mercoledì 26 giugno 2013

"Rilancio" dell'occupazione: misure insufficienti e sbagliate #lavoro #Governo

Il Governo col decreto per il “rilancio” dell’occupazione dimostra di essere totalmente fuori strada.

Il provvedimento, propagandato come strumento per dare una scossa all’occupazione si mostra poco più di un intervento assistenzialistico, che col rilancio dell’occupazione, ma soprattutto dell’economia, ha poco a che vedere.

Il Governo mostra di essere ancora vittima dell’illusione che il lavoro si possa creare “per decreto”, mediante norme che regolano i rapporti di lavoro o i sistemi di incontro domanda/offerta, invece che agendo sugli indicatori economici. Il lavoro si crea non con norme, ma con investimenti e condizioni che li favoriscono: regole chiare, certe, rigorose, accessibilità al credito, riduzione delle tasse sul lavoro e la produzione, flessibilità ma senza dumping salariale.

Invece, il decreto parte dall’erroneo presupposto secondo il quale per agevolare la decisione di un’impresa di assumere i lavoratori, sia necessario incentivare l’assunzione. Semplificando, lo Stato, utilizzando risorse pubbliche, “paga” parte dei costi connessi a nuove assunzioni.

Non si vuole prendere atto che un’impresa assume non perché possa accedere ad un incentivo, ma a condizione di poter trovare profitto dall’attività che svolge, insomma se ha spazio di operare nel mercato e di ottenere ricavi e guadagni.

Se incentivi o sgravi fossero le uniche o prevalenti leve per indurre le aziende ad assumere, allora non si spiegherebbe l’uso bassissimo del contratto di apprendistato.

Incentivi e sgravi possono funzionare certamente in periodi di espansione economica, e non di crisi, ma allo scopo di colmare il gap che determinate categorie di lavoratori hanno nei confronti di altre più spendibili nel mercato, oppure di favorire un rapido reinserimento lavorativo di lavoratori percettori di ammortizzatori sociali, per ridurre il connesso esborso di risorse pubbliche.

D’altra parte, l’effetto “mediatico” del provvedimento del Governo è di molto maggiore rispetto alla concreta efficacia, condizionata inevitabilmente dall’esiguità delle risorse a disposizione, circa un miliardo e 300 milioni.

La somma, pur importante in termini assoluti, è talmente bassa in termini relativi, da consentire di agevolare 200.000 assunzioni di giovani. Una cifra importante, ma i giovani tra i 15 e i 29 anni sono circa 9,4 milioni e di questi quelli che non lavorano, né studiano 2,5 milioni.

Talmente vero è che le risorse destinate dal Governo ed il numero dei disoccupati che può beneficiarne sono una goccia nel mare, che aiuta ma non risolve il problema, che il decreto restringe all’inverosimile i requisiti soggettivi dei lavoratori per i quali le aziende possono beneficiare degli sgravi. Infatti occorre che i giovani:

a) siano privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi;

b) siano privi di un diploma di scuola media superiore o professionale;

c) vivano soli con una o più persone a carico.

Si comprende come si sia al limite dell’intervento sociale. Il che aumenta all’inverosimile il rischio che un’azienda decida di acquisire lavoratori con queste caratteristiche soggettive al puro scopo di incrementare la propria forza lavoro per il solo periodo coperto dallo sgravio, per interrompere il rapporto subito dopo.

Tra l’altro, sul piano strettamente operativo, risulta estremamente complesso acquisire contezza del possesso della griglia di requisiti richiesta dalla legge. I servizi pubblici per il lavoro possono attestare che un lavoratore sia disoccupato da almeno sei mesi, ma non entrare nel dettaglio della regolare retribuzione; questo tipo di informazione, allora, occorrerebbe acquisirlo dall’Inps, se ne dispone. Ma, oltre a doversi rivolgere ai centri per l’impiego delle province e all’Inps, occorre anche verificare con i soggetti competenti a certificare la posizione scolastica: a seconda della normativa regionale, possono essere le stesse province, invece che le regioni o gli uffici periferici dello Stato competenti in tema di istruzione. Infine, per verificare l’ultimo requisito, il datore di lavoro deve acquisire l’informazione dal comune. Dunque, occorre rivolgersi a non meno di 4 diverse amministrazioni, solo per verificare l’effettivo possesso dei requisiti, ai fini dello sgravio. Eppure, solo pochi giorni prima del decreto di rilancio dell’occupazione, il Governo ha approvato il decreto sulle “semplificazioni”.

In ogni caso, i requisiti sono così restrittivi proprio per selezionare a monte i pochi giovani disoccupati coinvolgibili.

Il rischio è che le poche risorse restino comunque inutilizzate, vista la poca attrattività oggettiva dell’incentivo e, soprattutto, considerando che il decreto nulla prevede di concreto per il rilancio dell’economia, vero presupposto per un incremento reale dell’occupazione.

Non pare che possano dare maggiore impulso alla crescita occupazionale le flessibilizzazioni al lavoro a tempo determinato, derivanti soprattutto dalla riduzione (opportuna) delle pause tra un rinnovo e l’altro.

Puro assistenzialismo da anni ’70 è il finanziamento di 2 milioni agli enti del comparto Stato, finalizzato a finanziare borse per tirocini formativi. E’ giusto dirlo chiaramente: i tirocini formativi presso la pubblica amministrazione, salvo pochi casi, non sono utili a formare professionalità spendibili nel mercato del lavoro, ma solo nel ristretto ambito pubblico. Ma, poiché agli impieghi pubblici si accede solo per concorso, i tirocini formativi di questa natura appaiono solo fine a se stessi, un sussidio “mascherato”. E, ancora una volta, tutto si crea tranne che lavoro.

Forse, meglio sarebbe stato pensare di utilizzare il miliardo e 300 milioni per la creazione di fondi di garanzia alle aziende che si rivolgono alle banche per chiedere prestiti finalizzati ad investimenti o, comunque, al mantenimento di posizioni di mercato o per ottenere anticipazioni su crediti. In questo modo, le aziende invece di chiudere potrebbero espandere la produzione e pensare davvero di assumere. Questo sembra il sistema, in fase di crisi, per incentivare davvero con efficacia, le assunzioni

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