venerdì 28 settembre 2012

Spending review fuori strada, il problema sono le regioni, non le province

Luigi Oliveri

 

I fatti, una volta scoperti, accertati ed approfonditi, hanno sempre ragione sulle tesi aprioristiche, artefatte e tendenziose.

Il problema vero, verissimo, drammatico per la spesa pubblica italiana non sono per nulla le tanto vituperate province. Sono le regioni.

Spiace, caduto il velo sottile che fin qui aveva oscurato una verità, invece, evidente, constatare che però il mare magnum della spesa incontrollata delle regioni non sia stato disgelato dalle corrosive penne di Gianantonio Stella e Sergio Rizzo. Obnubilati dalla loro preconcetta posizione contro le province, hanno scatenato contro di esse una campagna che dura da anni, senza quartiere e senza tregua. Senza, per altro, alcuna utilità e risultato. Sfiorando soltanto il dramma della spesa regionale, interessandosi quasi esclusivamente del caso Sicilia, non di rado con toni più di colore di uomini del nord che bacchettano il sud, piuttosto che presi dalla volontà di affondare il bisturi dell’analisi di un mondo di spesa opaca ed immensa.

Spiace ancora di più che un Governo, per altro assuntamene composto da tecnici, si sia fatto guidare nelle sue scelte riguardanti la spending review dalle campagne di stampa alla Gabibbo contro le province, invece che dai numeri e dalla logica.

Questa, la logica, avrebbe dovuto consigliare un modus operandi banalissimo, per attuare il quale non occorre di sicuro essere né professore, né tecnico, né esperto: iniziare a tagliare la spesa dai grandi, grandissimi agglomerati. Perché i risultati sono certamente più rilevanti, le conseguenze dei tagli certamente meno significative (visto che i margini di riorganizzazione sono più elastici), l’azione meno populistica e, dunque, efficace.

Solo ora, solo dopo che il cupio dissolvi all’interno del gruppo di maggioranza della regione Lazio ha dato la stura alle inchieste che si sarebbero dovute fare molti e molti anni fa, finalmente sui media si evidenziano i numeri, oltre che le spese discutibili, delle regioni.

Solo ora si evidenzia come la spending review ha inteso esclusivamente vellicare il populismo e compiacere gli “opinion leader”, aggredendo le province, senza nessun concreto risultato e senza nessuna possibilità di incidere seriamente sulla spesa pubblica.

Lo dimostrano impietosamente le cifre che adesso cominciano a circolare su tutte le testate, relativamente alle regioni, ma che qui cerchiamo di confrontare con le province.

Guardiamo alle spese correnti assolute. Nel 2010 le regioni, 20 regioni, hanno sostenuto una spesa corrente complessiva pari a 151 miliardi di euro (dati Istat). Alla stessa data, la spesa corrente delle province è 8,5 miliardi, secondo il dossier dell’Upi, riferito al 2009. Per meglio chiarire, dunque, la spesa corrente di venti regioni è più di venti volte superiore a quella di 107 province.

La spending review aveva l’arduo compito di reperire risparmi pubblici per circa 7 miliardi. Qualsiasi persona semplicemente dotata di senso comune, senza alcun titolo accademico, né paludamenti da tecnico o politico di lungo corso, avrebbe evinto con estrema semplicità che se una quota parte dei 7 miliardi erano da ricavare dal “riordino” di qualche ente, sarebbe stato il caso di partire, anzi, di prendere in esame solo le regioni, risultando assolutamente trascurabile il volume di spesa delle province.

Tanto è vero che, secondo le rilevazioni della Ragioneria generale dello Stato sugli effetti finanziari del d.l. 95/2012, dagli interventi sulle province risultano zero (ribadiamo, zero) risparmi.

Esaminiamo, ora, pochi aggregati. La spesa corrente dedicata al personale (56000 dipendenti) in tutte e 107 le province ammonta a circa 2,5 miliardi. Nella sola Sicilia (20000 dipendenti) oltre un miliardo. La spesa di personale complessiva delle regioni è di circa 5,6 miliardi.

Ma c’è una spesa, sempre parte del complesso delle spese correnti regionali, che desta davvero impressione, non solo con riferimento alla questione dell’errore gravissimo di prospettiva del legislatore che ha totalmente sbagliato obiettivo con la spending review, ma anche in termini assoluti e generali. Si tratta della spesa per “incarichi e consulenze”, che nelle regioni sfiora l’ammontare mostre di 600 milioni di euro.

A riprova che, come molte volte sostenuto anche sulle pagine di questa rivista, per raccogliere subito, senza alcun danno al funzionamento degli enti e, soprattutto, ai cittadini, si potrebbero recuperare svariati miliardi, in modo stabile e definitivo, se si stabilisse una volta e per sempre di vietare del tutto, senza alcuna eccezione, a tutte le pubbliche amministrazioni di conferire incarichi di collaborazione a terzi.

I numeri dimostrano che a fronte di una dotazione di personale dipendente pubblico sicuramente non eccessivo (contrariamente all’altra “vulgata” degli giornalisti d’inchiesta che precostituiscono le loro verità, a dispetto dei fatti), sicuramente i numeri e le professionalità dei dipendenti sono sufficienti per amministrare bene la gestione.

Eppure, il legislatore consente ancora di erogare spese spropositate per acquisire consulenze e collaborazioni ulteriori, o anche per incaricare dirigenti esterni. Spesso, per altro, (non sempre) consulenze compiacenti e dirigenti posti ad eseguire, scelti per la contiguità partitica che per altro.

In ogni caso, chiunque, ma soprattutto chi governa, soprattutto se tecnico, soprattutto se non intenzionato a seguire facili consensi inseguendo inchieste per l’applauso facile, avrebbe saputo ben indirizzare un intento di ristrutturazione ordinamentale della Repubblica.

Le province sono enti locali, come i comuni e come i comuni erogano servizi direttamente alla comunità amministrata. Le province non creano spesa, la gestiscono, perché non dispongono di potestà impositiva, né legislativa.

Le regioni sono enti che creano spesa, in quanto, invece, dispongono di poteri legislativi ed impositivi.

Incautamente, sciaguratamente, tali poteri sono stati estesi a dismisura da una riforma “in senso federale” quella del Titolo V della Costituzione, approvata in fretta e furia con pochissimi voti di scarto, allo scopo di inseguire vanamente insensate velleità “federaliste” che, come molti avevano previsto, a lungo andare si sono rivelate totalmente fallimentari.

Si è rilevato che la spesa delle regioni dal 2001 al 2010 è aumentata del 40% circa, pur avendo le regioni trasferito una quantità ingentissima di funzioni alle vituperate province, senza per altro garantire loro i correlati finanziamenti.

La spending review, non si può che ammetterlo, è andata totalmente fuori strada e bersaglio. L’aggressione alle province non porta alcun beneficio finanziario, ma crea soltanto problemi attuativi compressissimi, come del resto dimostra lo stesso Governo, incapace dal 5 settembre di emanare il Dpcm che individui le funzioni provinciali, discendenti dall’attribuzione nei loro confronti di funzioni pertinenti alla potestà legislativa esclusiva dello Stato. E come dimostra l’empasse, nelle regioni e nei Cal, rispetto al problema del riordino dei confini, secondo le cervellotiche, irrazionali indicazioni del Governo.

Si è agito sulle province. La relazione degli uffici legislativi parlamentari al decreto “salva Italia” aveva chiarito che, al massimo, la riforma ivi prevista avrebbe consentito di risparmiare circa la metà dei “costi della politica” dell’insieme di presidenti, assessori e consiglieri di 107 province, cioè 65 milioni di euro, se andava bene. Una cifra infinitesimale della spesa regionale per consulenze, per personale, del complesso della spesa corrente delle regioni, meno ancora dei costi di un solo consiglio regionale anche “virtuoso”, come quello della Lombardia.

Si sono prese di mira le province, mentre in altri gangli dell’ordinamento ci si ingozzava di ostriche innaffiate da abbondante champagne.

E’ da auspicare che, ora, i giornalisti di inchiesta si sveglino e inizino davvero a sforzarsi di capire cosa si intenda per costi della politica, quali siano gli sprechi, a distinguere tra auto blu e auto di servizio, a rispettare la “funzione pubblica” di chi eroga servizi, a stigmatizzare chi spreca, malversa, taglia i servizi. E’, soprattutto, da pretendere che Governo e Parlamento non si lascino più spingere dall’onda di campagne di stampa superficiali, al limite del becero, che come si nota nemmeno fanno il solletico ai veri problemi,

E’ da auspicare che si riveda subito, profondamente, l’assetto dei poteri regionali, che si abbandoni il miraggio di un “federalismo” capace solo di far esplodere la spesa pubblica, di limitare i poteri legislativi ed impositivi delle regioni, di riavvicinarle alla popolazione, di verificare l’efficacia, i risultati di immensi enclave all’interno del Paese, ove si creano immensi buchi nei servizi sanitari, alimento costante e continuo dei problemi finanziari di tutti.

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