domenica 28 dicembre 2014

#JobsAct #lavoro #lavoropubblico Incompetenza mortificante e odio sociale #disastro del #Governo

Essere incompetente significa non disporre delle competenze, cioè delle conoscenze specifiche e delle abilità necessarie per svolgere un determinato lavoro o una determinata attività con la perizia richiesta.

Le competenze debbono essere tanto più elevate, quanto maggiore è la perizia con cui svolgere l’attività e delicato il compito da svolgere, specie se i suoi risultati abbiano rilevanti effetti su una collettività.

Ebbene, sulla questione dell’estensione ai dipendenti pubblici delle nuove regole di tutela dei licenziamenti illegittimi, il Governo e la maggioranza hanno dimostrato una non certo invidiabile, quanto diffusa, profonda e imperdonabile incompetenza.

Gli errori commessi dai Ministri Poletti e Madia, nonché dallo staff tecnico del governo, capitanato da Filippo Taddei sono tantissimi.

Il primo è l’errore tecnico. Chi, come il senatore Ichino, ma molti altri giuristi, nota che le norme del JobsAct si estendono necessariamente anche al lavoro privato, non fa altro che ricordare l’operatività di norme di legge, vigenti, di rimando di regole del lavoro privato proprio nell’ambito pubblico. Sono due chiarissimi articolo del d.lgs 165/2001:

articolo 2, comma 2: “I rapporti di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche sono disciplinati dalle disposizioni del capo I, titolo II, del libro V del codice civile e dalle leggi sui rapporti di lavoro subordinato nell'impresa, fatte salve le diverse disposizioni contenute nel presente decreto, che costituiscono disposizioni a carattere imperativo”; è bene precisare che nel corpo del d.lgs 165/2001 non esiste una norma “fatta salva” che deroghi all’articolo 18, come confermato dalla seconda norma che citiamo di seguito;

articolo 51, comma 2: “La legge 20 maggio 1970, n.300, e successive modificazioni ed integrazioni, si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti”.

Non vi è nessun dubbio possibile sulla circostanza che la disciplina dell’articolo 18, comprese le modificazioni ed integrazioni, si applichi al lavoro pubblico per diretta e testuale volontà proprio del testo unico sul rapporto di lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche.

Le pur non assenti tesi contrarie espresse negli anni da alcuni osservatori (non dalla giurisprudenza, piuttosto tetragona nell’applicare l’articolo 18 al lavoro pubblico) scontano tutte il difetto di porsi in contrasto con norme molto chiare e, dunque, di risultare poco persuasive ed eccessivamente barocche.

Il Governo, per voce dei Ministri Madia e Poletti, e la maggioranza, per voce del tecnico Taddei, con le dichiarazioni ed interviste di questi giorni non sono stati minimamente in grado di ribattere sul piano giuridico ai rilievi di Ichino ed altri giuristi e giuslavoristi.

Segno evidente della mancanza di competenza sul tema. Non certo posseduta da Poletti, esperto di cooperazione; non certo da Taddei, economista, ma non titolato in campo di diritto; non certo dalla Madia, che sta in questi mesi acquisendo un’esperienza significativa per mettere a frutto la sua laurea in scienze politiche. D’altra parte, è stata la stessa Madia a dichiarare di mettere in dote la sua “straordinaria inesperienza”, no?

Nessuno dei tre interessati ha dato mostra di conoscere anche solo lontanamente le notevoli arrampicatore sugli specchi offerte dalle teorie favorevoli ad un regime speciale del lavoro pubblico: non le hanno mai citate.

In effetti Taddei ha provato a fornire alcune argomentazioni “tecniche”, che di persuasivo non hanno assolutamente nulla. Sul Corriere del 28 dicembre 2014, afferma: “Bisogna tener conto della specificità della pubblica amministrazione, la cui logica non è gerarchica come nelle aziende che devono massimizzare il profitto. Nella pubblica amministrazione gli obiettivi sono molteplici e la gerarchia molto più orizzontale. I margini di autonomia del dipendente pubblico possono essere diversi”.

Dichiarazioni che confermano come Taddei, di lavoro pubblico e di amministrazione pubblica, abbia solo qualche lontana idea, confusa e sbagliata. Cosa c’entrano la logica gerarchica, gli obiettivi molteplici e i margini di autonomia con le regole di tutela dei licenziamenti? Nulla.

Infatti, la “difesa” dell’idea che la nuova disciplina di tutela dal licenziamento illegittimo non si applichi, non opera sul piano tecnico, ma su quello politico. Sempre Taddei sul Corriere, e anche la Madia su La Stanpa del 28 dicembre 2014, insistono sulla “volontà politica” del Governo di non estendere il JobsAct al lavoro privato.

Un inno vero e proprio all’incompetenza. La volontà politica, dovrebbero sapere titolari di cariche così importante per la vita del Paese, di per sé non è fonte di diritto e di interpretazione, bensì la base sulla quale poggiano le scelte operate con le leggi. Se si ha la “volontà politica” di applicare o non applicare una certa norma ad un certo ambito, essa volontà va tradotta in termini chiari. Poiché esistono le due citate norme del d.lgs 165/2001 che estendono automaticamente al lavoro pubblico le regole di quello privato concernenti le tutele dai licenziamenti, l’unica volontà politica per evitarlo è prevedere un’esclusione espressa ed un regime speciale per i lavoratori pubblici.

In assenza di ciò, il richiamo alla “volontà politica” mostra solo scarsa conoscenza delle regole giuridiche ed anzi il loro disprezzo. Madia e Taddei, insomma, si comportano alla stregua dei tanti, troppi, sindaci, assessori e consiglieri che in comuni, province, regioni, spesso chiedono atti, provvedimenti e scelte totalmente contrari a legge e buon senso, giustificandosi con la “volontà politica”, un taumaturgo utilizzato ad ogni piè sospinto per violare le norme e distruggere il tessuto connettivo del Paese, non di rado dando anche l’opportunità alla criminalità organizzata di approfittarne, come dimostra inconfutabilmente il casso Mafia Capitale.

Gli esponenti del Governo e della maggioranza, dunque, mostrano una totale assenza di argomentazioni tecnico-giuridiche, probabilmente in questo sorretti dalla coorte di consiglieri e tecnici cooptati, i quali, ovviamente, si guardano bene dal contraddirli o suggerire loro prudenza o, comunque, evidenziare la realtà.

La cooptazione di dirigenti e componenti di staff, che beneficiati di posti ben remunerati senza nemmeno dover fare un concorso, si mostrano indulgenti e disponibili a considerare la “volontà politica” superiore a leggi e logica è un problema gravissimo. Non solo per l’offesa alla meritocrazia, ma, soprattutto, per i deleteri effetti che comporta.

Gli errori commessi dagli esponenti del Governo, sul tema del JobsAct nel lavoro pubblico sono tanto più imperdonabili, perché dimostrano che non sono nemmeno capaci di fare tesoro dell’esperienza passata. Solo due anni fa la riforma dell’articolo 18 operata dal Governo Monti scatenò la stessa ridda di polemiche, in merito alla sua estensibilità al lavoro pubblico.

Chiunque avesse avuto memoria, buon senso e capacità di normare chiudendo il cerchio dell’ambito al quale si deve riferire la norma, avrebbe dovuto tenere conto di tutto ciò e fornire subito una risposta normativa al problema, non lasciandola all’inesistente forza giuridica della “volontà politica” o alle dichiarazioni sui giornali, che, come fonte, valgono quanto la “volontà politica”, cioè nulla.

Purtroppo, l’incompetenza si paga anche con l’incapacità di tessere una strategia. Non ci sarebbe voluto molto ad impostare la questione in modo da prendere atto che le disposizioni del JobsAct si estendono anche al lavoro pubblico, riservandosi, tuttavia, col disegno di legge di riforma del lavoro pubblico, di chiarire i punti particolari che, comunque, distinguono il lavoro pubblico da quello privato. Ma non per disapplicare il JobsAct, sibbene per affrontare alcune questioni, come:

  1. a) l’eventuale responsabilità erariale connessa ad un licenziamento giudicato illegittimo che faccia scattare l’indennità a beneficio del lavoratore pubblico;

  2. b) la necessità di ricollocare un dipendente pubblico licenziato, nuovamente per concorso;

  3. c) le modalità di estensione del contratto di ricollocazione;

  4. d) l’adeguatezza del sistema di tutela del dipendente pubblico licenziato;

  5. e) la capacità delle finanze pubbliche di assorbire i costi delle indennità;

  6. f) l’adeguatezza della giurisdizione del giudice del lavoro o l’opportunità di riassegnare tale giurisdizione ai Tar o attribuirla alla Corte dei conti, date le correlazioni con la finanza pubblica.


L’assenza di strategia porta alla situazione di questi giorni: Governo che mostra di essere spaccato al suo interno e influenzato da posizioni ed interpretazioni da considerare, con la massima benevolenza, improvvisate e incaute.

Non solo. La “volontà politica” di segnare una distinzione sulle tutele nel lavoro tra dipendenti pubblici e privati rende un pessimo servizio alle istituzioni ed ai lavoratori pubblici. E’ tutto il contrario di un favore nei loro confronti, perché, basta leggere i socialnetworks o i commenti agli articoli on line dei giornali, si sta fomentando l’odio sociale contro i lavoratori pubblici. Dopo le campagne di odio attivate dagli stessi governi (ricordiamo le intemerate di Brunetta contro i fannulloni, e le stesse filippiche di Ichino sempre sui fannulloni), la tolleranza verso chi è visto come un “privilegiato” da parte dei cittadini è bassissima. I dipendenti pubblici sono tacciati di non lavorare, di rubare gli stipendi, di essere mantenuti da un tessuto produttivo che produce e viene da loro vessato e boicottato. Tutte esagerazioni o vere e proprie falsità, da sempre, tuttavia, vellicate da Ministri ed esponenti del Governo, prontissimi a sfoderare l’arma del populismo per avere consenso, anche se ciò mini alle basi il rispetto delle istituzioni e di chi operi al loro servizio.

Nel Paese composto da persone che per 1500 anni sono state asservite a dominazioni straniere e che hanno per ciò stesso una diffidenza innata nei confronti di tutto ciò che è Stato, considerato inconsciamente come produttore solo di soprusi, vessazioni ed angherie, spiattellare sui giornali una polemica assurda sull’applicabilità del Jobsact al lavoro pubblico da anni “privatizzato”, non può che sortire l’effetto di esacerbare ulteriormente gli animi e l’ostilità, fino al disprezzo, dei lavoratori privati “non tutelati”, nei confronti dei lavoratori pubblici.

E il tutto odora dello stantio tanfo di captatio benevolentiae a basso prezzo, cioè del tentativo da parte del Governo di tenersi buoni quei 3,1 milioni di lavoratori pubblici, che sa essere parte rilevantissima del bacino di voti che ne costituisce il consenso.

E se anche il Governo decidesse di tradurre la “volontà politica” in norma, prevedendo, dunque, un’esclusione espressa dell’estensione del JobsAct al lavoro pubblico, così affrontando e risolvendo correttamente la questione sul piano tecnico, commetterebbe un imperdonabile errore di strategia. Dovrebbe, infatti, spiegare perché la diversità di un trattamento, che alla fine si mostrerebbe anche lesivo dell’articolo 3 della Costituzione e fonte di un conflitto sociale senza precedenti.

Il tutto discende anche dall’incapacità di valutare bene se valesse davvero la pena affrontare in questi termini e con tanta veemenza polemica la questione. Il Governo non può non sapere che i casi di licenziamento individuale, per giustificato motivo oggettivo, soggettivo e per giusta causa, nel lavoro pubblico non sono molto frequenti. Sicchè, l’estensione del JobsAct, almeno oggi, almeno così stando le cose, non poteva rappresentare nemmeno statisticamente un problema rilevante.

Errori di comunicazione, di valutazione tecnica, di redazione delle norme, di esperienza, di competenza si sono sommati. A conferma di una situazione giuridica e sociale che richiede un cambiamento di verso molto, ma molto, più profondo e in direzione difforme da quella presa.

2 commenti:

  1. […] segnala un articolo da un blog che dà ragione a Ichino sulla […]

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  2. ......è vero come dipendente pubblica sono stanca ed arrabbiata di essere dipinta come una fannullona...ho sempre lavorato e tanto servendo lo stato ed i cittadini. Lavoro in un Centro per l'Impiego sempre presi di mira ma se negli ultimi anni non ci fossimo stati noi a sorreggere,ascoltare,guidare e informare chi ha perso il lavoro o i giovani al primo inserimento non ci sarebbe stato nessun referente sul territorio. Come ufficio è aperto a tutti e ogni individuo può usufruire liberamente dei nostri servizi che non riguardano solo domanda/offerta ma sono tanti altri che nessuno si prende la briga di spiegare.Avrei mille cose da dire...anche riguardo l'incertezza del momento .Nel nostro ufficio che ricopre 22 comuni siamo solo in 4 operatori ad affrontare ogni giorno disperazione,mancate certezze legislative,prepotenze dagli esasperati...no non sono fannullona proprio per niente

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