domenica 11 marzo 2018

Quell’ordinaria amministrazione che si attende da anni


Tra le varie ipotesi di soluzione al rebus post elettorale una, secondo molti osservatori, appare possibile: la prosecuzione dell’attuale Governo per lo svolgimento di compiti di ordinaria amministrazione, mentre si traghetta il Paese o verso nuove elezioni o verso la soluzione del rebus.

L’espressione “ordinaria amministrazione” manca nel lessico politico ma molto, troppo tempo. Sono ormai decine di anni che, regolarmente, si parla di “cambiamento” e di “riforme” immancabilmente “strutturali” e molto spesso anche “epocali”. E di conseguenza si è dato vita ad una corsa senza sosta, senza fiato, spesso senza la dovuta riflessione, a riforme che si inseguono, si doppiano, si avviluppano, si riformano nuovamente, con un moto perpetuo, ma disordinato identico a quello di certe fosse di serpenti.
Si tratta della “riformite”, la compulsione a produrre in continuazione “riforme”, per altro spesso dettate dall’urgenza e scritte con urgenza, passando per decreti legge convertiti a seguito di proposizioni di voti di fiducia, oppure per deleghe legislative conferite in fretta e furia dal Parlamento al Governo, che poi sta anni per attuarle e produce i decreti legislativi regolarmente allo scadere della delega, saltando passaggi, ignorando pareri del Consiglio di stato, scrivendo in modo altrettanto raffazzonato contenuti che finiscono per rendere ogni riforma più difficoltosa, complicata, meno efficace e più costosa (se non in termini finanziari, quanto meno per la maggiore complessità) della precedente.
Allora una “ordinaria amministrazione”, a fronte di decenni di questo modo di produrre riforme spesso controproducenti, sarebbe, forse, il modo per ripensare profondamente il ruolo ed i compiti di Parlamento, Governo e pubblica amministrazione (riducendo a questo ambito le riflessioni che qui si propongono).
Il Governo, da troppo tempo, ha assunto un ruolo di promotore e gestore del processo legislativo. Il Parlamento, di conseguenza, si è trasformato in un convertitore di decreti legge o un produttore di deleghe al Governo.
Ciò, lungi dal rallentare la produzione delle norme (uno dei grandi equivoci della mancata riforma della Costituzione), l’accelera, con deleterie conseguenze. Il Parlamento di fatto si priva del suo ruolo, mentre il Governo vi supplisce, ma, intento più a produrre norme che misure necessarie per attuarle, lascia spazi operativi ed interpretativi oscuri ed aperti, poi, ad interventi surrogatori di mille soggetti: authorities, sezioni regionali della Corte dei conti, Aran, agenzie. Talmente ampio ed insostenibile è l’operato normativo, che il Governo ha finito anche per “subappaltarlo”, come dimostra la soft law concessa all’Anac, dotata, mediante le Linee Guida, di un vero e proprio potere normativo di terzo grado, non previsto dalla Costituzione, che modifica ed integra le regole normative, ma spesso sulla base di mere posizioni interpretative che non sempre convincono la giurisprudenza. Così, sentenze contraddittorie con le regole interpretative adottate dagli enti che si insinuano negli spazi vuoti lasciati dal Governo, rendono ancora “straordinaria” un’amministrazione che, di fatto, è sostanzialmente caotica.
Certo, bisogna intendersi. Un’ordinaria amministrazione sarebbe davvero utile non solo se capace di sospendere (meglio sarebbe, porre fine) questa coazione a produrre leggi e norme senza ponderazione, ma soprattutto se sapesse proprio mettere “ordine” al caos.
Pochi esempi. Il codice dei contratti è, probabilmente, uno dei simboli più chiari della sciagurata “riformite”: ha bloccato gli appalti, ha reso le procedure più complicate, entra in dettagli operativi che dovrebbero essere regolati dalle singole stazioni, cede spazi di regolazione alla soft law creando ulteriori situazioni di incertezza, è già stato modificato in modo ampio due volte ed ancora non ha trovato il suo assetto, il suo scopo, la sua utilità.
Un’ordinaria amministrazione potrebbe essere la sede per intervenire. Un’ordinaria amministrazione non attenta alla necessità di lanciare nei media il carattere “epocale” di una riforma potrebbe partire dall’esperienza, leggasi contrasti interpretativi tra Anac e giurisprudenza e tra la stessa giurisprudenza, per inserire tasselli chiari: sul deleterio principio di rotazione negli inviti, sul ruolo del responsabile unico del procedimento, sulla corretta percentuale del subappalto, sulla questione incredibilmente lasciata ancora aperta dalla lobby degli avvocati connessa all’attrazione degli incarichi ai legali nell’alveo della concorrenza, sulla composizione delle commissioni di gara (abbandonando il sistema bizantino previsto dal codice, che farà perdere mesi solo per nominare le commissioni), sulla forma dei contratti, sulle regole per la compartecipazione pubblica alle concessioni.
Perché il ruolo di un’amministrazione, specie se ordinaria, è quello di una “manutenzione ordinaria”: non si demolisce l’edificio, ma si consente alle porte di aprirsi senza cigolare, ai rubinetti di far scendere l’acqua calda, all’impianto elettrico di rispondere ai comandi, eliminando i guasti, i rallentamenti, le disfunzioni.
Un’amministrazione ordinaria, di per sé slegata alle impellenze della rielezione, potrebbe e soprattutto dovrebbe intervenire per dirimere una volta per tutte i contrasti interpretativi, specie quelle che inquinano la gestione di ogni giorno. Come, ad esempio, l’incredibile storia della riconduzione degli incentivi per le funzioni tecniche degli appalti nel tetto delle risorse contrattuali decentrate, cosa che ha bloccato moltissimi contratti decentrati e si presenta come impedimento a corrette relazioni sindacali proprio mentre si è riaperta la stagione contrattuale. Oppure, gli incredibili contrasti tra Corte dei conti e giudici del lavoro sull’erogazione dei diritti di rogito ai segretari comunali di qualifica A e B negli enti privi di dirigenza.
Per la pubblica amministrazione un periodo di moratoria all’iperlegislazione, alla “riformite” ed ai contrasti sarebbe, questa sì, una occasione “epocale” da non perdere, nel tentativo di riordinare competenze, funzioni, ruoli, azioni.
E’ chiaro che questo si svela più che un programma operativo di un Governo della durata di pochi mesi, un vasto programma di legislatura e forse addirittura di più legislature. La realtà rivelerà, molto probabilmente, che l’ordinaria amministrazione sarà solo un breve segmento fin troppo connesso ai fini della politica e che le esigenze di pulizia, limatura, grassatura, consolidamento e correzione verranno messe da parte non appena le Istituzioni saranno insediate nei loro pieni poteri.

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