martedì 27 settembre 2016

Nel Paese della produttività bassissima si vaneggia dell’aumento orario nel pubblico impiego



Prende sempre più piede l’ipotesi bislacca, avanzata da alcuni sindacati, di ottenere aumenti salariali nella PA a fronte dell’aumento dell’orario di lavoro settimanale da 36 a 38 ore.

Su Italia Oggi del 27 settembre, da ultimo, è Massimo Battaglia, segretario generale Confsal-Unsa a rilanciare l’idea: “I costi della proposta sarebbero finanziati in parte da risorse già utilizzate, cioè la spesa per compensi da lavoro straordinario che a oggi per l’intera P.A. ammonta a circa 2,5 miliardi di euro, e in parte da una migliore organizzazione del lavoro. Il modello avrebbe il pregio di cointeressare tutti i lavoratori con un incremento stabile delle retribuzioni, le amministrazioni con una migliore organizzazione degli uffici attraverso una maggiore disponibilità di tempo/uomo e il sistema economico, con aumento della produttività di settore, e i cittadini con più servizi”.
Dunque, l’intuizione sarebbe, sostanzialmente, rendere stabile il lavoro straordinario, sul presupposto che un aumento delle ore di lavoro determinerebbe simmetricamente un aumento della produttività.
Come sempre accade, purtroppo, si parla di produttività senza sapere esattamente cosa significhi. Eppure è molto semplice: è la capacità di incrementare il prodotto nella medesima unità di tempo: invece che 10 bottoni in un’ora, 12 bottoni, sempre in un’ora. Se per produrre 12 bottoni, si sta un’ora e 12 minuti, non aumenta per nulla la produttività: aumenta solo l’orario e la produzione, ma il livello di produttività resta assolutamente invariato.
Da sempre per il lavoro pubblico si vaneggia di produttività, confondendola con un aumento delle ore/lavoro, che produce, invece, l’effetto esattamente opposto: la diminuzione della produttività, specie se tale incremento di fatto finisse per essere la stabilizzazione dello straordinario, che porta con sé il pericolo di un incremento di spesa ben superiore a quello teorizzato, perché comunque gli straordinari verrebbero fatti anche oltre le 38 ore.
Che la produttività nel lavoro pubblico sia da sempre un vaniloquio Lo ha scritto a chiarissime lettere e da tempo la Corte dei conti (Sezioni Riunite in sede di controllo, Relazione 2011 sul costo del lavoro pubblico, cap. 6, par. 5): “È notorio quanto la valutazione della produttività del settore pubblico sia oggetto di continui studi ed approfondimenti, allo scopo di individuarne una o più chiavi di lettura che rendano, quanto più possibile, oggettivi e condivisi i relativi indicatori. Appare tuttavia opportuno rilevare, visti i numerosi rapporti che intercorrono tra settore pubblico e privato, come sia più che plausibile ipotizzare un’influenza reciproca sul livello di produttività e, in ultima analisi, di entrambe sulla competitività del sistema. A tal scopo la seguente figura 9 26 […] evidenzia come si sono evoluti, negli ultimi dieci anni, gli indicatori macroeconomici della produttività e della competitività, quest’ultima letta attraverso il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) 27 […], entrambi misurati sul PIL, come indicati nei documenti di programmazione economica e finanziaria. I dati del DEF 2011-2014 confermano la situazione di difficoltà: per il 2010 la produttività viene stimata in lieve ripresa ma sono previsti un calo della stessa nel 2011 (0,6%) ed una sostanziale invarianza del CLUP. Da simili informazioni tuttavia non si evince il peso che il livello di produttività del settore pubblico possa avere nell’influenzare l’andamento di tali indicatori. Rimane tuttavia l’ipotesi che un forte impulso positivo al sistema Italia possa essere dato proprio dalla produttività del settore pubblico, una volta noti gli elementi cardine per la sua, non solo misurazione, ma soprattutto valorizzazione e promozione”.
Insomma, il costo del lavoro per unità di prodotto nella pubblica amministrazione non è conosciuto, nemmeno alla Corte dei conti e, difatti, si continua a girare intorno alla “produttività” ed ai sistemi di “valutazione”, senza mai cavare il ragno dal buco, giungendo alle evanescenti indicazioni che forniscono Aran e Corte dei conti, a proposito di salario di produttività, sui famosi “obiettivi sfidanti”: un parlare per aggettivi e definizioni astratte e inutili, che non hanno capacità alcuna di indicare esattamente quale valore aggiunto di produttività poter considerare ai fini della valutazione.
La proposta di ridurre la produttività ad un mero incremento orario appare quanto mai bislacca e frutto di una concezione quanto mai asfittica dell’organizzazione del lavoro. Specie in un’epoca come quella attuale, nella quale i servizi sempre più si orienteranno verso il lavoro “agile”, nel quale la misurazione della permanenza del lavoratore “alla macchina”, dentro al locale del datore, nella “metrica” assumerà sempre meno rilevanza. Lo si è visto con le banche, lo si tocca con mano con i servizi commerciali e di logistica on line. Moltissime attività non necessitano più della presenza materiale dell’addetto in un luogo fisico, nel quale erogarle utilizzando certi mezzi, certi strumenti in predefiniti tempi di lavoro. Nella pubblica amministrazione questo potrebbe valere molto presto per servizi amministrativi, come registrazioni di fatture, protocollo, messa a disposizione di informazioni e certificazioni: i sistemi di scambio dati on line, come la fatturazione elettronica, il domicilio digitale e la pec non potranno che condurre ad un’impostazione del lavoro totalmente diversa, nell’ambito della quale conterà il saper valutare medie produttive (quante registrazioni compiere in un’unità di tempo dilatata e senza confini logistici: una giornata) e non più determinare la produzione in relazione a quanto tempo il datore vincola il lavoratore a destinare il proprio tempo di lavoro nella permanenza in un certo luogo.
E’ come nella metafora del “bravo” barista. Chi è davvero bravo? Quello che prepara 100 caffè e li mette sul bancone, ma magari senza clienti? Oppure quello che vende 100 caffè ad altrettanti avventori?
Ai fini della produttività può anche essere utile misurare se il barista invece che 100 caffè ne metta sul bancone 110, se lavora un’ora in più; ma se quei 110 caffè sono invenduti, l’aumento di produzione ed orario (e stipendiale) non servirebbe davvero a nulla.

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