sabato 16 dicembre 2017

Rinnovo dei contratti collettivi: serve alla produttività o alla campagna elettorale?


Lo scopo della contrattazione collettiva dovrebbe essere ovvio: connettere eventuali incrementi contrattuali ad elementi di maggiore produttività del lavoro, oltre che a fini di adeguamento del costo della vita.

La domanda posta nel titolo del presente lavoro, dunque, contiene in sé per implicito la risposta. O, meglio, si tratta solo di una domanda retorica: certo che il rinnovo dei contratti collettivi è finalizzato alla maggiore produttività, non può esservi dubbio. In astratto, però.
Il fatto è che, nel concreto, la stagione contrattuale riapertasi in questi mesi, dopo circa 9 anni di stasi, a tutto è finalizzata, tranne che alla commisurazione di incrementi economici a maggiore produttività. E la sensazione è che si tratti di una stagione contrattuale molto chiaramente finalizzata alla campagna elettorale.
Il Sole 24 ore del 16 dicembre 2017, sul punto, non potrebbe essere più chiaro con l’articolo a firma di Gianni Trovati “Nel contratto statali aumenti <>”. Leggiamo le considerazioni del giornalista: “Il governo in passato aveva lanciato in più di un'occasione l'idea di concentrare i ritocchi sulle buste paga più basse, secondo il meccanismo della «piramide rovesciata»; ma i tempi stretti per la firma, e la pressione sindacale per una distribuzione più lineare, potrebbero portare nei fatti a una soluzione più classica, modificando in modo sostanzialmente analogo i tabellari di tutti. La firma pre-natalizia del resto è essenziale sia per il governo sia per i sindacati, perché serve a portare gli aumenti nelle buste paga di marzo: periodo di elezioni politiche e di rinnovi delle Rsu del pubblico impiego”.
Più chiara la situazione non potrebbe essere. In sostanza, pur di giungere alla sottoscrizione della preintesa contrattuale entro natale, necessaria perché le Sezioni Riunite della Corte dei conti diano il benestare alla sottoscrizione definitiva (ci vogliono circa due mesi in tutto), è evidente che Palazzo Vidoni ha dato queste indicazioni:
1) fare presto, anche senza andare troppo per il sottile nella ricerca di regolare gli istituti nuovi, anche quelli introdotti dalla riforma Madia; infatti, non si ha traccia alcuna che la contrattazione in atto stia trattando del tema dei criteri per determinare la differenziazione delle valutazioni, al posto delle abolite “fasce” di Brunetta, argomento che sarebbe una fonte certa di contrasti tra Aran e sindacati;
2) rinunciare ad immaginare un sistema di distribuzione degli 85 euro lordi medi di aumento, in modo che gli incrementi risultino maggiori per i trattamenti economici più bassi e minori per quelli più elevati: non si riesce a trovare, nella fretta, l’algoritmo di calcolo che possa soddisfare.
E’ certamente possibile osservare che il Governo, proprio perché la contrattazione è ferma da quasi un decennio e una sentenza della Corte costituzionale, la 178/2015, ha imposto di sbloccare il suo congelamento, ha non pochi motivi a rivendicare lo sblocco, per provare a godere del “dividendo elettorale” che da questo potrebbe derivare.
C’è, tuttavia, qualcosa che non quadra, sul piano strettamente amministrativo e gestionale. Se è ovvio che l’azione di governo oltre a perseguire gli interessi generali punti anche alla formazione o quanto meno conservazione del consenso, tuttavia la stipulazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro non dovrebbe considerarsi finalizzata esclusivamente alla campagna elettorale. Non perché ciò sia da considerare in alcun modo disdicevole sul piano etico o morale. Ma, per la semplicissima ragione che mediante la contrattazione si fa politica economica.
Il riconoscimento di incrementi contrattuali per i circa 3 milioni di dipendenti pubblici determina una spesa complessiva di circa 5 miliardi, cioè quasi l’azzeramento dei tagli alla spesa corrente del personale pubblico, ottenuti in particolare dal 2011 in avanti, grazie proprio al congelamento della contrattazione ed alla multiforme normativa sul tetto alle assunzioni.
Tenendo presente questo punto di vista, considerare una spesa complessiva di 5 miliardi di euro solo come spinta per la campagna elettorale della maggioranza appare quanto meno riduttivo e fuori mira.
Soprattutto, se si considerano, poi, gli strumenti di verifica e controllo. Mai la Corte dei conti, nell’espletare le attività di controllo sui contenuti delle intese per i contratti collettivi nazionali potrebbe, né intenderebbe spingersi a ciò, entrare nel merito delle scelte operative. Potrebbe limitarsi a ritenere sostenibile o meno la spesa: ma, poiché vi sono fonti legislative alla base dei finanziamenti (almeno per i comparti statali), oltre a considerazioni generali la magistratura contabile non andrebbe e, quindi, il visto per la sottoscrizione dovrebbe essere fornito sulla base di valutazioni connesse ad aspetti esclusivamente tecnico-contabili.
Allo stesso modo, il Ministero dell’economia e delle finanze, nel momento in cui le leggi di bilancio che hanno stanziato i fondi per la contrattazione sono state “bollinate”, cioè considerate compatibili con le capacità finanziarie del bilancio dello Stato, non avrebbe modo di evidenziare rilievi di merito e tecnici sulla contrattazione.
Se, tuttavia, fosse un ente locale a solo pensare di provare di stipulare un contratto decentrato con fini prevalentemente elettorali, le cose non andrebbero sicuramente in questo modo. I servizi ispettivi del Mef entrerebbero eccome nel merito delle scelte, evidenziando in vario modo profili di illegittimità per l’evidente carenza di connessione tra risorse contrattuali e fini di produttività. E difficilmente la Corte dei conti, laddove le procure fossero investite delle questioni sollevate in sede di verifiche ispettive, lascerebbero cadere la cosa, senza iniziative per il recupero delle somme.
Ciò che stride, allora, non è tanto la constatazione che la politica persegua il consenso in ogni sua manifestazione, ivi compresa anche la contrattazione.
Non funzionano, semmai, le logiche ed i proclami. E’ difficile far accettare agli organi di governo locali l’impossibilità di utilizzare la leva della contrattazione come politica economica locale finalizzata al consenso di dipendenti e sindacati, se il modello delle relazioni e dei fini della contrattazione proposto a Roma va in senso totalmente contrario. Ed è anche piuttosto incongruo, agli occhi di amministratori ed operatori locali, la disparità sui controlli. Quelli sui contratti decentrati, per altro inopportunamente successivi, si dipanano con una profondità anche nelle valutazioni di merito (si pensi ai ripetuti riferimenti delle ispezioni e dei pareri Aran agli obiettivi da qualificare come “sfidanti”, pena la loro deplorazione) che al livello nazionale, dove le somme in gioco influiscono sull’intera politica economica nazionale, non si conosce. Quelli sui contratti collettivi nazionali finiscono per essere una sorta di atto dovuto, anche laddove le finalità siano manifestamente elettorali.
Il rischio concreto è che l’assenza, a questo punto probabile, nei contratti collettivi di riferimenti chiari a strumenti per la differenziazione delle valutazioni e di metodi per la rilevazione dei risultati, si riverberi poi al livello decentrato, confermando l’estrema difficoltà di disegnare sistemi di valutazione efficienti e semplici, cui collegare in modo chiaro le risorse contrattuali collegate alla produttività.
La contrattazione collettiva nazionale, stando alla riforma Madia, avrebbe l’importantissimo compito di realizzare due razionalizzazioni:
1) quella delle discipline in materia di dotazione ed utilizzo dei fondi destinati alla contrattazione integrativa;
2) quella finalizzata alla graduale convergenza dei trattamenti economici tra i vari comparti anche mediante la differenziata distribuzione, distintamente per il personale dirigenziale e non dirigenziale, delle risorse finanziarie destinate all'incremento dei fondi per la contrattazione integrativa di ciascuna amministrazione.
Nel primo caso, la finalizzazione dei contratti alla sola erogazione in fretta e furia degli 85 euro lascerebbe ancora il caotico sistema di regole, che di per sé genera, poi, gli esiti spessissimo negativi delle ispezioni.
Nel secondo caso, l’assenza della convergenza dei trattamenti economici produce un paradosso: infatti, il comma 3, dell’articolo 23 del d.lgs 75/2017 prevede la fissazione del tetto del costo complessivo della contrattazione decentrata al 2016, finché appunto non si armonizzino i trattamenti contrattuali dei vari comparti.

Dunque, una contrattazione collettiva solo “elettorale” che manchi gli obiettivi fondamentali posti proprio dalla norma che la sblocca, la riforma Madia, finisce per riprodurre sine die il sistema di congelamento della contrattazione decentrata, attivato per la prima volta nel 2010, all’indomani dell’epifania della conclamata crisi economica.

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