domenica 22 aprile 2018

Politiche del lavoro tra pulizia dei cessi e allievi maleducati degli istituti tecnici

Le infelici uscite di Silvio Berlusconi e Michele Serra, per quanto ovviamente frutto di ragionamenti del tutto individuali, appaiono però l'emblema di un certo modo di concepire il  lavoro da parte dell'establishment dell'intellighenzia.

Non si tratta, dunque, di boutade o semplici "provocazioni", ma di un modo di concepire il lavoro e lo studio da parte di chi dispone di influenze fortissime per determinare le politiche. Berlusconi è da anni, con ruoli di maggiore o minore spicco, al vertice della politica e le politiche del lavoro le ha materialmente condotte o condizionate; Serra è un opinionista particolarmente influente della borghesia medi alta, se non alta-altissima, che si riconosce in una sinistra molto più di nome che per idee, visione della società e politiche proposte.
Le infelici uscite, dunque, svelano una concezione del lavoro che finisce necessariamente per riverberarsi nelle scelte concrete di politica.
Il disoccupato è visto non come una persona che transita, come normalmente avviene in ogni mercato, da un lavoro all'altro, da un'opportunità all'altra, in relazione a ciò che può offrire in termini di proprie competenze ed esperienze, flessibilità territoriale, disponibilità all'aggiornamento, bensì come una persona che tendenzialmente non lavora perchè non vuole lavorare, in quanto "sfigata" o "fannullona" e, comunque, in una posizione sociale irredimibile. La disoccupazione è vista come una colpa, per l'incapacità di "fare impresa" o di contentarsi anche di "lavoretti".
Salvo, poi, fare ironia su chi i lavoretti li fa davvero, per considerarli inadeguati a trovare un "lavoro vero" o incapaci di votare in modo corretto, spinti da invidia sociale ed ignoranza, dovute proprio alla condizione di disoccupati.
Il politico/imprenditore che considera vulnerata la democrazia perchè composta anche da forze politiche rappresentative dei disoccupati, ai quali non offrirebbe nemmeno un lavoro per pulire i cessi svela la concezione ancora oggi paternalistica del lavoro, troppo diffusa in particolare tra i decisori: il datore è ancora concepito come un "padrone" che dà lavoro non per far crescere l'impresa, ma per esercitare un potere o fare un favore, sì che nei confronti di disoccupati che non sanno nemmeno votare perfino il "favore" di far pulire i cessi non è considerato.
Per altro verso, l'equazione secondo la quale il bullismo s scuola è figlio soprattutto della segregazione sociale, per la quale nei licei, frequentati dalla borghesia "bene" si trovano solo allievi educati e destinati all'università e alle professioni nobili, mentre inevitabilmente nelle periferie si possono individuare solo figli di famiglie rozze, ignoranti, nelle quali magari sono presenti quei disoccupati che non sanno votare ai quali non è da garantire nemmeno la pulizia dei cessi, svela un'altra concezione troppo radicata. La scuola e, comunque, l'insegnamento, deve davvero insegnare metodi, apprendimento, e dare cultura solo a quei selezionati che, da ben educati, frequentino i licei del centro. Ciò che si insegna negli istituti professionali o, peggio, nei centri di formazione professionale è una cultura di serie B per ragazzi socialmente ineducati e propensi al bullismo, per i quali l'istruzione in quelle scuole non può avere lo scopo di fornire quella cultura necessaria a superare la condizione si svantaggio sociale, bensì ad imparare solo a fare un certo mestiere, a fabbricare stuoli di robot/operai, da sfornare già pronti per andare subito con piena efficienza in fabbrica o nelle aziende, a rendere come un lavoratore esperto, ma pagati come "lavoretti". O, comunque, pronti per andare a lavare i cessi, sempre che non si comprovi la loro simpatia per qualche partito che non piaccia troppo all'establishment o alla borghesia illuminata.
In questo quadro, non c'è da stupirsi, poi, se le politiche attive, cioè le misure per aiutare concretamente l'incontro tra domanda e offerta di lavoro in Italia siano finanziate meno di 10 volte che in Germania; non c'è da stupirsi se si accetta che il mercato resti opaco così che gli imprenditori selezionino prevalentemente sulla base di circuiti chiusi ed amicali e le opportunità lavorative restino pressochè non conosciute, così che anche la proposta di pulire i cessi, se reperita, sia considerata una fortuna; l'alternanza scuola/lavoro è una mosca bianca, riguarda ancora pochi allievi, risulta finanziata (poco) quasi solo dal pubblico, non sprigiona nessuna delle potenzialità comprovate sempre in Germania; gli istituti tecnici sono criticati perchè non producono subito e qui lavoratori esperti, scafati, ligi, ossequiosi già a 17 18 anni.

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