Canto del cigno per Roger Federer all’edizione 2013 di Wimbledon. Interrompendo una striscia di 36 quarti di finale consecutivamente raggiunti in uno slam da quel lontano Wibledon 2003 ove trionfò la prima volta, esce al secondo turno. Battuto, teoricamente a sorpresa, dal n. 116 del mondo Stakhovsky.
In realtà, la sorpresa è molto relativa. In primo luogo, perché l’ucraino, che ha sfoderato un tennis da “erbivoro” vecchia maniera, alla Stich, ha giocato davvero molto bene e, nel frangente, sicuramente molto meglio dello svizzero. La sconfitta, dunque, di fronte ad un giocatore, sia pure di classifica inferiore, ma molto adatto ai campi in erba ed in giornata sicuramente di grazia, può prendersi in considerazione.
La sorpresa, tuttavia, si può dire non esservi, per la semplice circostanza che Federer ha, dal canto suo, giocato sicuramente non ai suoi livelli, ma nemmeno al livello di un top 10. Possiamo affermare, anzi, che, considerando che lui è Federer, lo svizzero ha giocato decisamente male: moltissime steccate di dritto e rovescio, risposta stentatissima, spostamenti laterali difficoltosi, specie a destra. E poi, attitudine alla pressione e all’attacco sostanzialmente inesistente, atteggiamento passivo, schemi inadeguati contro il tennis brillante dell’ucraino.
Ma, questo è esattamente il tipo di tennis che lo svizzero mette in mostra dall’inizio del 2013, forse escludendo in parte le prestazioni a Melbourne.
Non è un caso che proprio dagli AO Federer non abbia più battuto un top 10 (sconfitto 2 volte da Nadal, 1 da Berdych, 1 da Tsonga) ed abbia perso da avversari ai quali in passato non avrebbe concesso “confidenza”, come Nishikori e Benneteau. E tutte le volte che ha perso, ha giocato esattamente in questo modo: passivo, lento, svogliato, esaltando l’avversario, portandolo a crederci sempre più.
La sconfitta-episodio, specie se giunge dopo 36 quarti di finale consecutivi, può sempre starci, come dimostra l’uscita al primo turno di Nadal. Ma, questa con Stakhovsky non è più un episodio. Dalla vittoria di Cincinnati 2012, lo svizzero ha centrato solo 4 finali (Basilea, Masters, Roma ed Halle), perdendone 3 e vincendo solo in Germania, per altro giocando piuttosto male con Youzhny, che a differenza di Stakhovsky non è stato capace di approfittare di un Federe molto dimesso, forse perché psicologicamente frustrato dalle 14 sconfitte che aveva già subito.
Invece, l’ucraino, libero da simile peso, ha giocato sciolto, perfetto al servizio, mettendo a nudo i tre elementi che portano a ritenere non tanto che la carriera di Federer sia finita, quanto che lo svizzero non abbia più serie possibilità di grandi vittorie nei Major: lentezza ed inadeguatezza della risposta; servizio ancora preciso, ma non incisivo come un tempo; soprattutto, il dritto a sventaglio dal lato sinistro, ma il dritto in generale, molto meno veloce di un tempo, meno preciso, meno forte.
L’età ormai è quella che è. 32 anni ad agosto. Una perdita di velocità e forza è naturale. L’ha subita Roddick un po’ prima ed essendo più legato a servizio e dritto di Federer, ha mollato anche prima. La sta subendo anche Federer, che, ormai, è alla portata di ogni avversario tra i primi 150, qualsiasi sia la sua classifica.
Questo non significa che lo svizzero perderà ogni partita. Ma, sicuramente, a meno di non trovare la settimana magica, Federer avrà sempre maggiori difficoltà a concludere con percorso netto un torneo. Anche perché, oltre ad aver perso velocità ed efficacia di servizio e dritto e lucidità tattica, ha anche smarrito l’aura di imbattibilità che lo ammantava. Gli avversari sanno di potersela giocare.
Certo, ha avuto malanni alla schiena. Ma, altrettanto indubbiamente, quest’anno ha sbagliato la preparazione a conferma che il sodalizio con Annacone (il ritorno al n. 1, 2 Masters e 1 Wimbledon) non ha prodotto i risultati sperati.
Lo svizzero dovrà, se vuole continuare, rassegnarsi a cambiare e di molto il modo di interpretare se stesso. E’ destinato ad uscire dai primi 4 in classifica. Dovrà cominciare ad abituarsi a vedersi come un “vecchio” del tennis col ruolo non più di favorito d’obbligo, bensì di mina vagante, specie quando la classifica lo destinerà ad incontrare i primi 4 ai quarti.
Forse, liberato dalla pressione potrebbe riuscire, come Sampras, ad inanellare un ultimo Slam, se aiutato dalle circostanze e dal grande spirito del tennis.
Con Wimbledon 2013, tuttavia, sicuramente il tennis giunge ad una svolta. Un grande protagonista passa la mano o è in procinto di farlo. Il fatto è che non si vede ancora all’orizzonte qualcuno che possa aprire una nuova era, al di fuori di Nadal, Djokovic e Murray.

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