia di carattere stragiudiziale
sulle questioni.
Ma, soprattutto, occorre anche
che l’amministrazione attiva riacquisti autonomia e dignità, oltre che logica.
Davvero, non si capisce come sia possibile immaginare che se il titolare di una
funzione non percepisca la remunerazione ad essa connessa, il vicario del
titolare, invece, sia legittimato a percepire la medesima remunerazione. Ed è
paradossale che questo quesito, nemmeno da porre, sia stato preso in
considerazione seriamente e perfino con due risposte opposte e contrastanti.
Speriamo che questa vicenda oggettivamente disdicevole sia lo spunto per
chiudere un capitolo ormai da troppo tempo aperto e svelatosi dannoso o, come
minimo, fonte di caos e di contenzioso.
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